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OPINIONI

La sicurezza non può essere una scusa per ignorare l’umanità: ciò che De Corato non dice sul Cpr di Milano

Riccardo De Corato, deputato alla Camera di Fratelli d’Italia, ha ridotto il Cpr di via Corelli a Milano a una questione di ordine pubblico, ignorando denunce e condizioni disumane, ma la sicurezza non può cancellare dignità e diritti.
Riccardo De Corato, deputato alla Camera di Fratelli d’Italia
Riccardo De Corato, deputato alla Camera di Fratelli d’Italia

Le dichiarazioni del deputato Riccardo De Corato sul Cpr di via Corelli a Milano restituiscono una fotografia comoda, semplificata e profondamente parziale di una realtà molto più complessa. Da un lato gli "uomini in divisa" che tutelano la sicurezza, dall'altro i "clandestini", descritti quasi esclusivamente come recidivi responsabili di reati gravissimi. In mezzo, il vuoto. Un vuoto che, però, è fatto di rimozioni, omissioni e semplificazioni che finiscono per deformare il dibattito pubblico.

Il racconto parziale di De Corato sul Cpr di Milano

Nessuno mette in discussione il lavoro delle forze dell'ordine né il diritto dello Stato a gestire i flussi migratori e a garantire la sicurezza dei cittadini. Ma ridurre il tema dei Cpr a una questione di ordine pubblico significa ignorare deliberatamente ciò che accade all'interno di queste strutture e le numerose denunce che negli anni hanno sollevato associazioni, avvocati, garanti dei detenuti e organizzazioni per i diritti umani.

Colpisce soprattutto il fatto che De Corato abbia scelto di esprimere solidarietà esclusivamente agli operatori del centro, senza spendere una parola per le condizioni di vita delle persone trattenute. Eppure le numerose testimonianze emerse dal Cpr di Milano raccontano una realtà ben diversa dalla rappresentazione rassicurante proposta dall'esponente di Fratelli d'Italia: persone private della libertà senza avere necessariamente commesso reati, trattenute per mesi in condizioni spesso degradanti, tra isolamento, privazioni e forte sofferenza psicologica. Una condizione che è stata documentata anche da Fanpage.it attraverso le testimonianze di chi ha trascorso parte della propria vita all'interno del Centro e ha contribuito a rendere visibile un sistema segnato da condizioni estreme e una sistematica violazione dei diritti fondamentali.

La questione centrale non è, infatti, negare l'esistenza di problemi di sicurezza né ignorare che tra i trattenuti possano esserci persone con precedenti penali. Il punto è un altro: uno Stato di diritto si misura proprio da come tratta le persone più vulnerabili e "meno popolari". I diritti fondamentali non possono essere riconosciuti solo a chi ci è simpatico o a chi possiede tutti i documenti in regola. Se all'interno dei Cpr avvengono trattamenti incompatibili con il rispetto della dignità umana, il problema riguarda tutti, indipendentemente dalla nazionalità o dallo status giuridico delle persone coinvolte.

Ancora più discutibile è il tentativo di collegare la visita dell'eurodeputata Ilaria Salis agli scontri successivamente avvenuti nel Centro. Una correlazione suggerita senza dimostrare alcun nesso causale concreto. Attribuire tensioni e proteste alla presenza di chi denuncia le condizioni del Cpr significa spostare l'attenzione dalle cause alle conseguenze. Le rivolte non nascono dalle visite dei parlamentari: nascono spesso da condizioni percepite come insostenibili da chi è costretto a viverle quotidianamente.

Il rischio di questa narrazione è evidente. Quando si descrivono i trattenuti esclusivamente come "clandestini" e "criminali", si crea il terreno culturale per giustificare qualsiasi abuso, per minimizzare qualsiasi denuncia e per considerare irrilevante qualsiasi sofferenza. È un processo pericoloso, perché disumanizza le persone e rende accettabili pratiche che, se applicate ad altri soggetti, susciterebbero immediata indignazione.

La sicurezza è un valore fondamentale. Ma in uno Stato democratico sicurezza e diritti non dovrebbero essere termini alternativi, ma qualcosa in grado di rafforzarsi reciprocamente. Per questo motivo, difendere il lavoro delle forze dell'ordine non può significare chiudere gli occhi davanti alle criticità di un sistema. E chiedere trasparenza, controlli e rispetto della dignità umana all'interno dei Cpr non significa essere contro la legalità: significa pretendere che la legalità valga per tutti, comprese le istituzioni.

Per questo le parole dell'onorevole De Corato non aiutano a comprendere realmente il problema. Lo riducono a uno schema elementare di "buoni" e "cattivi", cancellando le zone d'ombra che, invece, meriterebbero attenzione, indagine e responsabilità politica. Un dibattito serio sul Cpr di Milano dovrebbe partire da una domanda semplice: non chi merita solidarietà, ma se uno Stato di diritto possa accettare che la tutela della sicurezza passi attraverso condizioni che mettono in discussione la dignità stessa delle persone.

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Giornalista dal 2022. Attualmente redattrice per l'area di Milano di Fanpage.it. Scrivo di cronaca nera e giudiziaria, mi occupo di attualità e di tutto ciò che riguarda i diritti umani e i temi sociali all'interno della società. In passato, ho collaborato con diverse realtà giornalistiche, per le quali ho realizzato approfondimenti e reportage di stampo sociale come inviata sul campo.
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