Io stravedo per Paola Turci, lo confesso a inizio pezzo e così non ne parliamo più. Paola Turci mi piace a livelli che se mi avesse detto "Saverio sei antipatico come la merda" le avrei risposto "sono d'accordo con te". Per fortuna mi ha detto "parliamo quando vuoi, mi fa piacere", e l'intervista nasce così.
Questo è il terzo pezzo che Magnetica dedica all'occupazione dello Spin Time, a Roma, perché siamo nati per questo: capire le situazioni entrando dentro alle storie, con tutte le nostre scarpe e mettendoci la faccia, anche sbattendocela se necessario.
Un buon punto di partenza per capire l'occupazione dello Spin Time è questo: Quanto sono costati (davvero) 13 anni di occupazione dello Spin Time, a Roma. Invece il nostro video uscirà a metà settembre, ma intanto eccoci qui, noi che quel posto lo abbiamo conosciuto anche dentro, pure dormendoci. E ora torniamo a Paola Turci.
Paola Turci è venuta allo Spin Time a Ferragosto, per sostenere le persone ancora costrette a dormire in tenda, qui in via Gerusalemme, a Roma. Davanti al palazzo dove qualcuno a un certo punto ha detto "ora qui non entrate più".
Paola Turci ha sostenuto questa lotta incontrando le persone che ne fanno parte e rilanciando la loro storia. Pretendendo il rispetto della dignità che nessuna persona ha mai perso neanche vivendo in tenda, sotto il sole e tra gli acquazzoni, ma quella stessa dignità che fra le istituzioni nazionali alcuni faticano ancora a riconoscere a quelle persone.
E poi Paola Turci ha cantato dal vivo, in acustico, lei e la sua chitarra. Loro due sole.
Paola Turci ha quel modo un po' ruvido e umano di stare dentro una canzone, o una conversazione, che a volte penso: "Ma davvero?" Sì, davvero e per fortuna.
Vi racconto questa: durante l'esibizione, qualcuno le ha urlato il nome di una canzone e lei l'ha cantata. Meglio di un jukebox, a lei neanche abbiamo dovuto dare una moneta. Non me l'aspettavo. Ha cantato anche canzoni non sue, gliele hanno chieste e lei le ha fatte. Quante? "Fino a che non arriva Sabina Guzzanti" ha detto a un certo punto; Guzzanti era l'ospite dopo. "Ditemi quando arriva e io smetto". Ed è andata avanti davvero fino a che non è arrivata Sabina, più il tempo di un'altra canzone che le ha chiesto proprio Sabina Guzzanti.
E mentre io mi facevo problemi perché non c'era il palco, non c'erano state le prove, non c'era stato neanche il sound check, lei sorrideva e non sembrava farsi problemi. Al massimo, a un certo punto ha chiesto al pubblico: "Come va con la chitarra? È accordata abbastanza?" sembrava di sì e allora via, ancora. E ha fatto un duetto con una delle volontarie dello Spin Time, conosciuta venti minuti prima. Poi ha suonato e cantato l'Avvelenata di Guccini. Prima di tutto questo, l'ho intervistata.
Ciao Paola, sei qui a Ferragosto, non avevi qualcosa di meglio da fare?
Il mio meglio è questo, volevo esserci. Credo sia così anche per te, vero Saverio? Per me è avvenuto con un passaparola, anzi, ti confesso questo con un piccolo senso di colpa: non conoscevo Spin Time. Sono tornata a vivere a Roma da un anno e mezzo, ma ancora non lo avevo incrociato. Però quando ho saputo, leggendo, ho scelto di informarmi e subito dopo ho detto: "Qui bisogna fare qualcosa", e allora eccomi qui.
Cosa hai capito di questo luogo, di questa lotta?
Ho conosciuto Paolo, il presidente di Spin Time. E poi don Mattia. Ho visitato i luoghi, ho parlato con le persone più grandi e con quelle più piccole. Mettendosi in connessione si capiscono subito tante cose, e – posso dirlo? – è davvero incredibile. Primo: questa è una realtà che ci invidiano in tante parti del mondo, veramente. Una comunità così larga, così vasta perché ci sono 27 nazionalità, e che vive insieme da oltre 10 anni. Questa comunità ha saputo creare collegamenti, mettersi insieme e anche aprirsi verso l'esterno.
Io qui a Spin Time ho trovato l'insegnamento del Vangelo, della vita. Qui si può davvero dimostrare di essere cristiani. Non si può usare la parola "cristiano" e poi stare da un'altra parte.
Non tutti la pensano come te. Ci sono ogni giorno attacchi, violenze verbali, persone che esultano perché qualcuno viene sbattuto a vivere per strada.
È vero, è difficile. Si è radicato da quanto? Diciamo da trent'anni, si è radicata l'idea che i soldi facciano la felicità e rendano liberi. Ed è vero, in parte. Ma l'individualismo spinto, il berlusconismo non è mai stata la soluzione. L'idea che avere cose, possedere, possa rappresentare la nostra salvezza, è una grande fregatura. La casa è un diritto, è questo che qui viene rivendicato. Ma proprietari di un fondo di investimento con dieci ville, cosa se fanno? Sono più felici, così?
Come si fa a non vedere che qualcosa stona, non va, fra il marciapiede e le grandi ville dei proprietari del palazzo? Come si fa a pensare che sia giusto, o normale, avere dividendi per miliardi, e poi gente costretta a dormire per strada? Io non voglio dire che dovremmo riequilibrare l'assetto monetario mondiale (anche se dovremmo farlo!), però un po' di redistribuzione della ricchezza, perché no? Basterebbe poco, e qui tutti potrebbero uscirne migliori ed essere felici.
Tu hai messo a disposizione il tuo appartamento, a Roma.
È una goccia, però sì. Sono fra le persone che hanno dato una disponibilità per sopperire a una situazione di emergenza. Sono nell'elenco delle camere libere. Perché voglio dirti una cosa.
Ti ascolto.
Io penso questo: mi ci potevo trovare io in questa situazione. Davvero, ci penso: perché no? Sono stata più fortunata e non ci sono.
Ma io la dignità di chi sta qui, di chi chiede un tetto, la voglio prendere in braccio perché la vedo, la riconosco. Siamo tutti potenziali abitanti di ville o di marciapiedi. E se hai la fortuna di non abitare il marciapiede, almeno non in questo momento, non vuoi fare qualcosa?
Grazie Paola, presto ti inviterò al podcast di Magnetica.
Grazie a te, Saverio. Penso che potrei venire!