"Fintanto che i governi europei continueranno a non assumersi le loro responsabilità, la nave a Aquarius è obbligata a continuare nelle operazioni di search and rescue nel Mediterraneo". Con queste parole, affidate al proprio profilo Twitter, Medici Senza Frontiere ha ufficializzato la volontà di tornare, con la nave Aquarius della ONG SOS Mediterranee, nel tratto di mare che separa l'Italia dalla Libia per continuare nelle operazioni di ricerca e soccorso dei migranti nel Mediterraneo. Una decisione attesa e tutto sommato scontata, che però acquista particolare valore proprio perché comunicata nel pieno della battaglia del nostro governo alle ONG che operano nel Mediterraneo. Come noto, infatti, in queste ore le navi delle ONG Lifeline e Sea Eye sono in attesa di capire se il governo italiano darà loro il permesso di sbarcare, eventualità smentita sia da Salvini che da Toninelli. Il ministro dei Trasporti, in particolare, è impegnato in una dura polemica con l'Olanda (le due navi battono bandiera olandese), cui ha chiesto di "richiamare le imbarcazioni delle ONG", ricevendo la secca replica delle autorità de L'Aja (secondo cui non ci sono legami fra l'Olanda e le ONG Lifeline e Sea Eye).

Al di là del caso specifico e di come evolverà la situazione, resta centrale la questione del rapporto fra il governo e le organizzazioni non governative. La linea di Salvini e Toninelli è quella di negare l'autorizzazione allo sbarco in Italia per altre navi che trasportino migranti, che non siano quelle della Marina militare o della Guardia Costiera italiana. Il punto è che si tratta di una scelta che ha pochi appigli dal punto di vista giuridico e ancora meno da quello della "prassi" seguita in questi anni (e anche in questi giorni, quando è sbarcata sulle nostre coste una nave americana, che aveva soccorso migranti in acque libiche).

Facciamo l'esempio delle due navi al centro della polemica di queste ore. Toninelli spiega:

Ecco, pur ammettendo che l'Olanda abbia competenza di base su queste navi (cosa che il governo di L'Aja nega), andrebbe ricordato che per l'attività in acque libiche il comandante della nave risponde alle autorità libiche e non si capisce in che modo possa essere "richiamato" dal governo olandese (è una imbarcazione privata, oltretutto). Di certo, non in ragione di presunte violazioni al codice di condotta delle ONG (stiamo comunque parlando di equipaggi che hanno salvato migliaia di vite, scoprire ora che non hanno i mezzi adatti è piuttosto singolare), una autoregolamentazione che non ha nessun valore legale persino in Italia, figurarsi in Olanda (o addirittura in acque libiche). Insomma, anche stavolta non sembrano esserci giustificazioni "giurisprudenziali" ai proclami del governo italiano. Che non può impedire la presenza delle navi ONG in acque libiche o internazionali.

E che, del resto, rischia di incartarsi anche sul principio "generale" del divieto di permettere alle ONG di attraccare nei porti italiani.  Siamo sempre allo stesso punto, spiegato bene da ASGI:

Secondo il diritto internazionale generale, uno Stato è in via di principio libero di regolamentare l’accesso ai propri porti a navi straniere. Tuttavia tale libertà può essere limitata da altri obblighi, convenzionali o consuetudinari. In particolare, secondo una norma generalmente accettata, tale principio trova limiti per le navi straniere in situazione di distress (estremo pericolo). Tali navi sono altresì esenti dall’applicazione delle norme locali, incluse quelle di diritto penale. Il diniego di accesso ai porti potrebbe anche porsi in contrasto con altri obblighi assunti dall’Italia. In
particolare, potrebbe costituire una violazione degli obblighi derivanti dalla Convenzione europea dei diritti umani, di proteggere la vita (art. 2 CEDU) e l’integrità fisica e morale (art. 3 CEDU) delle persone a bordo della nave, che si trovano soggette alla giurisdizione italiana (art. 1 CEDU).

E, inoltre, "il rifiuto, aprioristico e indistinto, di far approdare la nave in porto comporta l’impossibilità di valutare le singole situazioni delle persone a bordo, e viola il divieto di espulsioni collettive previsto dall’art. 4 del Protocollo n. 4 alla CEDU". Il problema è che il governo sta impostando un braccio di ferro politico ben sapendo che non è supportato dalla giurisprudenza, dalla prassi e dalle consuetudini del diritto del mare. Del resto, come finanche Salvini e Toninelli avranno potuto constatare, con Themis la situazione è sostanzialmente la stessa di prima: per le operazioni di Search and Rescue coordinate dall'Italia, condotte con l'aiuto della nostra Guardia Costiera o della Marina Militare, tanto nell'area SAR italiana che in quella libica (non riconosciuta fino in fondo), i responsabili siamo noi. È un obbligo, cui possiamo sottrarci solo violando convenzioni e trattati internazionali.

La verità è che quella contro le ONG è semplicemente propaganda politica a basso rischio. Salvini è riuscito a far passare l'idea che siano responsabili di tutte le storture del sistema di gestione dell'immigrazione. Addirittura è riuscito a infilare teorie complottiste senza alcun fondamento nel suo primo intervento da ministro dell'Interno in Parlamento, rilanciando inchieste che non hanno portato a nulla (vero, Zuccaro?) e tesi mai dimostrate. Peraltro, come ha spiegato Misculin sul Post, non solo l'attività delle ONG è perfettamente legale, ma "a un aumento dei migranti soccorsi dalle ong – che nel picco delle loro attività compivano circa il 65 per cento delle operazioni – non è corrisposto un aumento dei barconi partiti dalla Libia".

Se davvero il governo immagina di bloccare con un atto d'imperio le ONG, potrà farlo solo compiendo l'ennesimo strappo alle regole e al diritto internazionale. Poi, ma questo diciamolo sottovoce, si potrebbe anche considerare un fatto: l'aumento delle operazioni delle ONG è coinciso con l'abbandono dell'operazione Mare Nostrum voluta dal governo Letta e dunque con la dismissione dell'impegno "a tappeto" della Marina militare italiana nel Mediterraneo. Insomma, forse per fermare le ONG basterebbe semplicemente fare quello che chiede MSF: assumerci le nostre responsabilità, fino in fondo.