Uno dei vigili indagati a Milano: “Usavamo modi strani, ma così riuscivamo ad arrestare i pusher”
"Certamente venivano usate modalità bislacche, ma era un modo per ottenere risultati che anche la catena gerarchica alimentava". È la sintesi dell'interrogatorio di uno dei sei agenti di polizia locale indagati per una serie di arresti legali e per i quali la Procura di Milano è tornata a chiedere il carcere. Assistito dall'avvocato Roberto Grittini, il vigile 55enne ha risposto per circa tre ore alle domande del giudice per le indagini preliminari Elio Sparacino. "Ha riconosciuto le sue sbavature e gli errori", ha dichiarato il suo legale, "ma dire che abbia ammesso illeciti è troppo forte". Oggi, venerdì 9 ottobre, saranno ascoltati altri due vigili, mentre il prossimo 13 ottobre toccherà agli ultimi due e alla commissaria Ilenja Sabato ritenuta a capo del gruppo.
I vigili indagati sono saliti a 15
L'inchiesta, coordinata dai pm Giovanni Tarzia e Francesca Celle, aveva portato lo scorso agosto all'arresto e all'ordinanza di custodia cautelare in carcere per sei agenti della polizia locale di Milano. Uno dopo l'altro, nei giorni successivi, hanno presentato ricorso al Tribunale del Riesame ottenendo i domiciliari. Le indagini, nel frattempo, hanno ricostruito un totale di otto casi di presunti arresti illegali. I capi d'imputazione, a vario titolo, sono 33 e le ipotesi di reato sono anche di falso, peculato e calunnia. Mentre il numero totale degli indagati è salito a 15, il pm Tarzia è tornato a chiedere il carcere per i primi sei.
Uno di loro, un 55enne, è stato interrogato questa mattina dal gip. Già il Riesame aveva giudicato le dichiarazioni fornite dagli indagati come "decisamente ambigue su profili significativi", descrivendo la loro presunta "spregiudicatezza dell'agire delittuoso". Come riferito dall'avvocato Grittini, davanti al gip Sparacino il 55enne avrebbe "riconosciuto le sue sbavature e gli errori", ma "dire che abbia ammesso illeciti è troppo forte".
"Interpretazioni un po' diverse delle regole, ma che assicuravano dei pusher alla giustizia"
In sostanza, la "squadretta" comandata da Sabato avrebbe dato "interpretazioni un po' diverse delle regole" e che questo "era un modo per ottenere risultati che anche la catena gerarchica alimentava". Il vigile avrebbe rivendicato il proprio modo di agire, in quanto così facendo "assicuravano dei pusher alla giustizia", escludendo "ambizioni di carriera". Per quanto riguarda l'accusa di aver condotto operazioni sotto mentite spoglie e di non riportare il nome degli informatori nei verbali di arresto, il vigile avrebbe dichiarato come "spesso negli arresti si usano gli informatori e si vuole evitare per loro una punizione".
Secondo la difesa, in conclusione, non ci sarebbero esigenze cautelari per riportare il 55enne in carcere, in quanto "non lavora più in strada, non fa più arresti né perquisizioni". Gli interrogatori termineranno il prossimo 13 ottobre, dopodiché il giudice Sparacino dovrà decidere se accogliere o meno la richiesta della Procura dell'aggravamento delle misure cautelari.
Secondo la Procura, ci sarebbe il "concreto e attuale pericolo di inquinamento probatorio" e il rischio di "reiterazione criminosa", anche per "l'elevatissima capacità criminale" dimostrata dai sei indagati. Per i pm Tarzia e Celle, tra loro esisterebbe un contesto "relazionale e organizzato", nel quale potrebbero verificarsi condotte di reciproca protezione e tentativi di alterare le prove. Durante i vari interrogatori che si sono già tenuti, i vigili avrebbero ammesso solo circostanze "già note e comprovate", senza "mai menzionare" i numerosi episodi contestati. I domiciliari, dunque, per gli inquirenti non sarebbero sufficienti, in quanto avrebbero margini di libertà per alterare le prove, come soggetti "ai margini della legalità" che hanno reso dichiarazioni e che sarebbero "più esposti a intimidazioni".