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Barbecue a stelle e strisce: la repubblica delle relazioni che scongela l’asse Meloni-Trump

Il tradizionale ricevimento della diplomazia americana sigilla la tregua tra il governo italiano e Washington. Tra hamburger, lapsus e l’informalità tipica della politica nostrana, la grande alleanza globale si celebra nel cuore dei vecchi riti del potere romano.
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Ci voleva il fumo di un barbecue a stelle e strisce per diradare le nebbie diplomatiche tra Roma e Washington, sigillando la tregua col sapore un po' unto di un hamburger. Dopo settimane di palpabile freddezza tra Donald Trump e Giorgia Meloni, l'ambasciata americana si riappropria del suo ruolo storico in occasione del Giorno dell'Indipendenza: mettere in scena la sacra e profana amicizia tra Italia e Stati Uniti.

Prima il consueto rituale di sicurezza, metal detector, sguardi severi, inviti passati al setaccio, poi, varcato il cancello, si entra nel vivo della repubblica delle relazioni. Il parterre è il solito, affollatissimo catalogo del potere: ministri, sottosegretari, feluche, generali, grandi manager, lobbisti di lungo corso e giornalisti a caccia di retroscena. La maggioranza si presenta in blocco; all'opposizione ci si accontenta delle presenze di Matteo Renzi, Francesco Boccia e Lorenzo Guerini. Spuntano persino Marco Minniti, Giovanni Malagò e Rocco Casalino accompagnato dalla madre, il presidente di Coldiretti Ettore Prandini fino al giovane Xhino "Gino" Zavalani, volto di Esperia Italia. Più che un algido ricevimento diplomatico, è l'ennesima autorappresentazione del potere romano nel suo habitat prediletto: il giardino di un'ambasciata.

Credit: Fanpage.it
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La grande assente è Giorgia Meloni. Ma a presidiare il campo c'è la sorella Arianna, una presenza che basta da sola a ricordare che, anche in contumacia, il baricentro della scena resta saldamente a Palazzo Chigi. Tutto il cerimoniale, del resto, sembra orchestrato per dimostrare che gli attriti delle ultime settimane appartengono già al passato. L'ambasciatore Tilman J. Fertitta sale sul podio e assicura che Italia e Stati Uniti sono "partner fidati", definendo i rapporti bilaterali "tra i migliori di sempre". Poco importa se, nel salutare gli ospiti, inciampa in un lapsus da antologia trasformando Matteo Salvini in un improbabile "Mario". La sostanza politica è un'altra: il gelo va archiviato, o quantomeno nascosto ai flash dei fotografi.

Sul palco i discorsi si susseguono come da copione. Ignazio La Russa evoca un ponte con Washington che l'Italia "terrà sempre vivo", pur rivendicando una necessaria "pari dignità" tra alleati. Antonio Tajani decide invece di sfidare la lingua di Shakespeare per il suo saluto, ma il risultato è un claudicante "Eppi berdei… eppi berdei de America" che tradisce la sua faticosa familiarità con l'inglese, strappando più di un sorriso tra gli invitati. Il vicepremier si affretta poi a ribadire che l'asse con gli USA è "più forte di ogni polemica". Matteo Salvini, dal canto suo, decide di liquidare il foglio scritto dal suo consigliere diplomatico con la battuta che ruba la scena: "Arriva un profumo di hamburger che mi spinge a tagliare l'intervento". E in effetti, avvicinandosi ai tavoli, si capisce che non esagera: una densa nuvola di fumo investe il prato inglese, costringendo più di un'ospite a una manovra di ritirata per salvare l'abito da sera.

Intorno alla griglia, la politica consuma il suo rito eterno. C'è chi perlustra il giardino stringendo mani con l'ansia da campagna elettorale, chi cambia interlocutore ogni trenta secondi e chi immortala ogni stretta di mano ad uso social. Anche i dettagli sartoriali raccontano una storia: la compostezza dei classici abiti da gran galà convivono con completi dai colori sgargianti e dai tagli lucidi che sembrano usciti direttamente da un prom americano, in quel campionario estetico dove l'eleganza impeccabile e il kitsch più genuino coabitano da secoli senza alcun imbarazzo.

Credit: Fanpage.it
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Il buffet restituisce l'immagine dell'America così come la immagina l'Italia: hamburger, hot dog, insalata di pollo, fiumi di birra, Paloma e gin tonic. Solo a tarda sera compaiono i cupcake glassati di bianco, rosso e blu e le torte celebrative "Freedom 250". Le ciliegie spariscono in un baleno; i noccioli, invece, restano. Qualche ospite eccellente li sputa direttamente sul prato di Villa Taverna, con la disinvoltura che si userebbe a una sagra di paese. È forse lo scatto più sincero della serata: il rigido cerimoniale della superpotenza globale che, per una notte, si piega all'irriducibile provincialismo del potere romano.

Il finale è affidato al sorvolo degli elicotteri americani e ai fuochi d'artificio. Tutti con il naso all'insù, gli sguardi sintonizzati sulla stessa porzione di cielo. In fondo, il senso della diplomazia è tutto qui: anestetizzare una crisi e trasformarla in una foto di gruppo, con un hamburger in mano e il cielo illuminato sopra la testa.

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