A febbraio 2020, la pandemia ha colpito un sistema sanitario piegato da anni di tagli. Si stimano mancanti finanziamenti per 37 miliardi negli ultimi dieci anni e una carenza di personale attorno alle 42mila unità tra medici, tecnici, infermieri. Nei mesi più duri della prima ondata, a marzo e ad aprile, si cerca di mettere una pezza come si può. Passata la fase critica, durante l’estate, bisognerebbe lavorare per un rafforzamento strutturale della nostra rete sanitaria, in vista della prevedibile ripresa dei contagi, in autunno. E invece all’inizio della seconda ondata, il lavoro su ospedali, personale sanitario, medicina del territorio è ancora in alto mare.

Il 23 luglio 2020, davanti al parlamento, il ministro della Salute Speranza annuncia un grande piano da venti miliardi per la sanità. Per mesi, di quel progetto si sono perse le tracce. Il 22 settembre è lo stesso segretario del Pd Zingaretti ad ammettere che quel piano ancora non c’è. Un bel po’ di soldi per la sanità, in realtà, sono stanziati, nel decreto Rilancio a maggio 2020, per la precisione 3miliardi e 250 milioni. Gran parte di quei fondi, però, per mesi sono rimasti bloccati. Perché?

Prima di tutto, perché per utilizzare questi fondi, le Regioni avrebbero dovuto predisporre dei piani di pronto intervento per rafforzare gli ospedali da sottoporre al commissario straordinario Arcuri. Gran parte dei governatori effettivamente, alla fine del luglio scorso ha inviato i progetti ad Arcuri. Ma il commissario dà il primo via libera alle prime gare solo il 2 ottobre, per un totale di lavori di soli 713 milioni di euro. E ancora nelle settimane successive, i cantieri sono rimasti fermi.

Di chi è la colpa di questo enorme ritardo? Come siamo stati abituati a vedere in questi mesi su tante questioni, anche su questo punto si assiste a un incredibile rimpallo di responsabilità. Secondo le Regioni la colpa è di Arcuri che ha perso troppo tempo prima di far partire gli appalti. Il Commissario ribatte dicendo che gli enti locali potevano muoversi in autonomia già da maggio per poi farsi rimborsare i costi. Il vero problema, dice Arcuri, è che i progetti presentati dalle Regioni a luglio erano perlopiù composti da poche pagine di fogli Excel senza i dettagli necessari. Peraltro, il tempo medio di attuazione dei piani è di due anni e tre mesi. Molte opere, quindi, arriveranno a compimento forse solo alla fine del 2022, quando ormai avremo sulla coscienza migliaia di malati rimasti senza cure adeguate.

Le terapie intensive

Una parte fondamentale del rafforzamento del sistema doveva riguardare le terapie intensive. “Le immagini dei reparti pieni, con i medici chiamati a scegliere chi intubare e chi no non dovranno mai più ripetersi”, dicevano i nostri politici. Non è andata così. Presentando il decreto Rilancio, il ministero Speranza aveva fissato l’obiettivo di arrivare a 11.109 letti di terapia intensiva. Ma al 9 ottobre, quando le corsie stanno tornando a riempirsi, si calcola che solo il 30 percento dei posti previsti è stato attrezzato. Solo tre Regioni raggiungono la soglia prevista dei 14 posti ogni 100mila abitanti.

Il 16 ottobre Arcuri accusa le Regioni di aver lasciato nei magazzini circa 1600 ventilatori inviati dallo Stato per attrezzare postazioni di terapia intensiva. E certo, le inefficienze dei governatori sono evidenti, tanto che molte Regioni per raggiungere gli obiettivi previsti ricorrono al trucco di dichiarare nei loro report anche i posti attivabili, letti fantasma che esistono solo sulla carta.

Il problema però è anche che per fare una terapia intensiva, non bastano i macchinari, servono  anestesisti e rianimatori che quei macchinari li usino. E invece il personale non c’è. Secondo uno studio del 16 ottobre dell’Università Cattolica, prima dell’emergenza il rapporto tra letti in terapia intensiva e personale dedicato era di 2,5, dopo l’aumento dei posti è sceso a 1,6. Questo anche perché le Regioni hanno preso più della metà dei fondi che dovevano servire per assumere specialisti dedicati all’emergenza Covid e li hanno usati per tappare i buchi nell’organico ordinario che avevano accumulato negli anni.

Il personale sanitario

Quella dell’assenza di personale, d’altronde, è una delle eredità più pesanti che ci trasciniamo da anni di mancanti investimenti in sanità. Se una siringa o una mascherina si possono comprare, produrre o importare, è quasi impossibile trovare medici e infermieri da un giorno all’altro se non ce ne sono in numero sufficiente. Eppure anche su questo, tante cose diverse si potevano fare.

A testimoniarlo ci sono gli eserciti di medici e infermieri precari chiamati in corsia durante la prima ondata con contratti di collaborazione, a partita Iva o a termine. Molti di loro non sono stati rinnovati alla scadenza, nell’illusione che l’emergenza fosse alle spalle, salvo poi essere riconvocati in tutta fretta a ottobre, quando ormai era chiaro che il contagio stava dilagando di nuovo. C’è la lista dei bandi andati deserti perché offrivano condizioni inaccettabili per i potenziali candidati. O di quelli arrivati troppo tardi, sintomo di una programmazione assente. Da parte dalla Protezione Civile che ha cercato 200 medici da inviare in giro per l’Italia solo il 20 novembre. E di nuovo da parte delle Regioni, che hanno iniziato le loro ricerche solo quando la situazione era ormai fuori controllo. In Campania, per dire, un bando pasticciato è stato lanciato oltre ogni tempo massimo il 19 novembre. Doveva servire a reclutare 450 medici, all'inizio ne sono entrati in servizio 27.

Il fatto è che di fronte a una situazione straordinaria, sarebbero servite procedure straordinarie per portare al fronte il maggior numero di soldati possibile. Si è invece arrivati al paradosso di bloccare anche chi era già pronto a dare il suo supporto. È il caso dell’incredibile vicenda dei 23mila laureati in medicina, lasciati per mesi in attesa dei risultati del concorso per la specializzazione, bloccato dai ricorsi, frutto ancora una volta di una procedura farraginosa e complessa, quando più servirebbe velocità e semplicità. Peraltro, anche una volta sbloccata, la selezione ha lasciato fuori dalla specializzazione 10mila giovani laureati che mai come in questo momento sarebbero stati utili da inserire nel sistema.

La medicina del territorio

C’è un altro punto, in cui la strategia sanitaria per affrontare la seconda ondata è collassata in modo forse ancora più clamoroso. È la medicina del territorio, di cui nei mesi estivi politici ed esperti si sono riempiti la bocca, indicandola come argine da alzare per evitare che i malati tornassero ad affollare gli ospedali. Quell’argine alla prova dei fatti è crollato miseramente. Mentre tutti ne discutevano, pochi facevano qualcosa. Secondo la Corte dei Conti, a fine ottobre 2020 solo dodici Regioni avevano presentato un piano per il potenziamento della medicina territoriale, previsto dal Dl Agosto (che metteva a disposizione 734 milioni).

Il potenziamento della medicina del territorio doveva basarsi su due pilastri: le Usca e i medici di base. Queste due gambe, invece di correre insieme, sono entrate in un vortice di disfunzioni e conflitti che ha finito per indebolirle entrambe. Le Usca dovevano essere il fiore all’occhiello della strategia messa in campo dal governo. Si tratta delle Unità Speciali di Continuità Assistenziale, equipe di medici il cui compito è gestire la sorveglianza dei malati Covid che si trovano in isolamento domiciliare per evitare che vadano al pronto soccorso.

Ce ne dovrebbe essere una ogni 50mila abitanti e probabilmente sarebbero comunque meno di quanto servirebbe. Ma a fine ottobre, ne erano state attivate solo la metà di quelle previste. Sono mancati i medici per formarle, anche perché l’adesione è su base volontaria, senza attività di reclutamento. E dove si è trovato il personale, non c'erano gli strumenti, le protezioni, i mezzi, tanto che molti medici sono costretti a usare mezzi propri o a noleggiare auto o furgoni.

E poi tanto per cambiare, ogni parte d’Italia ha fatto storia a sé, con regole diverse per decidere quando e come le Usca devono intervenire e cosa devono fare. Il risultato è un caos assoluto, denunciato anche dai medici di famiglia che avevano l’incarico di attivare le unità per mandarle a visitare i loro pazienti, ma spesso non sono riusciti nemmeno a contattarle. Così come spesso non hanno potuto contattare le Asl che dovevano prendersi in carico i presunti positivi, decidere chi mettere in isolamento, a chi fare il tampone.

I medici di famiglia, l’altro cardine nella risposta al Covid sul territorio, hanno pagato un prezzo alto alla pandemia in termini di vite umane. Eppure ancora oggi lamentano la mancanza di dispositivi di protezione sufficienti e di regole chiare per il loro intervento. Un esempio per tutti: il protocollo che definisce quali cure i dottori devono somministrare ai pazienti che visitano a casa è stato approvato dal Cts il 30 novembre scorso, dieci mesi dopo l’inizio dell’emergenza. D’altra parte, dalle associazioni di categoria non sono mancate resistenze difficili da comprendere, come in Lazio dove alcune sigle di medici di famiglia a novembre hanno vinto un ricorso al Tar contro l’obbligo di visitare a domicilio i malati Covid, sentenza poi annullata a dicembre.

Insomma, la strategia messa in campo sul territorio ha fatto acqua da tutte le parti. Arrivando al punto surreale per cui il governo non è riuscito nemmeno ad assumere le figure che lui stesso ha creato. Parliamo dell'infermiere di quartiere, introdotto dal Decreto Rilancio. Se ne sarebbero dovuti reclutare 9.600 con uno stanziamento di oltre 330milioni. Ma alla fine del 2020 erano solo un decimo del previsto. Di fronte a questi numeri impietosi, anche Giuseppe Conte non ha potuto che constatare il fallimento. Il 13 novembre scorso l'ex premier ha ammesso gli errori e i ritardi nell’organizzazione della medicina del territorio di fronte alla pandemia.