“Pensano che siamo cani”: la denuncia di un trattenuto nel Cpr di via Corelli a Milano

Un operatore, guanti alle mani, si abbassa davanti a una cella di isolamento del Cpr (Centro di permanenza per il rimpatrio) di via Corelli a Milano e fa passare qualcosa attraverso una piccola apertura tra le sbarre. Dall'altra parte c'è una persona accovacciata a terra. "Pensano che siamo cani", ha descritto la scena uno dei trattenuti che l'ha poi denunciata alla rete Mai più Lager, NO ai CPR. Una frase che pesa e che, purtroppo, restituisce meglio di qualsiasi analisi tecnica la natura di questi luoghi: "macchine infernali che dovrebbero essere abolite", hanno commentato le attiviste a Fanpage.it.
"L'inferno" del Cpr di via Corelli
Perché, in questa "matrioska dell'orrore nell'orrore", il Cpr di via Corelli assomiglia sempre di più a un canile umano. Con una differenza sostanziale: per i cani esistono regole sulla tutela del loro benessere, le stesse che qui, per le persone, sembrano un lusso. L'isolamento, la consegna del cibo attraverso una feritoia, la privazione di relazioni e dignità sono, infatti, da tempo diventate la normalità, come se bastasse un decreto amministrativo per sospendere l'umanità di una persona.
La retorica ufficiale continua a raccontare i Cpr come strutture necessarie, efficienti, strumenti di governo dei flussi migratori. Ma basta ascoltare chi vi è trattenuto per capire che la vera funzione sembra essere un'altra: produrre invisibilità e marginalizzazione. Rendere le persone un problema da parcheggiare dietro recinzioni alte diversi metri, lontano dagli sguardi e dalle coscienze. La triste ironia è che tutto questo viene chiamato "accoglienza" nei documenti amministrativi, oppure "trattenimento". Un lessico burocratico capace di trasformare una gabbia in una procedura e una persona in un fascicolo. Così, però, le parole vengono ridotte al mero compito di rendere sopportabile ciò che, visto senza filtri, sarebbe semplicemente inaccettabile.
Ad aggravare il quadro della situazione c'è poi il fatto che l'episodio raccontato dalla rete non è un incidente isolato. È l'ennesimo tassello di una lunga sequenza di denunce, proteste, atti di autolesionismo, tentativi di suicidio e condizioni di vita incompatibili con il rispetto della dignità umana. Ogni volta si promettono verifiche, miglioramenti e controlli. Ogni volta, però, il copione ricomincia. Forse per questo la metafora del "canile umano" è quella che meglio descrive ciò che accade quotidianamente in via Corelli. Quando, però, una società smette di indignarsi davanti alla disumanizzazione, il problema non riguarda più soltanto chi è rinchiuso dietro quelle sbarre. Riguarda tutti.