Tre tentativi di suicidio al giorno nel Cpr di via Corelli a Milano, la denuncia: “Va chiuso, è fuori controllo”

Un'altra corda appesa. Ma poteva essere una lametta, una batteria, un pezzo di metallo. Dentro il Cpr (Centro di Permanenza per i rimpatri) di via Corelli a Milano gli oggetti cambiano, il gesto no. E nemmeno la frequenza: circa tre tentativi di suicidio al giorno, stando ai dati raccolti dalla rete Mai più lager – no Ai Cpr. Gesti compiuti anche dalla stessa persona, più volte nello stesso giorno. Per quanto allarmanti, però, tali numeri non sono un picco, non sono un'emergenza improvvisa: da tempo sono diventati la normalità all'interno del Centro.
La rete Mai più lager – no Ai Cpr racconta da tempo questa situazione, raccogliendo quelle immagini e testimonianze che riescono a filtrare all'esterno. Non tutto, però, viene documentato: dipende da chi è disposto a rischiare per far uscire un video, una foto, una prova. Ma il quadro è chiaro. C'è chi prova a impiccarsi con una corda improvvisata – "possono essere le maniche della felpa, i lacci delle scarpe, anche sacchetti" – chi ingerisce pezzi di plastica o metallo, chi si ferisce con ciò che trova: lo shampoo, le batterie del telecomando, qualsiasi cosa può diventare uno strumento di autolesionismo per "chi è intrappolato in uno spazio che schiaccia e distrugge", ha riferito la rete a Fanpage.it.
Eppure, fuori da lì tutto resta sullo sfondo. Un fenomeno quotidiano, che – di fatto – viene ignorato. Bisogna che circoli un video particolarmente crudo perché se ne torni a parlare per qualche ora, prima che cada di nuovo nel silenzio. Almeno finché è ancora possibile, perché lo scorso 10 aprile è stato bollinato dalla Ragioneria generale dello Stato il disegno di legge sull'immigrazione già approvato dal Consiglio dei ministri che interviene direttamente sul sistema dei Cpr, prevedendo la possibilità per i trattenuti di utilizzare soltanto telefoni senza telecamera. Una misura che – di fatto – legittima un sistema che sembra voler trasformare i Cpr in veri e propri buchi neri.
Come se non bastasse, il 21 aprile scorso dentro questo sistema sono finiti anche dei minori. Sul tema è tornato anche Luca Paladini, consigliere regionale di Patto Civico, che ieri, martedì 5 maggio, in Regione Lombardia ha chiesto spiegazioni all'assessore Guido Bertolaso. "Com'è possibile trattenere per oltre 24 ore dei ragazzi in un Cpr, luogo che per definizione non dovrebbe nemmeno sfiorarli?", ha domandato, sottolineando che la "vergogna dei Cpr non risparmia neanche i 14enni". E il punto è proprio questo: non si tratta di un errore isolato, ma dell'ennesima dimostrazione che in questi Centri le garanzie giuridiche si piegano fino a scomparire.
Nel frattempo, però, dentro il Corelli le persone continuano a cercare di togliersi la vita perché la detenzione amministrativa diventa un limbo senza senso, dove – come spesso denunciato da Fanpage.it – le persone sono costrette a subire "torture" e "condizioni disumane". "Segregate e annullate per un illecito amministrativo", ha rincarato la rete. "Quello di non avere un pezzo di carta che la legge stessa oggi impedisce loro di avere".
Per questo non basta parlare di "criticità" o di un "miglioramento necessario". Non basta promettere verifiche o protocolli più efficienti, perché il problema è strutturale: è un sistema che normalizza il gesto estremo fino a renderlo parte della routine quotidiana. "I Cpr vanno chiusi. Ieri, possibilmente", ha concluso Paladini. E dopo l'ennesima corda appesa, dopo l'ennesimo tentativo di suicidio, non sembrano esserci altre parole possibili.