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Mancano meno di due mesi alla resa dei conti per Trump e Netanyahu e da adesso succederà di tutto

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Il 27 ottobre si vota in Israele, il 3 novembre per le midterm americane. E sia Netanyahu sia Trump rischiano di perdere tutto. Ora però non ha senso chiedersi cosa succederà dopo. Perché quel che cambierà tutte le carte in tavola, è quel che accadrà prima. Da qui ad allora.

27 ottobre e 3 novembre. Segnatevi sul calendario queste due date perché sono i giorni in cui il mondo potrebbe davvero cambiare. La mattina dopo il  27 ottobre potremmo svegliarci la mattina senza più Benjamin Netanyahu al governo di Israele. La mattina dopo il 3 novembre potremmo svegliarci con Donald Trump presidente dimezzato, senza alcuna maggioranza parlamentare, né al Congresso, né al Senato. Ora però non ha senso chiederci cosa succederà dopo quella settimana di fuoco tra le elezioni in Israele e le midterm americane. Perché ciò che cambierà tutte le carte in tavola, probabilmente, accadrà prima. E in questi due giorni ne abbiamo avuto un assaggio.

Solo due giorni fa, ad esempio, abbiamo scoperto che Benjamin Netanyahu – a quanto dice il quotidiano Haaretz, che ha sentito decine di testimoni e ha un sacco di evidenze – sapeva che Hamas avrebbe attaccato Israele il 7 ottobre 2023 e non ha fatto nulla per evitarlo. Netanyahu, ovviamente, ha negato tutto e annunciato querele, ma se dovesse emergere anche solo mezza prova a sostegno della tesi del quotidiano israeliano, che piega prenderebbe la campagna elettorale israeliana? Cosa potrebbe fare Netanyahu per far cambiare argomento, per far dimenticare che sono stati sacrificati più di duemila cittadini israeliani per poter attuare un genocidio o a Gaza, per ribaltare il tavolo? Non lo sappiamo, ma potrebbe solo essere qualcosa di enorme

Enorme, per ora, è stato pure l’impatto delle sanzioni decise da dodici Paesi occidentali contro Israele per quel che Tel Aviv sta combinando  in Cisgiordania. “Pulizia etnica”, l’ha chiamata il governo inglese. Mai erano state usate queste parole. Mai Israele era stata sanzionata in questo modo dagli amici Occidentali. Mai Londra era stata così dura. Mai, soprattutto, Trump era stato così zitto di fronte a un simile attacco a Netanyahu. Quasi come se la Casa Bianca avesse già deciso di dare il foglio di via al più “americano” tra i politici israeliani. Anche qui, staremo a vedere se è solo tattica o strategia. Ma per ora va registrato come un segnale fortissimo.

Certo è che se Tel Aviv piange, Washington non ride. Trump ha parlato ieri alla convention repubblicana e ha promesso 5000 dollari a ogni americano adulto se vincerà alle Midterm. L’ha chiamato il dividendo Trump. Due mesi all’apertura dei seggi e siamo già al voto di scambio più spudorato. Immaginatevi i prossimi sessanta giorni, se avete abbastanza fegato.

Nel frattempo, il presidente americano ha annunciato la fine della guerra in Iran “appena dopo le elezioni”, come se ci fosse un legame tra i due eventi, e una svolta sul fronte ucraino, dove, dice Trump, “Putin vuole un accordo”. Nel frattempo, su Kiev continua a cadere una pioggia di missili ogni notte, un drone ha quasi fatto secco Zelensky mentre stava decollando dalla Moldavia verso la Norvegia. E si moltiplicano, in Europa, gli episodi di guerra ibrida come quello all’aeroporto di Lipsia.

Se questo è l’inizio della fase negoziale, andiamo bene.
Se questo è l’inizio delle due campagne elettorali, allacciate le cinture.

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