Tragedia di Pietralata, l’appello di un’attivista: “Bianca uccisa perché disabile, chiamiamolo disabilicidio”

Elisa Costantino, attivista con disabilità, e operatrice antiviolenza
Elisa Costantino, attivista con disabilità, e operatrice antiviolenza
“Bianca è stata uccisa perché disabile. Dobbiamo chiamarlo disabilicidio”. Per MAGNETICA ho intervistato Elisa Costantino, attivista con disabilità e operatrice antiviolenza: “Attenzione anche alle terapie sperimentali all’estero: sono antiscientifiche”.

Elisa Costantino è un'attivista con disabilità e un'operatrice antiviolenza. L'ho conosciuta a Torino girando con lei un video sulle persone caregiver per il nuovo progetto MAGNETICA, il video uscirà nei prossimi mesi. Oggi ho deciso di ricontattarla per chiederle la sua opinione sull'omicidio di Bianca, la bambina con disabilità uccisa dai suoi genitori a Pietralata, provincia di Roma, gli ultimi giorni di agosto.

Ciao Elisa, sono passati alcuni giorni dall'omicidio di Bianca, 5 anni. In cosa hanno sbagliato i media, raccontando questa storia?

Non si sono usate le parole che hai usato tu adesso, sicuramente. E poi Bianca è sparita: prima dai media e poi dalla riflessione collettiva. Semplicemente, la vittima non è stata rappresentata. Eppure è da qui che dovremmo partire: Bianca aveva il diritto di esistere.

Secondo te si è sbagliato a sottolineare la mancanza di servizi, o la solitudine in cui molti familiari caregiver si trovano?

È importante sottolinearlo e sono comprensibili la rabbia, la tristezza, anche la frustrazione che stanno dietro la solitudine e i problemi. Però è fondamentale ricordare che Bianca era una persona, e che si è trattato prima di tutto di un omicidio con movente abilista, cioè la bambina è stata uccisa perché disabile.

Di chi è la responsabilità se in Italia mancano i servizi?

Se in Italia i servizi mancano e veniamo abbandonanti a noi stessi, la responsabilità è dello Stato e su questo è necessario fare leva. Non sulle persone disabili.
I genitori di Bianca non accettavano la disabilità della figlia e hanno pensato che fosse meglio essere morta che disabile. Nessuno ha mai chiesto a Bianca se le piaceva la sua vita. Eppure anche lei avrà avuto i suoi colori preferiti, gli amici dell'asilo. Bianca era prima di tutto una bambina.

Questi omicidi hanno un nome?

Sì, devono essere chiamati disabilicidi.

È una nuova parola?

Viene sull'onda della parola femminicidio, che rappresenta il movente dell'omicidio, cioè il genere della persona. Le persone disabili si sono accorte che anche tante persone con disabilità venivano uccise proprio in quanto disabili, dunque è stata coniata questa parola per non dimenticare la vera dinamica e la motivazione di questi omicidi.

In varie epoche le persone con disabilità hanno rappresentato il target, l'obiettivo da colpire.

Sì, pensa all'esempio più famoso: il progetto Aktion T4 durante la Seconda guerra mondiale.

Vorrei tornare sui genitori di Bianca. Io credo che la sensazione di abbandono sia una questione reale, collettiva, e possa davvero esistere per una famiglia caregiver.

Certo, può esistere. Anche io e te, Saverio, abbiamo girato la nostra prima intervista parlando di disabilità e diritti negati. E lo abbiamo fatto anche per legittimare il fatto che si possa chiedere aiuto, riuscire a chiedere aiuto è fondamentale. Non sentirsi in colpa nel farlo.

Spesso, però, l'aiuto non arriva.

È vero. Chiederlo, spesso non è sufficiente. I servizi e le coperture per la vita indipendente sono – soprattutto in alcune regioni d'Italia – completamente insufficienti o del tutto assenti. Ma la soluzione non può essere l'uccisione, o l'addossare la responsabilità della situazione alla persona con disabilità. Il clima di "legittimazione" di questo omicidio, a cui invece stiamo assistendo, è un problema gravissimo.

In che senso "legittimazione"?

La narrazione attuale ci sta dicendo che è legittimo uccidere una persona con disabilità se i caregiver sono stanchi. Abbiamo paura di essere uccise perché disabili.

Quali soluzioni potevano esserci?

Coperture economiche, aiuti a casa, servizi sanitari più vicini. E poi sarebbero state possibili altre soluzioni ancora, come permettere alla bambina di andare in adozione o – al limite – affidarla a una struttura. Possiamo discuterne, ma sicuramente l'uccisione non è un'alternativa.

Ho letto che i genitori, presi dalla disperazione, probabilmente hanno riposto speranze in chi promuove teoria antiscientifiche.

In Italia abbiamo persone esperte, medici e mediche. Personale sanitario specializzato a cui dobbiamo affidarci, perché partono da terapie validate dalla comunità scientifica internazionale, da una letteratura esistente, da un confronto continuo. Il resto è un pericolo, spesso una truffa. In altre parole: affidarsi a terapie sperimentali significa scegliere qualcosa che non ha passato i criteri di selezione della comunità scientifica, e dunque anche potenzialmente dannoso per la persona coinvolta.

Noi cosa possiamo fare?

Scegliere la scienza, impegnarci perché venga finanziata la ricerca, e amare le persone esattamente per quello che sono. La disabilità non è una tragedia.

Che cosa è mancato, in questa storia, oltre al racconto sbagliato dei mezzi mediatici?

È mancata la voce delle persone disabili che lottano per i diritti, e soprattutto è mancata la tutela della dignità di Bianca. Bianca aveva il diritto di vivere una vita scelta da lei, ma i genitori le hanno negato questo diritto uccidendola. Questo è tutto quello che si doveva dire sulla vicenda.

Grazie Elisa. Sai che proprio in questi giorni stiamo montando il video a cui anche tu hai fatto riferimento, quello sulle persone caregiver, che uscirà per MAGNETICA?

Mi stavo proprio chiedendo che fine avesse fatto (ride). Grazie a te, Saverio!

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