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Castel Volturno si mobilita contro il Cpr che il governo Meloni vuole costruire nella provincia di Caserta

Una grande alleanza tra chiesa, ong, sindacati e associazioni ha lanciato un appello contro il primo centro per il rimpatrio dei migranti in Campania, dove i migranti sono quasi il 20% della popolazione.
A cura di Antonio Musella
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È una grande alleanza sociale quella che sta nascendo contro il progetto del governo Meloni di realizzare un Cpr a Castel Volturno in provincia di Caserta. Si tratterebbe del primo centro per il rimpatrio dei migranti costruito in Campania, in un territorio che rappresenta un caso unico in Italia, con una presenza di persone migranti residenti che arriva quasi al 20% dei 30 mila abitanti stimati dai dati demografici. Le mobilitazioni contro i Cpr in Italia ed all'estero, vedi il caso di quelli realizzati in Albania dal duo Piantedosi – Meloni, è diventato un terreno di scontro importante.

Nel 2024 l'Unione Europea ha ammonito l'Italia per l'abuso di psicofarmaci all'interno del Cpr, che vengono somministrati in maniera coatta in grande quantità. Numerose sono le persone decedute o suicidatesi all'interno di questi centri in tutta Italia. Vengono rinchiusi nei Cpr, con la privazione della libertà, senza accesso alla rete e con gravi limitazioni della comunicazione, persone che non hanno commesso alcun reato, ma sono senza documenti regolari e sono in attesa di rimpatrio coatto. Non si contano più i casi di violenti scontri e proteste veementi all'interno dei Cpr su tutto il territorio nazionali. Dei luoghi di "deumanizzazione" li hanno definiti i promotori dell'appello che getta le fondamenta per una alleanza inedita in Campania contro il centro di Castel Volturno.

Dai preti alle Ong, passando per centri sociali e sindacati

" Con fermezza sentiamo il dovere di ribadire che le politiche migratorie non possono essere ridotte a dispositivi di contenimento. La complessità non si governa creando nuovi luoghi di esclusione. La sicurezza non si costruisce alimentando periferie della dignità. Serve un cambio di direzione: integrazione reale, percorsi di legalità, accesso al lavoro, politiche abitative, presidi educativi" è un passaggio dell'appello firmato da decine di esponenti della società civile e che apre il percorso di mobilitazione contro il Cpr di Castel Volturno.

Tra i firmatari il vescovo di Napoli, il cardinale Mimmo Battaglia, il vescovo di Capua e Caserta, Pietro Lagnese, il presidente della Conferenza episcopale della Campania, Antonio Di Donna. Ma non solo, c'è Don Luigi Ciotti di Libera, la presidente di Mediterranea Saving Humans, Laura Marmorale, i segretari regionali di Cgil e Uil, fino ai centri sociali, l'ex Canapificio di Caserta e l'ex Opg di Napoli. Una grande alleanza che sul no al Cpr ha costruito un obiettivo comune prioritario. Sul fronte istituzionale, dopo la presa di posizione del presidente della Regione Campania, Roberto Fico, tra i firmatari dell'appello c'è Andrea Morniroli, assessore regionale a Scuola e Welfare.

"Siamo assolutamente contrari all’apertura di un Cpr a Castel Volturno perché i cpr sono dei luoghi ingiusti dove vengono chiuse persone che hanno commesso nessun reato e quindi non vanno aperti" spiega Morniroli a Fanpage.it. "Siamo contrari perché aprire un cpr a Castel Volturno significa schiaffeggiare un territorio che avrebbe bisogno invece di politiche di inclusione di politica sui trasporti sulla casa per garantire un’accoglienza e un’inclusione virtuosa" prosegue l'assessore regionale. "Come Regione faremo di tutto sia sul piano politico sia su quello istituzionale per esprimere questa nostra contrarietà, cercando di capire quali possono essere delle azioni atte a fermare questa realizzazione e stando a fianco e partecipando ai movimenti promossi dalla società civile" sottolinea Morniroli.

Castel Volturno, il luogo della strage di San Gennaro
Castel Volturno, il luogo della strage di San Gennaro

Lo spaccato unico: "Il caso Castel Volturno"

Nato come luogo di villeggiatura a due passi da Napoli, il territorio di Castel Volturno è stato stravolto nel post terremoto del 1980 con la migrazione degli sfollati da Napoli e dalla sua provincia. Una migrazione che si è poi ritirata negli anni novanta lasciando case vuote ed abbandono. Gli stessi luoghi sono poi diventati la meta delle nuove migrazioni, in particolar modo dall'Africa, con un progressivo abbandono del territorio da parte delle istituzioni. A rimanere nelle strade un tessuto associativo molto radicato, di area laica e cristiana, che ha fatto della lotta per l'integrazione e contro il razzismo la sua peculiarità. Negli anni duemila Castel Volturno è diventata uno dei teatri della guerra di camorra scatenata dall'ala del clan dei Casalesi afferente a Giuseppe Setola. La sera tra il 18 ed il 19 settembre del 2008 un commando di camorra aprì il fuoco su persone innocenti uccidendo sei persone.

Fu ribattezzata la "Strage di San Gennaro". Grazie ad un testimone chiave, Joseph Ayimbora, cittadino ghanese, fu possibile risalire ai responsabili della strage. Aymbora si finse morto dopo che il commando aveva sparato raffiche di mitra sui migranti all'esterno di un bar. Quella strage era il segnale che il clan dei Casalesi voleva dare alle comunità migranti della zona, ma produsse solo vittime innocenti che nulla avevano a che fare con la camorra o con la mafia nigeriana, quest'ultima in affari con i clan locali. Nei giorni immediatamente successivi a quella strage, furono proprio le comunità migranti a ribellarsi alla camorra. Blocchi stradali, manifestazioni, proteste, ed anche tensione con le forze dell'ordine attraversarono Castel Volturno, fino ad un corteo di decine di migliaia di persone che sfilò contro la camorra ed il razzismo. Un esempio che ancora oggi resta unico, per esplosione sociale e portata.

Uno dei fari delle lotte antirazziste del casertano è il Centro Sociale Ex Canapificio, da sempre impegnato sul territorio. "Da anni rivendichiamo la necessità di misure contro la povertà, percorsi di inclusione e di regolarizzazione permanenti, azioni per la tutela dell' ambiente e la garanzia di trasporti efficaci" dice a Fanpage.it, Mimma D'Amico dell'Ex Canapificio. "Da anni lavoriamo in rete in questo territorio per costruire inclusione e opportunità per tutti e tutte. Non ci sarà spazio per mettere italiano contro immigrati. Ci mobiliteremo in maniera unitaria e determinata, queste strutture vanno chiuse non ne devono esistere né a Castel Volturno né altrove" spiega l'attivista.

"La gente di qui ha bisogno di altro, non di carceri speciali"

La mobilitazione non si farà attendere. I tempi di realizzazione del progetto prevedono almeno 600 giorni di lavori, quasi due anni. Una battaglia lunga, che si svilupperà soprattutto nel prossimo anno, quello delle elezioni politiche, a partire però da una opposizione larghissima del territorio a livello istituzionale e sociale. Ma quella contro il Cpr di Castel Volturno sarà una battaglia anche sul piano nazionale. Troppo emblematico il luogo, troppo compatto il territorio, troppo acceso lo scontro, per pensare che questa resterà una battaglia locale. Le prime firme, anche di organizzazioni nazionali, spiegano bene come si articolerà il piano dello scontro. "Come facciamo in tutta Italia, ci opporremo fermamente alla costruzione di un Cpr a Castel Volturno" spiega a Fanpage.it, Laura Marmorale presidente di Mediterranea Saving Humans. "La storia di Castel Volturno non merita questo scempio, e la sua popolazione ancor di più. E' ormai acclarato e certificato, che i Cpr sono luoghi di negazione dei diritti umani e di ogni forma di tutela dei diritti sociali e civili. Ci siamo uniti per questo al coro di preoccupazione e condanna che è emerso forte dal territorio, ed ha coinvolto tutta la società civile, dai vescovi ai movimenti. Le politiche migratorie non hanno bisogno di altra repressione e intimidazione, c'è bisogno di canali legali e sicuri di accesso, politiche di coesione, servizi sociali. I soldi andrebbero spesi in questo e non in altri carceri speciali come i Cpr" sottolinea la presidente della Ong italiana. L'idea dei promotori è quella di convocare una grande assemblea pubblica verso la fine del mese di maggio dove far confluire la grande adesione riscontrata in questi giorni, per poi, chiaramente, scendere in piazza. Sarà quello il terreno di scontro con il governo Meloni.

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