Per essere chiari fin da subito: non c’è un’unica soluzione alla crisi apertasi con le dimissioni delle ministre di Italia Viva, bensì diverse opzioni politiche la cui concretizzazione dipende esclusivamente dalla volontà dei leader in campo. Detto in altre parole, questa crisi non è incomprensibile solo per modo di dire, lo è dal punto di vista politico e strategico. Lo è perché si fa fatica a intravedere non solo condizioni oggettive che rendano definitiva la rottura determinatasi in queste ore, ma anche una via d’uscita chiara o semplicemente un epilogo possibile.

Proviamo ad andare con ordine, anche se vi avverto che non sarà semplicissimo venirne a capo. Da settimane Matteo Renzi minacciava di ritirare le ministre Bonetti e Bellanova, in polemica con alcune scelte specifiche del governo e con la condotta dello stesso Giuseppe Conte, accusato di essere accentratore e dirigista. Come noto, lo scontro è esploso sulla stesura del Recovery Plan: Italia Viva, oltre a non condividere la ripartizione dei fondi del NextGenUE, accusava Conte e Gualtieri di aver messo le forze politiche di fronte al dato compiuto, impedendo una vera discussione collettiva e tentando di imporre una governance che di fatto avrebbe commissariato ministri e partiti. Col passare dei giorni, è apparso chiaro come le critiche di Italia Viva fossero tanto di metodo (poca collegialità, decisionismo contiano, eccessivo peso dell’inner circle di Conte) quanto di merito su alcune questioni cardine, tra cui il MES per le spese sanitarie, le scelte strategiche sulle infrastrutture e l’attribuzione al commissario Arcuri di una serie di incarichi di grande rilevanza. Ragioni più che fondate, per inciso. Dopo giorni di vertici, incontri e trattative, Italia Viva aveva faticosamente portato a casa la cancellazione della struttura di governance del NextGenUE, modifiche ai saldi e ai progetti del piano e l’apertura di una discussione sull’indirizzo politico del governo.

In altre condizioni e con altri protagonisti, la crisi si sarebbe anche potuta chiudere lì, magari con qualche altro accorgimento o modifica alla squadra di governo. Invece Conte, Renzi e gli altri attori in scena si sono impelagati in questioni simboliche e formali, certamente rilevanti ma probabilmente non essenziali, fino a ritrovarsi in un pantano. Italia Viva voleva che fosse chiaro il cambio di rotta e spingeva per una crisi pilotata, con dimissioni e reincarico lampo di Conte, il quale si sarebbe fatto carico di aumentare il tasso di politicizzazione dell'esecutivo con la benedizione di Mattarella. Ipotesi che trovava la netta contrarietà del Presidente del Consiglio, il quale, non fidandosi di Renzi, lasciava intendere di essere pronto a recarsi in Parlamento per costringere chi volesse sfiduciarlo a uscire allo scoperto. La sola possibilità di un bis di quanto accaduto con Salvini al Senato metteva in moto una serie di meccanismi a catena, tra cui la ricerca spasmodica di una truppa di "responsabili" per sostituire numericamente i renziani e la deriva machista dei toni tra contiani e renziani. La tensione cresceva e per giorni ci toccava la solita litania dei penultimatum e delle accuse reciproche.

L'ultimo atto andava in scena meno di 48 ore fa: di fronte al persistere della minaccia renziana di ritirare le ministre, Conte, di sponda coi grillini, lasciava filtrare la notizia dell'esistenza di una nuova maggioranza (frutto di uno scouting in Parlamento) e lanciava una specie di ultimatum a Renzi. Se IV lascia il governo ora, mai più maggioranza assieme: uno slogan, caldeggiato dai grillini, durato meno di 24 ore, fino all'intervento di Mattarella. Infatti, di fronte alla polarizzazione delle posizioni (sul nulla e alla vigilia di quella che potrebbe essere la più grande crisi dallo scoppio della pandemia), il Presidente della Repubblica richiamava all'ordine sia Conte che Renzi. Al primo faceva sapere di non essere disposto ad avallare un nuovo governo su maggioranze traballanti e accordicchi di stampo trasformista, ovvero niente responsabili ma solo un vero progetto di governo. Al secondo chiedeva responsabilità e, pare, la disponibilità a trattare con gli alleati un nuovo patto di governo. A entrambi, imponeva di mettere da parte toni bellicosi e di non aprire una crisi incomprensibile, frutto ormai solo di veti incrociati e del deteriorarsi dei rapporti personali.

La trattativa condotta dal PD per ricomporre la frattura tra contiani e renziani, però, non andava completamente a buon fine. Renzi, che ormai si era spinto troppo oltre, confermava il ritiro delle ministre pur non chiudendo all'ipotesi di "discutere nuovamente" la propria collocazione nella maggioranza, previo un confronto sulle proposte politiche di Italia Viva. Conte, dal canto suo, smentiva le voci di possibili maggioranze alternative, ma confermava l'indisponibilità tanto a una crisi pilotata quanto al commissariamento politico del suo ruolo.

E ora? Ecco, non è semplice capire cosa accadrà. Se il Conte II è finito, non è detto che lo sia anche l'esperienza di Conte a Chigi. Tra l'altro, in queste ore PD e M5s fanno sapere di essere con Conte senza se e senza ma (Franceschini dice che chi attacca il Presidente del Consiglio attacca il governo, Speranza esalta il suo lavoro). Chigisti e quirinalisti si mostrano scettici rispetto alla possibilità che Conte scelga di andare a contarsi in Parlamento, del resto l'uscita di IV certifica la fine dell'alleanza che ha permesso la nascita del governo, dunque sarebbe incomprensibile (e sgradito a Mattarella) provare a resistere contando su franchi tiratori e responsabili. Conte, invece, potrebbe ascoltare ancora i suoi più fidati consiglieri, che spingono per un redde rationem in Aula in modo che siano chiare ed evidenti al Paese le responsabilità. Questa scelta, ovviamente, avrebbe delle conseguenze, la principale delle quali sarebbe quella di gettare il Paese nel caos e nell'instabilità: un governo sfiduciato o comunque debolissimo dovrebbe gestire snodi cruciali per il futuro o traghettarci verso elezioni in piena terza ondata. Una prospettiva inquietante che neanche il M5s si sente di caldeggiare.

L'alternativa più valida è quella della transizione ordinata, con le dimissioni del Presidente del Consiglio e un'ampia verifica della possibilità di ricominciare con la stessa maggioranza, ovviamente dopo aver votato ristori, nuove restrizioni e impostato la nuova divisione in fasce, atti fondamentali anche per gestire la campagna vaccinale senza disastri. Il Conte ter, insomma, potrebbe nascere sulla scorta di un patto di legislatura (come chiede il PD), sorretto dalla presenza in prima persona dei big (come chiede Italia Viva) e dalla rinnovata tranquillità dei parlamentari grillini.

Tornando al principio, però, il problema è capire se c'è la volontà politica di intraprendere questo percorso. Non è affatto da escludere che Renzi miri al bersaglio grosso, ovvero affossare Conte in favore di un profilo diverso, magari meno compromesso con la precedente esperienza, che possa convincere PD e M5s a scaricare Conte in nome della prosecuzione della legislatura. Un politico, non un tecnico. Perché i tecnici non li vuole nessuno, a quanto pare, e tornerebbero in gioco solo se lo stallo dovesse continuare.