
"La cremazione la paghiamo noi, buon viaggio". Dopo avergli augurato la morte, gli augura anche buon viaggio. C'è dentro tutto in questo galateo dell'odio: il desiderio di morte, l'augurio beffardo, l'idea che la sofferenza dell'altro sia uno spettacolo da accompagnare con una battuta. Come se fosse spiritoso. Come se fosse normale.
È successo dopo che Fanpage.it ha pubblicato la lettera di un ex detenuto del carcere di Brescia che raccontava di vivere 22 ore al giorno chiuso in una cella sovraffollata, con quasi 40 gradi. Una testimonianza che avrebbe potuto aprire una discussione sulle condizioni delle carceri italiane e delle persone detenute. E, invece, per la maggior parte degli utenti sui social, il problema non era il caldo, non era il sovraffollamento, non erano delle persone stipate e trattate come bestie, non erano i diritti compressi. Il problema era che quei detenuti respiravano ancora.
"Vi toglierei anche l'acqua" o "a 50 gradi li terrei". Ma anche: "Magari moriste tutti", "ci vorrebbe la pena di morte", "remigrazione". È un campionario dell'odio che ormai scorre sotto qualsiasi notizia riguardi il carcere, come se fosse la reazione più naturale del mondo. Come se desiderare la morte di qualcuno fosse una forma di opinione politica. La logica di questi commenti è sempre la stessa: hanno sbagliato, quindi possono soffrire quanto vogliamo. Anzi, di più. Non basta la pena prevista da un tribunale. Non basta la privazione della libertà. Serve il caldo soffocante, la sete, l'umiliazione, la malattia. Serve che il "carcere duro", che il carcere diventi un luogo dove il dolore non è una conseguenza, ma un obiettivo. E quando qualcuno racconta condizioni che nessuno sceglierebbe volontariamente di vivere, la risposta non è indignazione. È delusione perché soffrono ancora troppo poco.
La cosa più inquietante è proprio questa: nei commenti sparisce completamente l'idea stessa della pena così come è prevista dalla Costituzione. L'articolo 27 dice che le pene devono tendere alla rieducazione del condannato. Una frase conosciuta da tutti, almeno fino a quando non compare la parola "detenuto". A quel punto la rieducazione diventa un lusso, i diritti diventano privilegi e la dignità umana un fastidioso dettaglio. E non è solo la Costituzione a dirlo. Persino la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, all'articolo 5, stabilisce che "nessun individuo potrà essere sottoposto a tortura o a trattamenti o punizioni crudeli, inumani o degradanti". In teoria, dunque, dovrebbe essere uno di quei principi così elementari da mettere d'accordo chiunque, a prescindere dalle idee politiche. In pratica, basta scrivere la parola "carcere" e improvvisamente c'è chi scopre di avere un'eccezione pronta. E allora ecco che si invoca la pena di morte in un Paese dove non esiste. Si chiede di togliere l'acqua, come se la disidratazione fosse una sanzione prevista dal codice penale. Si auspica che cinquanta gradi siano appena sufficienti. Si augura la morte. E, già che ci siamo, si organizza anche il funerale.
È interessante notare come il dibattito pubblico riesca a trasformare qualunque richiesta di condizioni dignitose in una presunta richiesta di impunità. Raccontare che quattro persone vivono chiuse per quasi tutta la giornata in una cella rovente non significa dire che abbiano ragione o che non debbano scontare una pena. Significa ricordare una cosa molto semplice: la condanna inflitta da un giudice è la detenzione, non la tortura. Ma evidentemente questo passaggio è diventato troppo complicato. Perché una parte del dibattito non vuole la giustizia. Vuole la vendetta. E la vendetta funziona così: non si accontenta mai. Se il detenuto soffre, potrebbe soffrire di più. Se ha sete, potrebbe averne di più. Se è vivo, potrebbe anche non esserlo. Del resto, quando perfino un sottosegretario alla Giustizia come Andrea Delmastro arriva a dire "non lasciamo respirare chi è nel blindato", significa che questo linguaggio non è più confinato ai commenti sotto i post, ma riesce a salire fino alle istituzioni. E se certe frasi vengono pronunciate da chi dovrebbe rappresentare lo Stato, diventa ancora più facile convincersi che l'accanimento contro chi è detenuto non sia un problema, ma quasi un dovere.
Fa impressione leggere questi commenti, certo. Ma dovrebbe fare ancora più impressione la loro normalità. Il fatto che arrivino a centinaia. Il fatto che raccolgano approvazione. Il fatto che siano scritti senza alcun imbarazzo, spesso con il proprio nome e cognome. Perché il problema non riguarda solo il carcere. Riguarda una società che ha iniziato a considerare l'umanità come un premio da meritare. Una società in cui basta appartenere alla categoria "detenuto" per perdere, agli occhi di molti, il diritto persino a essere trattato come una persona. Ed è qui che il discorso diventa pericoloso.
Perché quando ci abituiamo a pensare che esistano esseri umani ai quali si possa togliere l'acqua, augurare la morte o desiderare una sofferenza sempre maggiore, il confine non resta fermo. Oggi riguarda i detenuti. Domani qualcun altro. La disumanizzazione funziona sempre così: comincia trovando una categoria verso cui è socialmente accettabile smettere di provare empatia. E ogni volta c'è qualcuno che ride. Ogni volta c'è qualcuno che scrive "buon viaggio". Come se fosse solo una battuta, ma non lo è. È il triste riflesso di un Paese che sta normalizzando l'odio fino a renderlo senso comune. Ma quando la morte di qualcuno diventa materiale da commenti sarcastici, forse non è solo il carcere a essere in crisi. È una società che ha smesso di distinguere tra pena e tortura, tra giustizia e vendetta. E questa, alla lunga, è una sconfitta che riguarda tutti.