“Con tutto il rispetto per lo spread, viene prima il lavoro, prima vengono gli italiani. E se per ridare il lavoro agli italiani bisogna ridiscutere vincoli europei che non funzionano è mio dovere farlo”. Qualunque cosa volesse dire Matteo Salvini (di che vincoli parla? Con chi intende ridiscuterli? Con quale gruppo UE? Per fare cosa? In che senso la crescita dello spread sarebbe una cosa positiva per il lavoro degli italiani?), è bastato per dimostrare ancora una volta uno degli assunti base della politica italiana ai tempi del governo Conte: Lega e Movimento 5 Stelle sono in grado di coprire l’intero dibattito pubblico, lasciando alle altre forze politiche solo risicati spazi di agibilità e visibilità. Lega e 5 Stelle, in sintesi, sono a un tempo maggioranza e opposizione, alleati e nemici, forze di governo e di protesta. E danno vita a una continua replica di un copione che ha la capacità di adattarsi a diversi argomenti. Anche ai più complessi, come testimonia la "gentile polemica" dei 5 Stelle sulle inchieste per corruzione che coinvolgono membri leghisti o sulle incompatibilità dei candidati del Carroccio.

La Lega è l’opposizione al governo che stoppa (o almeno ritarda) la TAV. Spadafora e Di Maio parcheggiano il del Pillon. Di Maio lancia l’allarme sulla deriva estremista di destra della Lega, suo alleato di governo. Salvini incalza il governo affinché si occupi di “cose serie” e adoperi il “buonsenso”. Di Maio (lo so, sembra assurdo) è la voce più autorevole sulla censura e la repressione della polizia nei confronti dei contestatori del ministro Salvini. Il ministro dell’Interno fa saltare il principio cardine della “piattaforma etica” 5 Stelle (sul caso Diciotti). I 5 Stelle defenestrano un sottosegretario leghista. Salvini scavalca continuamente le competenze di Trenta e Toninelli, i grillini giocano di sponda con Conte per limitare i danni sulla questione sbarchi.  E, davvero, potremmo andare avanti a lungo con esempi del genere (la vetta probabilmente l'ha raggiunta in questi giorni uno dei principali giornali italiani, che ha pubblicato lo spin secondo cui ci sarebbe una cordata "di sinistra", tra politici e dirigenti 5 Stelle, che starebbe lavorando per aprire le porte al PD…).

Il punto è che questa commedia è resa possibile da due ragioni, semplici e complesse allo stesso tempo: le insidie del piano B di Lega e Movimento, la disastrosa condizione in cui versano le opposizioni. Cominciamo dal secondo punto: le opposizioni.

Fratelli d’Italia è in una posizione complicata, Meloni deve riuscire a sopravvivere a destra nonostante la presenza ingombrante di Salvini, che punta all’egemonia anche in quello spazio. Anche per questo non può permettersi elezioni a stretto giro, visto che in caso di polarizzazione sulla figura di Salvini gli elettori potrebbero votare in massa per il ministro dell’Interno. Il ruolo di opposizione / soccorso nero in caso di difficoltà della maggioranza è chiaramente un limite enorme, che gli ultimi sondaggi evidenziano con chiarezza.

Forza Italia è sempre in bilico fra esistenza e disgregazione (che a livello locale è già cominciata), ma soprattutto manca di una leadership spendibile e la ritrosia di Berlusconi nel lasciare campo libero a Tajani potrebbe essere un ulteriore problema. A maggior ragione quando aspiri a essere "la casa dei moderati", ma continui a chiedere supporto, alleanza e futuro all'uomo che ha sposato la causa della destra populista e sovranista e che non disdegna di strizzare l'occhio all'estrema destra post-fascista.

Il Partito Democratico è un cantiere aperto e non potrebbe essere altrimenti. Zingaretti ha ereditato una situazione complessa e forse irrecuperabile, contribuendo ad aumentare la confusione dal punto di vista programmatico – ideologico con l’ansia di “tenere dentro tutto e tutti”. E col vecchio pallino del "non spaventare i moderati". Dopo aver regalato mezzo simbolo a Calenda, preso posizione in maniera debole sul clima di tensione che si respira nel Paese, rinunciato a “picchiare duro” sulla gestione dei flussi migratori (anzi…), esternato la propria avversione su patrimoniale, legalizzazione droghe leggere e diminuzione dell’orario di lavoro, Zingaretti si è trovato a dover fronteggiare durissime critiche da sinistra e a giustificare una posizione francamente ambigua rispetto a una eventuale alleanza coi 5 Stelle. A sinistra, infine, si replica lo psicodramma delle divisioni all’infinito, con responsabilità diverse e più o meno gravi degli attori in gioco.

Non c'è un piano B, perché per Lega e M5s il governo Conte è il minore dei mali

Tutto sommato, è una questione semplice. Non c’è alternativa a questa alleanza, o almeno Salvini e Di Maio sembrano esserne convinti. Intendiamoci, le Europee non resteranno senza conseguenze a stretto giro, ma tutto lascia pensare che la cosa si risolverà con un rimpasto di governo e un riequilibrio a favore della Lega. Di nuove elezioni non se ne parla, a meno di improbabili colpi di testa di Salvini. È vero che votare ora significherebbe con buona probabilità garantire al centrodestra la maggioranza dei seggi a Camera e Senato, ma, date le tempistiche e il contesto, il primo provvedimento del nuovo governo sarebbe l’aumento dell’IVA o la cancellazione di alcune riforme centrali del Governo Conte: non proprio lo spot migliore del governo Salvini I. Peraltro, la storia recente del nostro Parlamento, dimostra che le legislature “tendono” a durare 5 anni, non fosse altro che per la ritrosia con cui i parlamentari affrontano l’ipotesi di rimettere il loro mandato.

Anche perché, nonostante se ne sia parlato molto, in caso di crisi di governo nessuno ci ha mai detto chi potrebbe sostenere e con quali voti una soluzione diversa dal ritorno alle urne, che sia un governo tecnico o istituzionale. E l’ipotesi di un clamoroso ribaltone organizzato da PD e M5s è semplicemente lunare, buona per alimentare retroscena e polemichette autoreferenziali.