Il mostro da “sbattere in prima pagina” si chiama Lavinia Flavia Cassaro, è un’insegnante dell’Istituto Comprensivo Leonardo Da Vinci di Torino, una scuola elementare nella periferia Nord della città, e una settimana fa, durante una manifestazione antifascista, ha inveito contro un cordone di agenti di polizia in assetto antisommossa: “Vigliacchi, mi fate schifo, dovete morire”, ha detto l’educatrice, scatenando le ire della politica e dei rappresentanti delle forze dell’ordine. Come rapaci su una preda fin troppo facile da catturare, Matteo Renzi, Luigi Di Maio e Matteo Salvini – sempre silenti nel condannare le violenze e gli omicidi di uomini in divisa (che anzi, sono stati spesso promossi) – non si sono fatti sfuggire l’occasione per emettere condanne durissime quanto scontate.

Il segretario del PD ha dichiarato che la Cassero andrebbe “licenziata su sue piedi”; la Lega ha aggiunto: “Non è necessario avviare un provvedimento disciplinare, ma deve essere licenziata in tronco e non deve più mettere piede dentro una scuola finché campa”. Il capo politico dei Cinque Stelle è andato però oltre e non si è limitato a condannare le parole della Cassero ma ieri sera, in diretta tv sulla trasmissione Matrix, ha espulso dal Movimento (o quanto meno sconfessato) Maura Paoli, consigliera comunale torinese immortalata accanto all’insegnante. Un “concorso di colpa” che sfugge a qualsiasi logica.

Oltre al delirio di onnipotenza  della politica c’è stata la gogna mediatica. Lavinia Flavia Cassero è stata trattata alla stregua di un’assassina per aver semplicemente pronunciato una frase, parole che chiunque si sia trovato in un contesto teso come quello di una manifestazione repressa dalla polizia con cariche, manganelli e idranti avrebbe potuto dire. Parole che non rappresentavano, con ogni evidenza, una minaccia per i poliziotti o carabinieri, abituati a ricevere e lanciare in contesti concitati ben altre invettive. Tutto normale, quindi? Sì, tutto normale se ci si astrae dal chiacchiericcio e dalla polemica politica. In una corteo animato da scontri è difficile tenere a bada l’adrenalina ed il minimo è che volino “parole grosse”.

Perché Lavinia Flavia Cassaro, come ciascuno di noi, non è solo il lavoro che svolge. E’ una donna, un’attivista politica impegnata nella lotta alla tav come nei comitati antifascisti e antirazzisti. Quando suona la campanella e finiscono le lezioni può dismettere – se lo vuole – i panni della maestra e indossare quelli che più la aggradano, compresi quelli della manifestante e della militante di un centro sociale. E’ quindi difficile non rispecchiarsi nelle parole dell’associazione Cattive Maestre, che ha preso le difese di Lavinia: “Fuori dalle classi non siamo più insegnanti, lavoratrici, rappresentanti di un’istituzione; siamo donne, femministe, antifasciste e antirazziste. Non siamo tenute a incarnare 24 ore su 24 e in ogni momento della nostra vita il ruolo del posto di lavoro né a rispettarne la disciplina. Dietro questo attacco alla professoressa, non c’è nessuna difesa dell’integrità della scuola. C’è solo la traccia di un nuovo perbenismo e moralismo che si fa strada nella società e che si intreccia con le pulsioni autoritarie di questa classe dirigente”.

Per questo difendo Lavinia Flavia Cassaro: penso che la scuola italiana non debba educare all’obbedienza ma alla conoscenza critica. E penso anche che nessuno possa chiedere a delle insegnanti di rinunciare ad essere libere cittadine e manifestare il proprio pensiero anche in piazza, e soprattutto in un corteo antifascista. “L’obbedienza non è una virtù”, scriveva Don Milani nel 1965 a un gruppo di cappellani militari toscani. E non lo è neppure per Lavinia Flavia Cassaro.