Maldive, i sub usciti dalla Grotta degli Squali hanno usato ancora il respiratore: la malattia da decompressione

Più che sub sembrano astronauti. Una muta completa, bombole e attrezzature secondarie. Tubi che collegano la bocca ai respiratori. Negli ultimi giorni stanno circolando le immagini dei sub finlandesi inviati alle Maldive per il recupero dei corpi dei quattro italiani rimasti nella Grotta degli Squali. Sono Jenni Westerlund, Patrik Grönqvist e Sami Paakkarinen. Specialisti delle grotte e delle alte profondità hanno completato ieri il recupero dei corpi, con le ultime due salme riportate in superficie. Da programma ora dovrebbero fare un’ultima immersione per ripulire l’aria da tutte le tracce lasciate dagli esseri umani.
Uno dei punti di questa storia è l’attrezzatura. Riguarda sia gli italiani morti, in tutto cinque. Era sufficiente per scendere in grotta? E riguarda anche gli specialisti arrivati dalla Finlandia. I loro scooter subacquei e il circuito rebreath per restare più a lungo sott’acqua hanno sollevato la curiosità tra chi non è esperto di immersioni. C’è anche un altro comportamento, forse controintuitivo, che stiamo vedendo nelle immagini di questi giorni. I sub una volta emersi dall’acqua hanno continuato a usare i respiratori.
Si vede in diverse clip. Escono dall’acqua, salgono sulla barca di supporto, si tolgono la maschera e continuano per diversi minuti a tenere il respiratore attaccato alla bocca. In alcuni casi si vede anche che si tolgono le protezioni che proteggono il viso e riattaccano subito il respiratore. Certo, siamo abituati a vedere nei film subacquei che non vedono l’ora di emergere dall’acqua ma la procedura seguita dai sub è invece molto standard.
Il problema dell’azoto nelle immersioni profonde
Una premessa. Le procedure che vediamo ora sono degli standard. Non sappiamo con certezza se siano state seguite nello specifico dai sub impegnati alle Maldive. Partiamo dalle informazioni che conosciamo. Sami Paakkarinen, uno dei tre sub, ha spiegato in un’intervista al Corriere della Sera che per la discesa in grotta hanno utilizzato il gas trimix, una miscela composta da ossigeno, azoto ed elio. È un gas che viene preferito alla semplice aria compressa perché si adatta meglio alle grandi profondità e soprattutto permette di evitare la narcosi da azoto, uno stato che viene descritto simile all’ebrezza.
L’azoto è uno dei problemi principali per i sub durante l’immersione. Lo abbiamo spiegato in questo approfondimento sulla malattia da decompressione: l’azoto accumulato nei tessuti durante la fase di immersione tende ad espandersi mentre si risale la superficie creando delle bolle che possono danneggiare vasi sanguigni e organi. Un fenomeno che può creare danni di varia natura, anche di tipo neurologico. Per evitarlo è necessario ricalibrare i tempi di risalita, fare le giuste pause e tarare bene i tempi di uscita in superficie.
Tra le procedure che vengono seguite c’è anche l’ossigenazione dopo l’immersione. L’azoto è il gas che ha la percentuale più alta di presenza nell’atmosfera terrestre, circa il 78%. Per un sub, respirare subito l’aria potrebbe provocare ancora più problemi. Per questo subito dopo l’amministrazione si continuano a respirare miscele con percentuali di ossigeno più alte per cercare di ripulire dall’organismo le componenti di azoto in eccesso.