I toni sono praticamente sempre gli stessi, come avviene dopo ogni vertice sui migranti che si concluda senza sedie che volano o tavoli che vengono ribaltati: “Grande svolta”, “risultato importante”, “finalmente l’Europa si assume le proprie responsabilità”, “l’Italia non sarà più sola nella gestione degli sbarchi”, “ora è chiaro che chi sbarca in Italia arriva in Europa”. Giuseppe Conte e Luciana Lamorgese rivendicano un successo italiano su tutta la linea dopo il mini-vertice di Malta, convinti di aver finalmente impostato le basi per una soluzione nel breve e medio periodo al problema che da anni domina l’agenda pubblica del Paese: i flussi di migranti da Libia e Tunisia, le operazioni di salvataggio in mare aperto e il ruolo delle ONG. Il dato politico, in effetti, è di grande rilevanza: l'Italia rinuncia alle inutili prove di forza muscolari, rompe l'isolamento dovuto alla scriteriata condotta di Salvini e soci, si siede al tavolo con i principali partner europei per cercare la strada della concretezza. Messa da parte l’ambiziosa ma raffazzonata European Multilevel Strategy for Migration, insomma, Conte cerca di giocare di sponda con Francia e Germania, consapevole di muoversi su un campo minato, ma di avere la grande opportunità di disinnescare la principale arma nelle mani della propaganda di Matteo Salvini. I toni trionfalistici di ieri e oggi, però, sono del tutto fuori luogo.

L’accordo trovato a Malta, in verità, è avallato solo da quattro Paesi (Francia, Germania, Italia e Malta) e manca ancora un testo ufficiale. Per il momento, si tratta di una bozza (da discutere al vertice in Lussemburgo dei Paesi membri il 7 e 8 ottobre, su proposta della presidenza finlandese), i cui contenuti sono stati anticipati alla stampa dal ministro dell’Interno e rilanciati con grande enfasi dalla macchina propagandistica della Presidenza del Consiglio. Il patto riguarderebbe solo i migranti che arrivano in Italia e Malta sulla rotta del Mediterraneo Centrale e unicamente quelli soccorsi in mare dalle ONG o direttamente dai due Stati. Per intenderci, restano esclusi gli sbarchi “autonomi” e quelli “fantasma”, che sono particolarmente impattanti per Lampedusa (raggiunta ormai quotidianamente dai cosiddetti “barchini” che arrivano dalla Tunisia). Per i migranti soccorsi da ONG e mezzi militari italiani e maltesi, dunque, sarà attivato un meccanismo automatico di redistribuzione (che dovrebbe essere completato in 4 settimane) e che consentirà di superare de facto il principio di primo ingresso del Regolamento di Dublino (ovvero l’automatismo fra paese di sbarco e richiesta di asilo o protezione internazionale). I dettagli di tale meccanismo non sono ancora chiarissimi, perché non sembrano esserci né quote minime e massime, né l’obbligatorietà per i singoli Paesi di aderire all’accordo. A quanto pare, la redistribuzione riguarderebbe “tutti i richiedenti asilo, e non solo chi ne ha diritto”, per citare le parole di Conte, dunque sarebbe caduto uno dei ostacoli “storici” posti dagli altri Paesi UE all’Italia. La riforma di Dublino, è bene sottolinearlo, resta ancora una chimera, considerando l'orientamento di molti Stati membri e lo scriteriato comportamento di Lega e Movimento 5 Stelle nella scorsa legislatura del Parlamento Europeo.

L’altro punto centrale riguarda la “rotazione dei porti di sbarco”, che sarà sulla base della disponibilità dei singoli Paesi. Non ci sarà alcun automatismo, Malta e Italia resteranno i porti principali, ma di volta in volta potrebbe accadere che “volontariamente” gli Stati aderenti mettano a disposizione i loro porti. Una sorta di rotazione volontaria che però presenta delle complessità evidenti, legate anche all’eventualità che naufraghi già provati dalla traversata siano costretti ad altri giorni di viaggio per raggiungere porti lontani (e non è neanche chiarissimo su quali imbarcazioni dovrebbero farlo, ad esempio nel caso di un salvataggio operato da una ONG).

Restano invece confermati gli accordi con la Libia, che anzi acquistano maggiore centralità con il riconoscimento dell’”ottimo lavoro” che secondo Lamorgese e Conte starebbero facendo i libici nel “contenimento giornaliero” dei migranti. Una valutazione che arriva nel momento in cui l’ONU sottolinea in un rapporto le enormi problematicità della gestione libica e ci sono ulteriori riscontri dei crimini commessi proprio dalla guardia Costiera libica. Tra l’altro, proprio rispondendo a una domanda sul “pull factor”, Conte lascia intendere come tali accordi potrebbero subire una implementazione e ribadisce un punto essenziale: l’Italia non abbandonerà “la strada del rigore, il diritto a regolare gli ingressi e a combattere i trafficanti che alimentano i percorsi della morte”. Tradotto: gli accordi di Minniti non si toccano, anzi si ampliano; la linea di Salvini va proseguita, nessun tagliando al decreto sicurezza bis e resta la possibilità di interdire l’ingresso nelle acque italiane alle ONG; nessuna certezza sui tempi entro i quali saranno portate a termine le operazioni di soccorso (“si entra alle condizioni che diciamo noi, quando e come decidiamo noi”); le ONG restano sorvegliate speciali, visto che “non è che perché c'è un clamore mediatico internazionale possiamo creare un trattamento di favore” (???).

È importante sottolineare, infine, come l’accordo investa soltanto Italia e Malta, non dunque i migranti che arrivano in Spagna e Grecia da altre rotte. Se ci riferiamo al solo 2019, dunque, il patto avrebbe riguardato circa 8500 migranti, mentre nella sola Grecia ne sono giunti 42mila e in Spagna circa 20mila. È chiaro che, in presenza di un meccanismo del genere i flussi potrebbero subire modificazioni, ma è altrettanto evidente come Spagna e Grecia potrebbero spingere per un approccio diverso, che ampli il raggio di azione della UE. Nei fatti, dunque, il vertice in Lussemburgo potrebbe essere tutt’altro che una passeggiata di salute e l’accordo di Malta rischia di essere debole in partenza, perché senza quell’ampia condivisione che appare essenziale.

Il patto a 4 + 1 di Malta, insomma, va visto come un buon risultato politico, perché avvia un percorso di condivisione di scelte e di responsabilità. Ma la ratio che sostiene alcune scelte appare molto discutibile, perché non solo non risolve problemi endemici e strutturali, ma si muove in perfetta continuità con le fallimentari e discutibilissime politiche degli ultimi mesi: mano libera ai libici, approccio emergenziale per flussi tutto sommato gestibili, criminalizzazione del soccorso in mare da parte delle ONG, disimpegno europeo nella search and rescue dei migranti, approccio manicheo nella distinzione fra "chi ha diritto e chi no" di entrare in UE, zero certezze sulla creazione di canali umanitari sicuri, zero investimenti concreti sulle politiche di sviluppo. Difficile, davvero difficile, parlare di svolta epocale.