Ho denunciato quest’uomo per abusi domestici più volte, non mi hanno creduto e non hanno creduto neanche a mio figlio. Mi hanno detto che era vittima di ‘alienazione parentale’, che lo plagiavo in pratica. Lo Stato, dal quale ero andata in cerca di protezione, mi ha invece costretto a consegnare Federico, otto anni e mezzo, nelle mani del padre, un uomo malato, violento, che lo ha ucciso a colpi di coltellate durante una di queste visite obbligatorie. Erano dentro una Asl, un luogo che doveva essere protetto”. Federico muore il 25 febbraio 2009, la madre, Antonella Penati, ha fondato la Onlus Federico nel cuore che combatte “questa spazzatura della sindrome di alienazione parentale (Pas)” dando supporto alle vittime, grazie anche al lavoro "di professionisti, come la perito e medico legale Maria Serenella Pignotti, da oltre venti anni in prima linea contro la Pas".  Il suo caso è arrivato alla Corte europea dei diritti dell’uomo, Penati ha denunciato l’Italia per la mancata applicazione della Convenzione di Istanbul (sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne), e per la violazione dell’articolo 2 della CEDAW, la Convenzione contro le discriminazioni della donna. Strasburgo è la sua ultima speranza per trovare giustizia.

Nel frattempo a Bruxelles i sostenitori della Pas si sono incontrati nelle aule del Parlamento europeo. L’iniziativa è stata promossa dal deputato Klaus Buchner, un tedesco che siede nelle fila dei Verdi. Il gruppo politico si è dissociato: “E’ stato chiesto al deputato di rimuovere il logo del gruppo”, mentre l’eurodeputata Alexandra Geese (sempre nei Verdi, ma con il partito tedesco “Die Gronen” e non nell’Odp come il collega) precisa: “Siamo sempre stati paladini dei diritti delle donne, non supportiamo questa iniziativa, ma è un deputato che esercita il suo libero mandato e il gruppo non ha nessuno strumento per impedirglielo, è una questione di democrazia”. Un po’ poco per le associazioni in Italia che si dicono “offese” da questo incontro.

Parlare di alienazione parentale significa parlare di una teoria priva di basi scientifiche che viene strumentalmente utilizzata per mitigare la potenza delle donne che hanno preso parola sulle violenze subite e che hanno svelato questo sistema di potere. Le loro voci ci obbligano ad ascoltare”, dichiara Elisa Ercoli, presidente di Differenza Donna, che aggiunge: “La nostra non è una posizione ideologica, è molto semplice da spiegare: se non c’è un criterio scientifico significa che non c’è un modo per distinguere chi è presumibilmente affetto da questa condizione e chi no, il giudizio è completamente arbitrale, affidato al perito che viene coinvolto. Assurdo che proprio il Parlamento europeo, dal quale sono uscite direttive a tutela delle donne, sia il teatro di simili incontri”.

Durante l’iniziativa si sono alternati relatori dalla Germania, dall’Irlanda e dall’Italia, tutti d’accordo nel dire che è “arrivato il momento di eliminare i pregiudizi sulla Pas e fare finalmente chiarezza”. Tra i dubbi sulla Convenzione di Istanbul “colpevole di non prendere in considerazione il diritto di famiglia”, richiami alla politica “che non ascolta”, il messaggio si chiarisce con il discorso finale del co-organizzatore Riedmeier: “La politica sulla famiglia è fatta da donne, almeno in Germania sono loro a occupare posizioni di rilievo nei ministeri competenti, quindi è chiaro che favoriranno sempre le madri, lasciando i padri in secondo piano”.

Il termine Pas è diventato obsoleto anche tra i sostenitori, cambia nome: madre oppositiva, genitore ostativo, relazione iper-tutelante, ma le pratiche rimangono le stesse. Secondo Marco Pingitore, psicologo e relatore nella conferenza di Bruxelles “non è corretto parlare di sindrome, non c’è una condizione medica, ma è un fenomeno psicologico esclusivamente riscontrabile all’interno del tribunale in un contenzioso di separazione”. Pingitore è attento anche a sottolineare “che non si può parlare di alienazione nei casi di violenza sessuale. Se un uomo, ma anche una donna perché bisogna ricordare che i maltrattamenti possono esserci da entrambe le parti,  è stato condannato in sede penale allora è chiaro che c’è una situazione pericolosa per il minore”. “I professionisti della giustizia dovrebbero interrogarsi su quanto sono formati sulla violenza di genere prima di alimentare questa pericolosa teoria senza nessun fondamento scientifico – ribatte Ercoli -, nelle discussioni pubbliche si mantiene un tono neutro che maschera il vero progetto: silenziare le donne. Il nostro ordinamento protegge anche chi sceglie di  non denunciare penalmente una violenza, ma sceglie di parlarne all’interno di un processo civile”.

Che cosa è l’alienazione parentale

La teoria arriva dagli Stati Uniti con il medico Richard Gardner che sostiene la presenza di una sindrome nei bambini che vengono allontanati (alienati) da un genitore assumendo i giudizi e i comportamenti dell’altro. Secondo Gardner questi bambini devono essere “resettati” per recuperare il rapporto con il genitore che hanno rifiutato. Non c’è nessuna base scientifica a supporto di questo pensiero: l’Organizzazione mondiale della Sanità non la riconosce, non è considerata dalla American Psychological Association, non è nominata nel Manuale diagnostico-statistico dei disturbi mentali (DSM) che è la fonte per i disturbi psichiatrici riconosciuta in tutto il mondo. In Italia la Cassazione si è pronunciata ben due volte (Sentenze 7041/2013 e 13274/2019) per metterne in discussione la validità scientifica e l’applicazione in tribunale nei casi di affidamento dei figli.

“E’ come se si fosse sviluppata una psicologia giuridica, completamente distorta, che viaggia parallela a quella clinica” commenta Bruna Rucci, psicologa e psicoterapeuta, consulente di parte nei casi di Pas. “Nei tribunali c’è un pregiudizio estremo per la figura materna – continua Rucci – Nei casi civili la parola ‘violenza’ scompare e viene sostituita da ‘conflitto’. Una donna massacrata di botte, con le costole rotte, è un conflitto? Le donne non vengono credute, i loro consulenti, che dovrebbero tutelarle, chiedono invece di tenere un profilo basso, di essere conciliative. Sai a quante madri è stato chiesto di ritirare le denunce per violenza domestica per abbassare le tensioni durante l'affidamento dei figli?”.

Quando una donna denuncia una violenza si scaglia contro “il sistema”, quel girone infernale di burocrazia che non ha nome e di fronte al quale ci si sente impotenti. Troppi e continui i casi di denunce ignorate “e anche se sul penale sono stati fatti dei passi in avanti, si ottengono dei provvedimenti, è sul civile che si gioca la partita della violenza di genere”, dichiara Teresa Manente, responsabile dell’ufficio legale di Differenza Donna. Per Manente: “Quando hai un uomo maltrattante non ti liberi con la separazione, è lì che le minacce e le violenze si rafforzano. I figli diventano l’occasione per continuare a controllare e esercitare potere sulla donna. Trovo assurdo che una donna che denuncia venga immediatamente sottoposta a una consulenza tecnica che deve valutare la sua capacità genitoriale, viene messa sullo stesso piano dell’uomo maltrattante. Sono processi dolorosi e gravosi, sotto tutti i punti di vista, anche quello economico: non solo la donna deve pagare il proprio consulente di parte per potersi difendere, ma è costretta anche a pagare la consulenza d’ufficio. Ma come fa una donna a denunciare quando deve sopportare tutto questo iter e sentirsi colpevolizzata in ogni momento?

Cosa sta succedendo in Italia

Il dibattito sul tema si è acceso con il ddl Pillon che nel suo disegno di riforma del diritto di famiglia si poneva l’obiettivo di contrastare l’alienazione parentale, riconoscendo quindi legittimità a questo fenomeno. Il Governo è cambiato, il decreto è nei cassetti della Commissione Giustizia, ma lo spettro dell’alienazione parentale non è stato archiviato. “Anche se il Pillon non è passato ogni giorno nei tribunali ci sono sentenze che applicano quei principi”, dice Penati. Il tema è dibattuto anche all’interno della Commissione d’inchiesta per il femminicidio, presieduta dalla senatrice Valeria Valente: “Stiamo lavorando con un’indagine a tappeto per chiedere dati a tutte le istituzioni coinvolte. C’è un enorme sottovalutazione di quello che accade nei tribunali civili. Non possiamo permettere a chi crede in questa teoria a-scientifica di intervenire in queste sedi. E’ necessario formare tutti gli operatori e leggere il fenomeno della violenza di genere per quello che è: uno squilibrio di potere nel rapporto in cui l’uomo si sente in diritto di trattare la donna come un oggetto di sua proprietà”.