Cosa succede nei fronti di guerra in Medio Oriente dopo il rifiuto di Netanyahu di sostenere il piano Trump per Gaza

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Stati Uniti e Israele appaiono divisi su tutto. Se Trump ha l’interesse a chiudere i fronti in Medio Oriente a partire dalla Striscia di Gaza, Netanyahu deve spingere sull’acceleratore in vista del voto in autunno.

Le tensioni tra gli Stati Uniti di Donald Trump e il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, sul piano per Gaza e i fronti di guerra in Medio Oriente non accennano a diminuire. In questa fase, Netanyahu, in vista delle elezioni israeliane del 27 ottobre, ha rifiutato il piano in 15 punti che prevede il ritiro dell’esercito israeliano (Idf) da Gaza e il disarmo, a cui ha già dato il suo disco verde, di Hamas. Eppure se Trump volesse imporre a Netanyahu il ritiro dalla Striscia, il governo israeliano non potrebbe che aprire a questa possibilità, come è stato già ipotizzato in una telefonata tra il premier israeliano e il genero di Trump, Jared Kushner.

Netanyahu su Gaza

In merito al ritiro dalla Striscia, Netanyahu ha rimandato al mittente il piano in 15 punti del Board of Peace che prevede il ritiro israeliano da Gaza “finché Hamas non avrà consegnato le armi”. Per il premier israeliano deve trattarsi di un disarmo “completo e genuino”, quindi inclusi tutti gli armamenti leggeri in dotazione del gruppo. Quindi deve essere un disarmo reale, provato e “non essere fittizio”. Secondo il piano del contestato Board of Peace, il disarmo di Hamas e il ritiro di Idf dovrebbero dare il via libera a un trasferimento di potere dal movimento che ha governato la Striscia a un esecutivo tecnico di Gaza, sostenuto dalla polizia palestinese e dalla Forza di stabilizzazione internazionale (Isf). A quel punto a controllare la Striscia dovrebbe essere il Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza (Ncag). Fino a questo momento, i 13 membri nel Comitato, guidato dal politico palestinese Ali Shaath, non hanno potuto fare ingresso nella Striscia per il veto imposto da Idf. Le armi di Hamas dovrebbero essere consegnate a Paesi mediatori, come l’Egitto o il Qatar, e agli altri componenti del Board of Peace.

I paletti israeliani

Come al solito, la retorica israeliana rimanda al mittente anche qualsiasi possibilità che si concretizzi la nascita di uno stato palestinese. Non solo, vengono contestate le modalità del disarmo, ritenute difficili da verificare. Dall’avvio del cessate il fuoco, Idf anziché procedere a un graduale ritiro da Gaza, come previsto dal piano Usa, ha proseguito con il genocidio e accresciuto del 10% il suo controllo della Striscia, avanzando a Gaza oltre i limiti iniziali della cosiddetta Linea gialla di demarcazione che separa il territorio controllato da Idf dal resto della Striscia.

Trump e Netanyahu

Il presidente Usa si è dimostrato fermamente interessato a difendere a tutti i costi le posizioni israeliane a Gaza così come sugli altri fronti di guerra, a partire dal Libano. E così Netanyahu vuole testare questo asse di ferro proprio in questa fase critica pre-elettorale in Israele che coincide con la vigilia delle elezioni di medio termine negli Stati Uniti con Trump in caduta libera nei sondaggi. E così Mickolay Mladenov, guida diplomatica del Board of Peace, ha ribadito che il piano è “l’unica via d’uscita per assicurare che una tragedia simile non si ripeta”, sottolineando la necessità che non vengano ulteriormente colpiti i civili palestinesi.

In continuità con i suoi predecessori

Anche l’amministrazione Biden, nonostante il genocidio in corso, aveva continuato a sostenere la pulizia etnica dei territori occupati e a voltare lo sguardo alla crisi umanitaria in corso a Gaza. Solo un ridimensionamento dell’asse tra Washington e Tel Aviv, con una sospensione significativa delle forniture di armi a Israele possono spingere Netanyahu a contenere l’espansione territoriale da Gaza alla Cisgiordania, dalla Siria al Libano, radicata negli obiettivi sionisti. E così l’allineamento marcato tra Trump e Netanyahu nella strategia bellica è sempre più rischioso perché considerato poco utile per gli interessi statunitensi dalla base elettorale Maga. Così come avviene per gli elettori democratici che si sono espressi a favore del candidato progressista, contrario alla guerra a Gaza, Abdul el-Sayed, nelle primarie Dem del 4 agosto scorso in Michigan.

Il fronte libanese

L’altro fronte dove gli interessi Usa e quelli israeliani sono sempre più distanti è il Libano. La tregua che ha portato all’accordo, percepito da molti libanesi come una resa, lo scorso 26 giugno, è in bilico dopo l’ultimo round negoziale di Roma della scorsa settimana. Gli ultimi tre attacchi di Idf si sono verificati a Kfar Tebnit, nella periferia della città di Nabatieh, ad al-Fawqa e ad al-Mansouri. 4335 sono i morti in Libano dopo l’avvio della guerra lo scorso 2 marzo. L’Iran ha voluto includere il fronte libanese per acconsentire alla firma del Memorandum of Understanding (MoU) che avrebbe dovuto avviare la fase di tregua a partire dallo scorso 8 aprile, più volte violata negli ultimi mesi. Per ora non sono previsti nuovi round negoziali né ulteriori ritiri di Idf dal Sud del Libano, nonostante le dure critiche mosse dal movimento sciita libanese. Hezbollah dovrebbe disarmare prima che l’esercito israeliano riconsegni i villaggi nelle cosiddette “zone pilota” al controllo dell’esercito libanese.

Divisioni anche sull’Iran

Anche sul fronte iraniano, Israele e Stati Uniti hanno assunto posizioni divergenti. “Abbiamo assunto un basso profilo” sull’Iran, ha fatto sapere Trump che sarebbe pronto a dichiarare vittoria se venisse riaperto lo Stretto di Hormuz, anche senza un accordo sul nucleare. Mentre gli Usa hanno opzioni militari sempre più limitate nei confronti dell’Iran, con gli arsenali di missili della contraerea e di missili di precisione esauriti o quasi. E così per gli Stati Uniti è meglio attendere il logoramento dell’avversario. “Stiamo a guardare le conseguenze dell’alta inflazione, sono in pessime condizioni economiche”, ha aggiunto Trump in riferimento alla crisi economica attraversata da Teheran dopo lo scoppio della guerra lo scorso 28 febbraio.

Israele per nuovi raid

Se gli Usa hanno tenuto fuori Idf, imbarcando l’Arabia Saudita negli ultimi attacchi contro le milizie sciite in Iraq, durante i 13 giorni di raid che hanno colpito l’Iran a fine luglio, di fatto archiviando i termini del MoU, Netanyahu vorrebbe tornare a bombardare Teheran. E così il premier israeliano ha definito concreta la possibilità che prendano il via azioni militari israeliane unilaterali contro Teheran che di fatto potrebbero mettere a repentaglio la riapertura di Hormuz, paventata dall’Iran. Non solo, Netanyahu ha di nuovo fatto riferimento alla determinazione di non rendere possibile che l’Iran si doti di un’arma nucleare. Questo è stato l’argomento più citato da Trump per giustificare gli attacchi illegali contro Teheran negli ultimi anni. Le autorità iraniane hanno fin qui negato di volere usare il nucleare a scopi militari confermando l’intenzione di proseguire con il programma solo per scopi civili. Per motivare nuovi raid contro Teheran, nell’ultima visita negli Stati Uniti, a fine luglio, il premier israeliano ha consegnato a Trump informazioni di intelligence in merito ai programmi di arricchimento dell’uranio nella centrale di Pickaxe Mountain, vicino Natanz.

Lo Stretto di Hormuz

L’accordo negoziato tra Iran e Oman potrebbe portare a una riapertura del traffico marittimo, se gli Stati Uniti rinunciassero al blocco dello Stretto di Hormuz, imposto lo scorso aprile. Secondo il piano, i due Paesi avrebbero il controllo sulle vie navigabili in entrata e in uscita attraverso Hormuz. In questo caso, si tornerebbe alla situazione esistente prima dei raid Usa e di Israele ma con un maggiore controllo da parte di Teheran e Muscat sul traffico marittimo. Non sarebbe prevista l’imposizione di un pedaggio ma tariffe ad hoc per “servizi marittimi” che dovessero essere richiesti dalle compagnie marittime. Quest’ultimo punto potrebbe introdurre di fatto un sistema di tassazioni, assente prima della guerra che ha decimato la leadership iraniana tra febbraio e marzo scorso. Le autorità iraniane per dare il via libera alla riapertura di Hormuz hanno chiesto il disco verde alle compensazioni Usa per i danni di guerra subìti, lo scongelamento degli asset iraniani bloccati, la fine delle sanzioni e la chiusura di tutti i fronti di guerra dalla Palestina all’Iraq, dal Libano allo Yemen.

Da mediatori ad alleati

E così i Paesi che più si sono impegnati nei negoziati tra Stati Uniti e Iran, e cioè Arabia Saudita, Pakistan e Turchia sono passati dalle parole ai fatti firmando gli Accordi di Difesa a La Mecca, lo scorso venerdì. Lo scopo di questa intesa è di aumentare la deterrenza collettiva contro ogni attacco armato rivolto ai tre Paesi e arriva in seguito alle risposte iraniane che hanno preso di mira le basi degli Stati Uniti, presenti nei Paesi del Golfo, in Iraq e in Giordania. I Paesi firmatari hanno promesso sostegno militare reciproco e difensivo, in una fase in cui le minacce militari sia di Israele sia dell’Iran crescono in Medio Oriente. Tuttavia, i termini dell’intesa appaiono ancora generici e aperti all’ingresso di altri Paesi.

Stati Uniti e Israele appaiono divisi su tutto. Se Trump ha l’interesse a chiudere i fronti in Medio Oriente a partire dalla Striscia di Gaza, Netanyahu deve spingere sull’acceleratore in vista del voto in autunno. Tuttavia, spetterà al presidente Usa valutare se imporre a Tel Aviv un ridimensionamento geopolitico in risposta alle richieste dell’elettorato deluso negli Stati Uniti per gli impegni militari assunti da Washington o continuare a sostenere incondizionatamente il premier israeliano. In questo caso anche la chiusura del conflitto in Libano e in Iran appare in salita mentre la possibilità di una riapertura completa di Hormuz viene messa a repentaglio dall’attendismo di Trump che vorrebbe vedere il collasso economico di Teheran piuttosto che puntare su nuovi, e poco strategici, attacchi militari.

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