Maldive, gli effetti della pressione sul corpo umano a 50 metri di profondità: miscele e compensazione

L’operazione di recupero si avvia verso le fasi finali. Le squadre di soccorso, con i sub arrivati dalla Finlandia, hanno individuato i corpi dei quattro sub italiani nella grotta di Thinwana Kandu, alle Maldive. La conferma è arrivata anche dalla Farnesina. Alla fine sono stati trovati tutti nello stesso punto: un tunnel alla fine del secondo ambiente della grotta. Saranno recuperati due alla volta con diverse immersioni. La prima è prevista per domani, la seconda per il giorno dopo.
In tutto questo DAN Europe, l’organizzazione che si sta occupando di salvataggio, ha specificato in diverse dichiarazioni che si tratta comunque di un intervento complesso da gestire: “L’operazione rimane tecnicamente impegnativa, emotivamente intensa e operativamente complessa”. I sub devono scendere a profondità comprese tra 50 e 60 metri, dove le condizioni per operare cominciano a diventare molto complesse.
Quale pressione si raggiunge nelle acque profonde
Le certificazioni per immergersi in mare sono parecchie. Si parte da quelle per la subacquea ricreativa e si arriva a quella professionistica. Le prime certificazioni permettono di scendere fino a 12 metri di profondità. Per arrivare ancora più in basso bisogna seguire corsi più lunghi e complessi, fino ad arrivare a brevetti di tipo professionistico. Oltre a questi ci sono brevetti che invece rilasciano abilitazioni di tipo commerciale, come quelle per fare il saldatore subacqueo.
Ma come reagisce il corpo a queste condizioni? Partiamo dalla pressione. Quando siamo a livello del mare la pressione è di un’atmosfera: 1 atm. Quando scendiamo in acqua, bisogna calcolare che la pressione aumenta di circa 1 atm ogni 10 metri di profondità. Quindi a 50 metri avremo 6 atm di pressione: 1 atm di pressione superficiale + 5 accumulate in mare. Sono calcoli approssimativi, cambiano leggermente in base alla composizione dell’acqua ma l’ordine di grandezza è questo.
I problemi con la respirazione
Una pressione di questo tipo ha due conseguenze. La prima è che per respirare in modo corretto è necessario utilizzare delle miscele di gas diverse da quelle che si trovano nell’atmosfera. Miscele di gas come nitrox e trimix servono per consentire anche a queste profondità il funzionamento corretto dei polmoni, garantendo livelli controllati di ossigeno. Il nitrox è composto da azoto e ossigeno, per creare il trimix invece viene usato anche l’elio.
L’obiettivo di queste miscele è ridurre gli effetti tossici dell’ossigeno: l’esposizione a ossigeno ad alta pressione può avere effetti neurologici. Si parla in questi casi di ossigeno tossico. Claudio Micheletto, direttore Pneumologia presso l'azienda ospedaliera universitaria di Verona, ha spiegato all’Adnkronos: “La morte per tossicità da ossigeno, o iperossia, è una delle più drammatiche che possano verificarsi durante un’immersione”.
L’iperossia, per intenderci, è il contrario dell’ipossia: quando l’ossigeno nel sangue scarseggia. È una condizione che in forma lieve può causare nausea, vertigini, fiato corto o tachicardia. È quello che si sperimenta quando in montagna si arriva ad altitudini che superano i 3.500 metri. Ovviamente l’uso di questi gas necessità di brevetti avanzati per poter essere fatto in sicurezza. Con l’aumento della pressione esterna il volume dei polmoni si riduce fino a un sesto del volume iniziale se non viene compensato dai gas scelti in modo corretto.
Il meccanismo della compensazione: cosa succede alle orecchie
A queste profondità il meccanismo della compensazione segue delle regole precise. La più semplice è la Manovra di Valsalva, in cui si soffia aria tenendo chiusi naso e bocca. In questo modo riusciamo a bilanciare la pressione dell’acqua con quella interna dei timpani. È una strada per evitare lesioni durante l’immersione. Ma ci sono anche manovre più complesse da padroneggiare, come la tecnica di Toynbee o quella di Marcante/Odaglia. In queste tecniche viene coinvolto l’uso della lingua e di altre parti della bocca, sempre per bilanciare la pressione. Sia in discesa che in risalita. E questo senza considerare la necessità di compensare soffiando con il naso anche lo spazio d'aria nella maschera, per evitare lesioni al volto.