Giuseppe Conte si è dimesso dalla carica di Presidente del Consiglio e nelle prossime ore capiremo quale sarà la strada indicata dal Capo dello Stato per la soluzione della crisi politica apertasi con la decisione di Italia Viva di abbandonare il governo e mettere in dubbio il proprio ruolo nella cosiddetta maggioranza giallorossa. È la seconda volta che Conte rassegna le dimissioni, dopo averlo fatto nell’agosto del 2019 in seguito allo strappo dell’allora suo alleato Matteo Salvini: in quell’occasione, la crisi si risolse con un cambio di maggioranza che comportò l’ingresso nel governo del PD e di LeU, su input decisivo proprio di Matteo Renzi. Se Conte ottenesse il reincarico e riuscisse a garantirsi l’appoggio di una nuova formazione politica, formata da costruttori o responsabili che dir si voglia, si tratterebbe del terzo cambio di maggioranza in meno di 18 mesi, per giunta nel pieno di un’emergenza pandemica mondiale e della prima vera crisi legata al piano vaccinale.

Da giorni ci sentiamo ripetere che la politica è una cosa semplice e che anche questa crisi può essere ricondotta nel novero della normale dinamica fra partiti o forze parlamentari, addirittura da iscriversi appieno nella “tradizione politica italiana” per come si è modellata in decenni di maggioranze ballerine, continui avvicendamenti a Palazzo Chigi e allegri passaggi di schieramento dei singoli parlamentari. Ciò è vero solo in parte, perché ogni valutazione complessiva deve tenere conto delle scelte specifiche dei singoli attori e del contesto in cui sono state prese. Se si guardano i fatti da questa prospettiva, la crisi non solo appare incomprensibile nella sua genesi, ma anche gestita come peggio non si poteva, frutto più di calcoli strategici e personalismi che non di ragionamenti orientati al bene collettivo.

Dell’incomprensibilità/irresponsabilità della scelta di Renzi di aprire una crisi in questo momento e su motivazioni così flebili si è scritto molto e non ci dilungheremo ulteriormente, mentre un po’ meno si è parlato della strategia di Giuseppe Conte e di come abbia finito per rendere non più ricomponibile la frattura con Italia Viva e più intricato il quadro generale. Non è un mistero che la volontà di andare a contarsi in Parlamento, manifestata fin dall’inizio da Conte, rispondesse all’idea di “poter fare come con Salvini”, una sorta di Papeete di gennaio da cui lui sarebbe uscito rafforzato come immagine pubblica e Renzi come il villain irresponsabile, marginalizzato in Parlamento e nel Paese. Come i fatti successivi hanno ampiamente dimostrato, però, si trattava più che altro di una leva per convincere i renziani a deporre l'ascia di guerra e ritirare la minaccia di far dimettere le proprie ministre.

Il leader di Italia Viva ha tenuto botta, nonostante fosse stato accontentato praticamente su tutto, a riprova del fatto che mirasse (e miri tuttora, al di là delle dichiarazioni di prammatica) al bersaglio grosso: far cadere Conte e rivedere l’intera piattaforma politico – ideologica del governo, come gli chiedono da tempo i suoi referenti negli ambienti produttivi e diplomatici. L'obiettivo di Renzi è Conte e quello che rappresenta, in termini di scelte in materia di politica economica, di gestione della pandemia e di allocazione di fondi e incarichi del NextGenEU: insomma, c'è un Paese da ricostruire e il leader di IV non ha intenzione di lasciarlo fare a questo governo con questa piattaforma e questa guida politica. È una speculazione cinica, certo, ma che muove da profonde ragioni di carattere personale e soprattutto politico – ideologico (non sfuggiranno le distanze sulla gestione della pandemia o quelle storiche ma centrali sul reddito di cittadinanza e l'intervento statale nei settori produttivi).

Il Papeete di gennaio non c’è stato semplicemente perché in Parlamento e nel Paese le condizioni erano diverse da quelle di agosto 2019: allora c’era un PD alla ricerca del suo posto nel mondo (prima o poi Zingaretti dovrà prendere atto del fatto che il suo partito è una scatola vuota di contenuti, idee e ambizioni, che esiste solo come “forza di governo”), mentre ora gli unici interlocutori a disposizione erano transfughi, trasformisti e personaggi in cerca di incarichi e poltrone. Non ha neanche ragione di esistere la narrazione che vuole Italia Viva compatta sulle posizioni di Renzi, perché non sono mai maturate le condizioni per una vera alternativa: la costituzione di un nuovo gruppo è arrivata solo poche ore fa (dieci "Responsabili" la cui intenzione di sostenere il governo era già nota), in un contesto in cui non è mai stata in dubbio la prosecuzione della legislatura. Inoltre, le trattative con soggetti come UDC, Cambiamo e componenti di FI non sono mai decollate e il "prezzo" dei singoli voti è lievitato in modo insostenibile (qualcuno ha chiesto ministeri, qualcun altro garanzie che Conte non era in grado di dare). Insomma, difficile convincere senatori e deputati renziani a "morire per Conte", proprio perché processi di questo tipo maturano solo col tempo, l'unica cosa che la maggioranza non aveva.

Proprio sui numeri Conte ha giocato una partita discutibilissima, prima lasciando intendere che ci fosse un'ampia pattuglia di "responsabili e costruttori" pronta a subentrare a Italia Viva (qui ricostruivamo lo spin del momento), poi, dopo il flop al Senato, provando a convincere i suoi alleati di governo che Mattarella si fosse limitato a prendere atto della situazione e che non avesse posto paletti o tempistiche per la formazione di una nuova e più solida maggioranza in Parlamento. In questo intervallo di tempo abbiamo visto di tutto: pressing su ex grillini già cacciati con disonore e ora ambiti come salvatori della patria, trattative con vecchi mestieranti della politica con a curriculum decine di casacche indossate e ora blanditi come statisti di profilo internazionale, accordi più o meno sottobanco con forze politiche di qualunque estrazione e provenienza, celebrazioni del trasformismo da parte degli alfieri del vincolo di mandato, revisione dell'intero periodo berlusconiano con tanto di indulto per le sue fedelissime in cambio del sostegno alla fiducia. Lo stesso Conte è stato quasi costretto a umiliarsi al Senato promettendo tutto e il contrario di tutto (tra cui una legge elettorale salva – partitini) e chiedendo "l'aiuto di nuovi amici", come fosse a un passo dalla disperazione. Il tutto in un inutile tentativo di eludere un punto cruciale: la maggioranza non c'era più, le condizioni che avevano favorito la nascita del Conte II erano venute meno, dunque ai partiti e al Presidente del Consiglio non restava che prenderne atto, perché semplicemente non era pensabile andare avanti con numeri risicati e peraltro frutto anche del voto dei senatori a vita. Conte ci ha messo un po', ma alla fine ha accettato di dimettersi, anche per non andare incontro a un flop annunciato sulla relazione Giustizia di Bonafede. Le responsabilità di Renzi sono evidenti, ma è così che funziona: se rompi con un alleato che è numericamente decisivo, o ne prendi atto e ti dimetti subito o cerchi un'alternativa vera e reale. Far finta di niente non era un'opzione.

Dopo le dimissioni al Quirinale si sta aprendo una nuova fase, che probabilmente mostrerà con ulteriore chiarezza l'ipocrisia degli attori in scena. Conte potrebbe ottenere un reincarico, ci dicono tutti; per fare cosa è un po' meno chiaro, considerato che resterebbero sul tavolo esattamente le stesse questioni che hanno portato allo stallo attuale. Con la differenza che stavolta il Presidente del Consiglio uscente non potrà limitarsi a scaricare sui partiti la responsabilità di allargare la base parlamentare della maggioranza (“questo è un lavoro che lascio a voi, io posso soltanto esprimere questa esigenza politica e di farlo al più presto”, ha testualmente detto nell'ultima riunione coi capi delegazione), ma dovrà letteralmente costruirne una, sapendo che i responsabili non basteranno e che si rende necessario un vero accordo politico con altri gruppi parlamentari. Se Renzi è ancora un'opzione per Conte lo capiremo presto, così capiremo se Conte è ancora un'opzione per Renzi.

Certo, ci sono altre strade, ma tutte estremamente logoranti per la politica e soprattutto per il Paese. La sensazione è che al presunto immobilismo del governo Conte II qualcuno abbia scelto di preferire la certezza del pantano.