Un anno dopo il caso Sea Watch, con l’approdo nel porto di Lampedusa senza autorizzazione e lo speronamento di una motovedetta, la capitana di quell’imbarcazione, Carola Rackete, torna a parlare alla Dpa. Sostenendo che i paesi europei stanno sfruttando la crisi sanitaria per “mettere da parte i diritti umani e per smettere di rispettare la legge del mare”. Rackete parla anche del governo italiano: “Devo sottolineare ancora una volta che, nonostante sia al potere la nuova coalizione del governo italiano, nulla di fondamentale è cambiato all'interno dell'Ue e alle frontiere esterne dell'Ue. Se c'è stato un cambiamento, le cose sono peggiorate durante l'ultimo anno”. Non solo a causa dell’Italia, però: “Malta, in primo luogo, ma anche altri stati europei, tra cui la Germania, stanno usando la pandemia di Coronavirus come scusa per abbandonare i diritti umani e per smettere di rispettare la legge del mare. Nel fine settimana di Pasqua, nonostante la loro posizione fosse nota alle autorità dell'Ue, i naufraghi sono stati lasciati alla deriva per giorni nella zona di salvataggio maltese, prima di essere intercettati da una ‘nave della flotta fantasma’ privata che il governo maltese aveva assunto per riportare illegalmente i 51 sopravvissuti e 5 corpi in Libia. Altri sette erano già annegati. Da allora si sa poco di ulteriori casi simili, perché gli occhi civili in mare sono indesiderati. Diversi stati europei, tra cui Spagna, Malta, Italia, Paesi Bassi e Germania, continuano a ostacolare il salvataggio e il monitoraggio delle missioni in mare e in volo”.

Un anno fa il caso Sea Watch

La capitana della Sea Watch 3 racconta anche quanto avvenne un anno fa, con il salvataggio dei migranti in mare e le due settimane nel Mediterraneo prima di approdare a Lampedusa, con le persone a bordo allo stremo. “Un anno fa – ricorda – sono entrata nel porto di Lampedusa senza autorizzazione, dopo che il mio equipaggio e io abbiamo salvato 53 persone dal naufragio e dopo che tutta l'Europa ci ha abbandonato per più di due settimane. Il nostro equipaggio ha dovuto farlo come parte della flotta di soccorso civile perché l'Unione europea aveva ritirato tutte le sue navi, pur sapendo che i rifugiati in fuga dalla guerra in corso in Libia stanno tentando l'attraversamento”. Rackete ricorda ancora: “Il nostro equipaggio doveva essere in mare perché sappiamo che i diritti umani sono universali e il diritto marittimo non si preoccupa dei passaporti: ho pensato che dovevamo essere in mare non solo per effettuare il salvataggio, ma anche come segno di resistenza contro il razzismo strutturale delle autorità europee”.

L’appello di Carola Rackete ai cittadini Ue

Rackete, nell’intervista, rivolge un appello a “tutti i cittadini dell’Ue”: “Dovrebbero sapere che quelle persone che stanno annegando nel Mediterraneo – almeno 96 morti entro questo mese – non sono vittime di un incidente imprevisto o di un disastro naturale. Annegano perché l'Ue vuole che anneghino, spaventando coloro che potrebbero tentare di attraversare. Annegano perché l'Europa nega loro l'accesso a rotte sicure e non lascia altro che rischiare la vita in mare. E nessuno sarebbe entrato in una simile barca, a meno che non fosse più sicuro della costa”. Poi torna sul suo caso personale: “Nonostante la Corte Suprema italiana abbia convalidato la mia decisione di entrare nel porto e portare le persone in sicurezza in conformità con il diritto marittimo, la criminalizzazione del salvataggio in mare continua; nel mio caso e nelle indagini su altri che agiscono in solidarietà con le persone in movimento”.