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Dal 2 marzo scorso gli studenti (e i docenti) delle primarie e secondarie di primo grado (solo terza media), quelli che frequentano il secondo anno delle superiori e coloro che saranno impegnati con l'esame di Maturità a partire dal 18 giugno, sono alle prese con i famosi test INVALSI. Per chi non lo sapesse, si tratta di prove standardizzate che hanno l'obiettivo di misurare il livello di apprendimento dei ragazzi italiani in modo oggettivo, concentrandosi sulle competenze fondamentali in tre aree principali: italiano, matematica e inglese. Non servono, dunque, per dare un voto a chi le sostiene, ma solo per "fotografare" lo stato di salute del sistema scolastico. Una tradizione che si ripete ormai da anni.

E ogni volta non mancano le polemiche. Addirittura, i Cobas della Scuola hanno indetto uno sciopero nazionale per il 6 e 7 maggio prossimi proprio contro le prove INVALSI, ritenute "inutili e dannose". Vediamo di capirne qualcosa di più.

IL TEMA DEL GIORNO

Dalle prove INVALSI una fotografia del sistema scolastico italiano: più diplomati ma meno competenze nel 2025. Ma hanno ancora senso?

Le prove INVALSI esistono da tempo. Nel 2003 con la Legge Moratti l'omonimo istituto (INVALSI sta infatti per Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema educativo di istruzione e di formazione, cioè è un ente di ricerca con personalità giuridica di emanazione statale che riceve dal Ministero dell’istruzione e del Merito priorità strategiche utili a programmare la propria attività, ndr) – nato nel 1999 – ha ricevuto per la prima volta il compito di effettuare verifiche periodiche e sistematiche sulle conoscenze degli studenti. Oggi, sono obbligatorie per l'ammissione sia all'esame di terza media che per quello di Maturità, si svolgono al computer (CBT) tra marzo e aprile e valutano le competenze degli studenti in italiano, matematica e inglese, senza tuttavia incidere sul voto finale. Per i maturandi, in particolare, la novità di quest'anno è l'ingresso dei risultati delle prove INVALSI all'interno del Curriculum dello Studente, ma solo a esame concluso e come certificazione delle competenze raggiunte. Alle scuole elementari, invece, le prove si svolgono esclusivamente in formato cartaceo.

Il rapporto INVALSI del 2025, basato sui risultati delle prove sostenute dagli studenti nell'ultimo anno scolastico, ha confermato la presenza di un forte divario di genere a scuola, con le ragazze tendenzialmente più brave in italiano e i ragazzi in matematica, una differenza che emerge già dopo i primi anni di scolarizzazione e che si va sempre più consolidando fino alla Maturità. Il che – hanno sottolineato gli esperti – non è necessariamente legato alle capacità individuali, ma può essere influenzato da fattori culturali, aspettative sociali e modalità di insegnamento.

Le brutte notizie non finiscono qui: se è vero che ci sono più diplomati rispetto agli anni precedenti, ci sono anche meno competenze: in italiano poco più del 50% di chi affronta la Maturità ha raggiunto livelli sufficienti, in matematica meno della metà. In alcune regioni come Lazio, Campania, Calabria, soltanto due su cinque (40%); in Sicilia e Sardegna, uno su tre (30%).

Di certo, si tratta di informazioni utili a comprendere in che direzione sta andando il sistema scolastico italiano e il suo stato di salute anche rispetto agli altri Paesi europei. Ma quanto i test INVALSI influiscono sul lavoro dei docenti? E quanto sullo stress degli studenti, che per mesi si preparano a rispondere alle domande di queste materie?

L'APPROFONDIMENTO

"I quiz INVALSI sono uno spreco di risorse pubbliche e non migliorano il sistema educativo"

Sulla reale efficacia dello strumento del test INVALSI molti esperti della scuola restano scettici. È il caso dei sindacato dei Cobas Scuola, che considerano i quiz controproducenti, inattendibili, oltre che uno spreco di risorse pubbliche. In occasione dello svolgimento delle prove INVALSI 2026 nella scuola primaria, previste in due giornate consecutive, il 6 e 7 maggio, i Cobas Scuola hanno indetto pertanto uno sciopero di due giorni (il 6 il sindacato protesterà a Roma al Ministero dell'Istruzione) nel tentativo di bloccare il maggior numero di test. Il punto è che da quando queste prove vengono proposte, cioè dal 2004, non ci sarebbero stati passi avanti o miglioramenti nell'istruzione. Fanpage.it ha intervistato la sindacalista Bruna Sferra (Cobas Scuola), che ha messo in fila le principali criticità di un sistema che tra l'altro toglie tempo ed energie alla didattica.

"Siamo contrari ai test, malgrado siano diventati una consuetudine per la scuola", spiega. "Sono passati più di vent'anni da quando queste prove vengono proposte ai ragazzi, e dai rapporti emerge sempre la stessa fotografia, seppur con qualche piccola variazione. Emergono i soliti divari territoriali e non si osserva alcuna ricaduta positiva sul sistema scolastico. Nell'ultimo rapporto che INVALSI ci ha restituito si vede che il sistema scolastico italiano è strutturalmente poco equo".

Secondo Sferra il problema è anche che queste prove sono standardizzate: trattandosi di test a risposta chiusa o aperta univoca, non sono adatte a misurare competenze. Ad esempio, la comprensione del testo, che implica operazioni cognitive molto complesse, non è verificabile attraverso test con un solo feedback, giusto o sbagliato. "Un approccio inclusivo della didattica non può che superare il concetto di standardizzazione", sottolinea la sindacalista.

Un altro limite è il problema metodologico: non solo i test non hanno incidenza sui livelli di apprendimento, ma non è possibile usarli per un'analisi scientifica, perché i quiz fotografano un momento e non producono dati che possano essere paragonati da un anno all'altro, visto che i gruppi sottoposti ai test cambiano e non è possibile avere un'analisi longitudinale nel tempo. Nel rapporto INVALSI 2025 si osserva un aumento della dispersione scolastica implicita, ovvero quella che riguarda studenti che completano il percorso scolastico (ottenendo il diploma) senza però acquisire le competenze di base. "Ma come facciamo a capire cosa non ha funzionato, se non possiamo confrontare i dati, visto che le coorti non sono le stesse?", si domanda Sferra.

Il tema dei costi non è secondario: "Dal 2004 le prove INVALSI sono costate circa 420 milioni di euro. Negli ultimi tempi il costo annuo si aggira intorno ai 30 milioni. Le scuole in cui i risultati sono stati particolarmente negativi ricevono dei finanziamenti, ma sono inefficaci. E infatti nell'ultimo rapporto si vede come dal 2018 a oggi ci sia stato un calo per tutti gli apprendimenti, dalla scuola primaria alla secondaria di secondo grado". Altro punto critico per i Cobas Scuola è il fenomeno del teaching to the test: "Ogni libro di testo per ogni anno ha in appendice una parte dedicata alle prove INVALSI. Le case editrici pubblicano anche dei libretti ad hoc, che gli insegnanti chiedono alle famiglie di acquistare. I docenti li usano per far allenare i propri alunni, perché ci tengono che i risultati siano buoni, trattandosi di una sorta di verifica anche sul loro lavoro. Il risultato è che sottraggono tempo alla didattica attiva e laboratoriale. Andiamo in controtendenza rispetto al sistema anglosassone, da cui abbiamo preso il modello: mentre nelle scuole inglesi stanno rifiutando la didattica per test, noi continuiamo a utilizzarla".

Ricapitolando: non abbiamo nessuna ricaduta positiva sulle scuole, ma il modello viene perpetuato senza che ci si fermi a domandarsi se stia funzionando o se abbia dei limiti strutturali. E tu che ne pensi?

Di Ida Artiaco e Annalisa Cangemi

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