Covid 19
22 Aprile 2020
18:25

Ascani a Fanpage.it: “Orale esame maturità non sarà stravolto, vogliamo aiutare gli studenti”

La viceministra dell’Istruzione Anna Ascani, in un’intervista a Fanpage.it ha spiegato che l’orale della maturità, anche se dovesse svolgersi a distanza, non subirà variazioni: “Credo che l’esame orale sarà quello che era stato preventivato, naturalmente con qualche piccola integrazione, dovuta al fatto che non si faranno gli scritti. Ma stravolgere quell’appuntamento significherebbe fare un danno agli studenti”.
A cura di Annalisa Cangemi
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La viceministra dell'Istruzione Anna Ascani, contattata da Fanpage.it, in attesa della decisione ufficiale del governo sulla riapertura delle scuole a settembre, e quindi sulla conclusione dell'anno scolastico online, ha spiegato che l'esame orale di maturità, che 510mila candidati dovranno sostenere, non subirà eccessive variazioni, anche se dovesse svolgersi a distanza. "Credo che l'esame orale sarà quello che era stato preventivato, naturalmente con qualche piccola integrazione, dovuta al fatto che non si faranno gli scritti. Ma stravolgere quell'appuntamento significherebbe fare un danno agli studenti", ha detto la viceministra dem.

Lo schema potrebbe essere quindi quello stabilito prima dell'emergenza coronavirus: una discussione multidisciplinare su un argomento presente nella lista dei materiali preparata dalla commissione, che sarà composta da membri interni e da un presidente esterno (le buste erano state eliminate dall'ex ministro Fioramonti); l'esposizione dell'esperienza di PCTO (ex alternanza scuola lavoro); una serie di domande su Cittadinanza e Costituzione; in assenza del momento di correzione delle prove scritte, potrebbe esserci qualche piccola aggiunta, ma non ci sono ancora indicazioni precise da parte del ministero.

Anche lei, come del resto la ministra Azzolina, spera che gli esami di maturità si svolgano di presenza. Perché è così importante?

Credo che l'esame di Stato abbia un significato, al di là del valore legale del titolo di studio, come compimento di un percorso scolastico complesso. Concludere al meglio questo percorso significa dare valore a quello che si è fatto in questi 5 anni. Inoltre, anche se manca ancora l'ufficialità, se le scuole non riapriranno prima del 18 maggio, noi toglieremo la possibilità di avere un esame di maturità a questi ragazzi, così come lo avevano immaginato. Per questo devono avere l'opportunità almeno di sedersi davanti ai loro docenti per fare il punto su cosa hanno imparato e su quello che hanno maturato, per chiedersi che persone sono diventate. Un esame online rischia di non offrire tutto questo. Abbiamo imparato che la didattica a distanza può supplire a molte cose, ma manca l'elemento relazionale di presenza, che è fondamentale. È importantissimo restituire un pezzettino di quella relazione ai ragazzi che concludono la scuola, e non avranno quindi la possibilità di recuperare a settembre quello che hanno perso quest'anno.

Pensate a tamponi o test sierologici per maturandi e docenti o semplicemente si cercherà di scaglionare le presenze?

Noi ancora attendiamo, come dicevo, l'ufficialità sul fatto che l'esame sarà soltanto orale, ufficialità che ci sarà solo nel momento in cui il governo comunicherà l'eventuale non riapertura della scuola. Poi insieme all'Istituto Superiore di Sanità, al comitato tecnico-scientifico, e alla nostra task force di esperti, nominata ieri, definiremo le modalità con cui si può rendere possibile l'esame orale di presenza. Faremo di tutto per riuscirci.

L'Accademia Nazionale dei Lincei ha chiesto, con un apposito documento, che l'esame di maturità possa prevedere l'approfondimento di 4 discipline. È un'ipotesi da tenere in considerazione?

In diverse parti del mondo stanno riducendo il numero degli apprendimenti. Io credo che nei limiti del possibile lo schema dell'esame orale debba rimanere quello che i ragazzi si aspettavano prima di questa crisi, senza variazioni. Non bisogna creare ulteriore confusione. Quindi penso che l'esame orale sarà quello che era stato preventivato, naturalmente con qualche piccola integrazione, dovuta al fatto che non si faranno gli scritti. Ma stravolgere quell'appuntamento significherebbe fare un danno agli studenti, quando invece noi vogliamo riconoscere il loro lavoro.

Il 17 giugno, data in cui si sarebbe dovuta tenere la prima prova di italiano, potrebbe comunque essere il giorno di inizio degli esami?

Per avere delle date dobbiamo prima coordinarci con il comitato tecnico-scientifico, non possiamo deciderlo da soli. Per il ministero quella rimane una data di riferimento, ma abbiamo bisogno di capire insieme agli esperti l'andamento dell'epidemia. Mancano ancora diverse settimane, vedremo se sarà possibile iniziare per quella data, o se servirà uno spostamento.

Entro il 30 aprile la nomina dei commissari interni, entro il 21 maggio si saprà la lista dei presidenti esterni. Quali saranno i prossimi step?

Quando avremo l'ufficialità dell'apertura delle scuole non prima di settembre ci saranno altre ordinanze, con la comunicazione delle modalità di svolgimento dell'orale.

Molti in questo momento si stanno chiedendo perché negli altri Paesi colpiti dal virus riaprono le scuole.

Mi sono messa a studiare i modi in cui gli altri Paesi stanno operando. Ci tengo a dire che ad aver riaperto in questo momento sono solo alcuni Paesi del Nord, in prima linea la Danimarca. Per gli altri si tratta solo di annunci, non corroborati da indicazioni concrete. Ci sono le date, ma è importante sottolineare che non è chiaro come riapriranno. Nel momento in cui noi volessimo replicare un modello messo in campo da un altro Paese dovremmo avere la certezza che quel modello sia efficace nella riduzione del rischio. Ad oggi i documenti disponibili e le interlocuzioni che abbiamo avuto privatamente con i nostri omologhi degli altri Paesi europei non ci danno questa certezza. Si parla certo di distanziamento sociale, dell'utilizzo di dispositivi di protezione, di orari differenziati. Tutto questo però non risolve il problema di fondo che i nostri scienziati ci pongono, e cioè il fatto che tenere un gruppo di persone in un ambiente chiuso per un determinato numero di ore è potenzialmente un modo per riattivare il contagio. Evidentemente questo è un rischio di cui dobbiamo tenere conto. Per il momento un modello da seguire non c'è. Siamo al lavoro anche noi per cercare di individuarne uno. Il nostro comitato si insedierà nelle prossime ore si occuperà proprio di questo. Ma ricordo che rendere sicuri gli assembramenti non è ancora possibile.

Ci si chiede insomma se basterà a garantire la sicurezza sanificare gli ambienti, disporre i banchi a 1 metro e mezzo di distanza, e seguire le norme igieniche, dal momento che i pediatri temono che nella fase 3 proprio i bambini potrebbero diventare veicolo di contagio. Per questo chiedono l'obbligatorietà del vaccino anti-influenzale. Lei è d'accordo? 

Io sono sempre stata favorevole a misure che incentivano la vaccinazione. In questo momento ancora di più perché se si effettua il vaccino anti-influenzale è più facile ricondurre l'eventuale comparsa di sintomi al Covid-19, ed è più facile intervenire per tempo. Uno dei problemi ad esempio nei Paesi scandinavi è che nelle linee guida dei governi si esplicita che se un bambino presenta dei sintomi deve essere immediatamente allontanato dalla scuola. Ma la comparsa dei sintomi, alla luce di quello che abbiamo imparato nelle ultime settimane, potrebbe arrivare molto tardi, rispetto al momento in cui si contrae l'infezione. E quindi si rischia, con queste linee guida, di non limitare il pericolo che si diffonda il virus in classe. Il problema è ancora aperto, per capire come si possano tenere insieme il diritto all'istruzione e il diritto alla salute, che in questo momento sono in conflitto, ed è la prima volta che succede.

La Fondazione Quartieri Spagnoli onlus di Napoli ha lanciato un appello alla ministra Azzolina per chiedere di far tornare in classe a maggio almeno i ragazzi dei quartieri più disagiati. Denunciano che con la didattica a distanza hanno perso il contatto con oltre l'80% degli alunni. Cosa si può fare per combattere la dispersione scolastica?

Non è chiaramente solo un problema di device e connettività, ma sono questioni legate anche ai contesti familiari. La scuola di solito accorcia le distanze, perché in molti casi tenendo i bambini lontani da certe situazioni di disagio fa sì che sia più semplice costruire un percorso di crescita. La didattica a distanza deve essere praticata ovviamente dentro il contesto familiare. Ho letto l'appello, comprendo le loro preoccupazioni. Attraverso un monitoraggio cercheremo di capire quanto la didattica a distanza è concretamente arrivata e dove invece non è arrivata, per individuare gli esclusi. Ma riaprire dei luoghi di aggregazione è comunque un rischio, in una regione, come la Campania, in cui sono state adottate delle misure restrittive molto stringenti, tra le più dure. Dobbiamo trovare un modo per rientrare in contatto con questi bambini e ragazzi che sono scomparsi dai radar, però nello stesso tempo dobbiamo evitare di mettere a rischio loro e le loro famiglie. Fino ad ora abbiamo finanziato con 80 milioni le scuole per la distribuzione di device e connettività, dopo un primo monitoraggio. Ora aspettiamo l'esito del secondo monitoraggio per capire se la dispersione scolastica dipende dall'assenza di strumenti o da condizioni di disagio sociale.

A proposito delle polemiche per la fase due, cosa rispondete ai genitori preoccupati dalla fine del lockdown, che non possono contare sulla scuola o sugli anziani per accudire i figli piccoli? Sappiamo che i voucher baby sitter sono stati poco richiesti (solo 40mila famiglie) e non è ancora chiaro se chi li ha già richiesti potrà fare di nuovo la domanda a maggio. 

È evidente che c'è un problema enorme per le famiglie, nel momento in cui il Paese si rimetterà in moto, in assenza di strumenti di sostegno adeguati. Questi aiuti, come i voucher baby sitter e i congedi parentali, dovranno essere inseriti nel decreto di aprile. Qui però il tema è il diritto all'istruzione e alla socialità, perché quello di cui noi parliamo poco è il fatto che i bambini più piccoli stanno soffrendo la mancanza di contatto con i loro coetanei. Il problema va posto su più fronti. All'interno del nuovo decreto servirà uno specifico ‘pacchetto bambini', misure che ci consentano di rimettere in moto la socialità, se non sarà possibile riportarli a scuola. Bisognerà dare loro modo di recuperare un minimo di relazione, anche se in gruppi ristrettissimi. Perché nessuna didattica a distanza può sostituire il contatto sociale. Anche Franco Locatelli, presidente del Consiglio superiore di sanità (Css), in un'intervista rilasciata oggi, ha confermato che in questo momento c'è un'attenzione in più ai bambini. Questo non vuol dire chiaramente che saranno consentiti grandi assembramenti.

L'idea avanzata da Matteo Renzi di far partire i cantieri all'interno delle scuole è realizzabile?

È assolutamente praticabile. Domani abbiamo la cabina di regia con gli enti locali, regioni, province e comuni, per fare il punto su cosa si può fare ripartire. Alcuni cantieri sono stati chiusi per precauzione, ma immagino che dal 4 maggio alcune attività possano riprendere. Abbiamo stanziato diversi fondi per l'edilizia scolastica, ne stiamo per sbloccare degli altri, quindi il tema non è trovare le risorse, ma mettere in condizione le imprese che hanno già vinto gli appalti di poter lavorare.

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