Cara Silvia Romano,

noi non ci conosciamo, però io mi permetto: ti voglio bene e tu intendimi bene, il mio è uno di quei beni che si vogliono i bambini, che non conoscono confini ma che quando qualcosa li attrae vorrebbero abbracciarla e metterla in bocca per sentire il gusto che ha; convinto che sai di buono.

Cara Silvia Romano,
tu sei buona. Nelle foto che ho visto hai vestiti leggeri, un po' il clima, un po' il rifiuto di armature.
L'aggettivo qualificativo più bistrattato – buono – è il tuo vestito più adatto, senza brand ti calza a pennello perché nelle tue scelte hai rifiutato il sarto e i burattinai. Sei andata lontano per darci la prova che la distanza chilometrica è un calcolo quasi sempre sbagliato, e che un battito d'ali è soprattutto una farfalla.

La parola "confine", come è intesa oggi nel dibattito politico, è una sorta di cesura, ma si rifà soprattutto a limes, il sostantivo maschile latino che indica il confine fra due appezzamenti. Dentro/fuori e legale/illegale.
Tu invece hai compreso che confine è principalmente limen, cioè "soglia", "entrata", "inizio". Confine vuol dire "frontiera", perché è il luogo dove ci si trova "di fronte" a qualcuno, tu lo hai guardato negli occhi e hai scelto di farne esperienza da vicino.
Sei partita per Chakama poco dopo la tua laurea conseguita con una tesi sulla tratta di esseri umani.
E' la tua marca morale, quel sorriso che non hai tenuto nel taschino ma hai portato ai bambini scartati dalla fortuna e dalle regole del capitale. La corona di griffe sostiene il gioiello, che in questo caso sei tu, la ciliegia più buona dell'albero da frutta.

Vorrei che ogni persona nel mondo, ognuna delle mie figlie, avesse la capacità di non tenersi l'allegria fra le dita, come dicevi tu. Facesse foto sorridenti, quando le va, in mezzo alla gente. E vorrei che le mie figlie da grandi avessero il tuo coraggio di essere felice, raccogliendo momenti ordinari per trasformarli in straordinari. Scegliendo, lo dicevi anche tu.

Vorrei che la tua "smania di aiutare" ci prendesse per i capelli, a tutti.

Tu hai scelto bene, anche se per 18 mesi è andata malissimo.
E sai, qui da noi le cose sono abbastanza dure, sono più o meno come le hai lasciate tu, ora c'è anche il virus, quello evidente, e rimangono quelli che c'erano anche prima: ad esempio i cattivisti di casa nostra che provano a scarnificare le tue scelte d'umanità, qualche impotente dell'anima che chiede spiegazioni su soldi ed eventuali riscatti, proprio come se la vita umana avesse un prezzo, comportandosi così in modo non dissimile dall'oggetto della tua tesi: i trafficanti di esseri umani che danno un prezzo alla schiavitù e alla vita.
Ma ora non mi va di citarli per davvero, li accenno solo, per non sporcare le parole belle che invece voglio ti arrivino e restino come un piacevole rumore di sottofondo anche nei prossimi tempi, quando continuerà ad essere un po' dura.

Chi non vede la bellezza ha un problema, è stato colpito dall'afflizione della malattia più grave: non saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno.
Tu di questa febbre non hai mai avuto neanche i sintomi, cara Silvia Romano. Hai rischiato per permettere a un bambino di giocare, che sarebbe l'azione più seria in un mondo appena più normale.

Bentornata a casa, Silvia.