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Strage di Bologna del 2 agosto 1980: Mimì, salvo per una sigaretta e costretto a spiegare perché fosse ancora vivo

Il marittimo di Procida si allontanò dalla sala d’attesa lasciando le valigie per recarsi al bar. Dopo l’esplosione, la sua salvezza provocò una domanda tanto comprensibile quanto surreale.
Mimì Lauro
Mimì Lauro

Alle ore 10.25 del 2 agosto 1980, una bomba esplose nella sala d’attesa di seconda classe della stazione ferroviaria di Bologna. La strage provocò 85 morti e oltre 200 feriti, segnando una delle pagine più drammatiche della storia della Repubblica.

Tra le persone presenti in stazione quella mattina c’era anche Mimì Lauro, un marittimo di Procida che, dopo essere sbarcato a Genova, stava tornando a casa. In attesa del treno, si trovava nella sala di seconda classe con le sue valigie.

A un certo punto decise di lasciarle lì per raggiungere il bar. Voleva bere un caffè e fumare una sigaretta. Un gesto ordinario, legato a un’abitudine di anni, che in quella circostanza produsse un effetto del tutto imprevedibile: lo allontanò dal punto dell’esplosione pochi istanti prima della deflagrazione. Quando la bomba esplose, Mimì era ancora al bar. La sala d’attesa venne devastata e le sue valigie furono coinvolte nello scoppio. Lui si salvò perché, proprio in quel momento, aveva deciso di concedersi una pausa.

È uno dei paradossi che talvolta accompagnano le vicende umane: una sigaretta, simbolo di un “vizio” e universalmente riconosciuto come pericoloso, finì per salvargli la vita. Non certamente per le sue caratteristiche, ma perché il desiderio di fumarla lo portò lontano dalla sala nel momento decisivo. Il destino, se così vogliamo chiamarlo, sembrò servirsi proprio di ciò che abitualmente fa male per tenerlo in vita.

Nell’immediato, tuttavia, quella straordinaria coincidenza generò una situazione difficile da comprendere. Un carabiniere si avvicinò al marittimo procidano e gli chiese chi fosse e dove si trovasse prima dell’esplosione. «Ero nella sala d’attesa di seconda classe. Lì avevo lasciato anche le mie valigie», spiegò.

La risposta provocò una domanda che, nella concitazione di quei momenti, poteva nascere dall’esigenza di ricostruire rapidamente quanto accaduto, ma che alle orecchie di Mimì apparve quasi surreale: «Se le tue valigie erano lì, perché tu non sei morto?». Per qualche istante la circostanza della sua salvezza apparve inevitabilmente anomala: un uomo aveva lasciato i propri bagagli nella sala colpita dalla bomba e si era allontanato poco prima dell’esplosione. In un contesto dominato dal caos, dalla paura e dalla necessità di verificare ogni elemento, quel particolare non poteva passare inosservato.

La domanda del carabiniere non rappresentava dunque un'accusa. Esprimeva piuttosto lo sconcerto di fronte a una coincidenza difficile da spiegare. Eppure, per chi era appena scampato alla morte, sentirsi chiedere perché fosse ancora vivo dovette avere un effetto profondamente strano.

Mimì si trovò così nella condizione paradossale di dover spiegare non una colpa, ma la propria fortuna. Le valigie erano rimaste nel luogo della strage; lui, invece, si trovava al bar. A separarlo dalla morte erano stati pochi metri, pochi minuti, un caffè e una sigaretta.
La sua storia non modifica la dimensione collettiva della tragedia e non attenua il dolore per le 85 vittime. Offre, tuttavia, uno spaccato significativo di ciò che accadde nelle ore immediatamente successive alla strage: la confusione, le verifiche, le domande e la difficoltà di distinguere, in quei primi momenti, una coincidenza da un comportamento che poteva apparire insolito.

Mimì non cercò spiegazioni definitive. Si considerò semplicemente fortunato. In quella mattina del 2 agosto 1980, il destino aveva scelto per lui un percorso imprevedibile: una delle tanto odiate sigarette, lo aveva spinto fuori dalla sala d’attesa e gli aveva salvato la vita.

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