
C'è un passaggio nella nota diffusa ieri, martedì 23 giugno, dal consigliere regionale Marco Bestetti che merita più attenzione di tutte le altre dichiarazioni sulla sicurezza e sui rimpatri. Non è la difesa del Cpr di via Corelli, prevedibile da Fratelli d'Italia. Non è la contrarietà alla sua chiusura. Ma l'invito a "valutare" l'attivazione di un secondo Centro di permanenza per il rimpatrio in Lombardia.
Una frase apparentemente secondaria che, però, racconta molto bene la direzione politica imboccata dalla destra negli ultimi anni: quando una struttura è contestata, problematica e al centro di continue polemiche, invece di chiedersi se il modello funzioni davvero la priorità è ragionare su come replicarlo. È quanto accaduto anche con il Cpr in Albania. Che sta accadendo con il progetto della nuova struttura prevista a Castel Volturno e la proposta di aprirne uno anche a Genova.
Ora l'idea è approdata anche in Lombardia e il ragionamento implicito sembra essere questo: se un CPR non basta, costruiamone un altro. Eppure la domanda più ovvia resta ancora senza risposta: se via Corelli viene descritto dagli stessi sostenitori come una struttura da riorganizzare, controllare e sottoporre a standard più rigorosi, perché dovrebbe diventare il modello da duplicare?
Negli ultimi anni il Cpr milanese è stato, infatti, associato a un lungo elenco di criticità: proteste, rivolte, episodi di autolesionismo, denunce sulle condizioni di trattenimento, interrogazioni parlamentari, ispezioni e richiami da parte di associazioni e organismi di tutela dei diritti. Un centro che, dunque, continua a essere raccontato come necessario ma che, allo stesso tempo, sembra richiedere continui interventi correttivi per affrontare problemi mai davvero risolti. Eppure proprio da questa esperienza dovrebbe nascere il "Corelli bis".
È qui che emerge il paradosso della posizione espressa da Bestetti. Nella stessa nota in cui definisce via Corelli una "struttura strategica", il consigliere di Fratelli d'Italia sostiene la necessità di "potenziare e riorganizzare le strutture esistenti" e invoca un intervento normativo per ridefinire "regole di funzionamento, controlli e standard strutturali e organizzativi". Una formulazione che, però, finisce per tradire involontariamente il problema. Perché se una struttura necessita di essere riorganizzata, se richiede nuovi standard, nuovi controlli e perfino una revisione legislativa per garantirne il corretto funzionamento, allora significa che qualcosa nel modello attuale non sta funzionando come dovrebbe. Eppure la conclusione che viene tratta non è quella di interrogarsi sulle ragioni di queste criticità, ma quella di "valutare anche l'attivazione di un secondo CPR in Lombardia". Una singolare forma di pianificazione politica: prima si riconoscono le falle, poi si ragiona su come estenderle.
È la stessa logica che sembra accompagnare molte delle più recenti politiche governative in materia di flussi migratori. Di fronte alle criticità emerse nei Cpr esistenti, alle denunce sulle condizioni di trattenimento e persino ai richiami arrivati dalla Corte costituzionale, la risposta non è fermarsi a verificare se il modello sia davvero sostenibile e compatibile con il rispetto dei diritti fondamentali, ma aumentare la capacità del sistema: più posti, più strutture, più trattenimenti. Come se il problema fosse la quantità e non la natura stessa di luoghi che da anni producono polemiche, contenziosi, proteste e accuse di violazioni dei diritti delle persone trattenute.
Non è un caso che questo dibattito si sviluppi proprio mentre cresce il numero delle voci critiche nei confronti dell'intero sistema dei Cpr. Associazioni, organizzazioni umanitarie, garanti dei diritti delle persone private della libertà, giuristi e magistrati hanno evidenziato negli anni criticità che vanno ben oltre la semplice gestione quotidiana delle strutture. La stessa Corte costituzionale, con la sentenza n. 96 del 2025, ha richiamato il legislatore alla necessità di intervenire su una disciplina che presenta evidenti lacune sul piano delle garanzie per le persone trattenute.
L'idea di un secondo Cpr lombardo nasce così: non dalla soluzione delle criticità emerse a via Corelli, ma dalla loro progressiva normalizzazione. Le disfunzioni diventano un dettaglio amministrativo da correggere lungo il percorso, mentre il presupposto fondamentale – l'espansione del sistema – resta intoccabile. E forse è questo il passaggio più significativo della nota di Bestetti. Perché rivela uno spostamento del dibattito pubblico: non ci si chiede più se il modello dei Cpr abbia dimostrato di funzionare, ma quanti altri centri sia opportuno aggiungere alla rete esistente. Quando, però, una politica smette di interrogarsi sui propri risultati e comincia semplicemente a replicare sé stessa, il rischio non è quello di rafforzare una soluzione. È quello di trasformare un fallimento in un programma.