Crisi climatica, entro il 2100 il 40% delle terre emerse sarà “zona arida”: gli effetti della CO2 sulle piante
Entro il 2100 si stima che tra il 39,31 e il 40,28 percento delle terre emerse sarà arido, con la maggiore espansione delle zone definite “iperaride” (quelle con pochissima pioggia ed elevatissima evaporazione potenziale). Nello scenario peggiore, tale espansione occuperà un'area di quasi 2,4 milioni di chilometri quadrati, più o meno quanto l'Algeria o il Kazakistan. È quanto emerso da un nuovo e approfondito studio pubblicato sulla rivista scientifica Environmental Research Letters, nel quale gli scienziati hanno tenuto conto di un fattore spesso trascurato in ricerche simili: gli effetti fisiologici della CO₂ (anidride carbonica) sulle piante, in grado di influenzare sensibilmente l'espansione delle zone aride. Ma procediamo con ordine.
Come ormai ampiamente acclarato dalla letteratura scientifica, viviamo in un contesto di crisi climatica innescata dalle emissioni di anidride carbonica e altri gas climalteranti immessi in atmosfera dalle attività umane (dal traffico alla produzione di energia, passando per l'industria estrattiva). Il cambiamento climatico continua ad accelerare ed è ormai stato confermato che supereremo i famigerati +1,5 °C di riscaldamento rispetto all'epoca preindustriale, con proiezioni inquietanti per la fine del secolo. Ondate di calore estremo sempre più intense e frequenti – come quelle che abbiamo vissuto negli ultimi mesi –, mari che “bollono”, incremento dei fenomeni meteorologici violenti, innalzamento del livello del mare, perdita della biodiversità, siccità devastante, incendi e diffusione delle malattie tropicali sono solo alcune delle minacce che dovremo affrontare. Il caldo estremo, chiaramente, rappresenta un ostacolo alla sopravvivenza delle piante, che seccano, muoiono e permettono al terreno arido e alla desertificazione di avanzare.
Secondo alcuni modelli previsionali basati esclusivamente sul riscaldamento globale, come quello al centro dello studio “Accelerated dryland expansion under climate change” pubblicato nel 2015 su Nature Climate Change, l'espansione delle zone aride entro la fine del secolo avrebbe raggiunto il 56 percento delle terre emerse, un valore sensibilmente superiore al 40 percento determinato dalla nuova indagine. Ma se la crisi climatica continua a peggiorare, perché il nuovo studio presenta una proiezione decisamente migliore? Curiosamente, ciò dipende proprio dalle concentrazioni di anidride carbonica in atmosfera sempre più alte, che in qualche modo stanno tenendo a freno l'aridità (che pur avanza inesorabilmente). La ragione risiede negli effetti fisiologici della CO₂ sulla vegetazione.
In parole semplici, l'aumento dell’anidride carbonica riduce l'apertura degli stomi delle piante, ovvero delle piccole “valvole” sulle foglie che permettono l'entrata del composto a base di carbonio (fondamentale per la fotosintesi) e l'uscita del vapore acqueo. Alla luce di questo meccanismo, si riducono la traspirazione e la perdita di acqua, perché con CO₂ abbondante la fotosintesi è più efficiente. In sostanza, l'aumento della CO₂ contrasta l'evapotraspirazione potenziale (PET) e riesce a contenere gli effetti negativi del riscaldamento, rallentando di fatto l'espansione delle zone aride. Non a caso, secondo il nuovo studio, l'espansione di queste zone ha subito un rallentamento tra il 1960 e il 2023, con proiezioni di +1,7 punti percentuali per il 2070–2100 nello scenario di riscaldamento chiamato SSP585. È per questo che, secondo il nuovo studio, ci si aspetta il 40 percento di terre aride entro la fine del secolo, rispetto alle stime peggiori precedenti. Chiaramente non c'è da esultare, visti gli effetti catastrofici che l'eccesso di anidride carbonica sta determinando su tutto il pianeta.
A condurre il nuovo studio è stato un team di ricerca cinese guidato da scienziati dell'Istituto per la conservazione e il ripristino ecologico dell'Accademia cinese di scienze forestali di Pechino, che hanno collaborato a stretto contatto con i colleghi dell'Istituto di Studi sulla Desertificazione e dell'Istituto della Grande Muraglia Verde. I ricercatori, coordinati dal professor Yifei Cai, tenendo presente il fattore dell'evapotraspirazione potenziale (PET) e un indice di aridità (AI), hanno stimato che si passerà dall'attuale copertura di terre aride (38,58 percento) al valore sopraindicato.
Australia, Brasile e Nord Africa continueranno a essere centri persistenti in cui si verificherà l'essiccamento, mentre la Cina nordorientale continuerà a inverdirsi. Una transizione significativa avverrà nell'Australia centrale, dove si passerà da una zona verde a una secca. Nonostante il ruolo favorevole della CO₂, in un simile scenario le zone aride aumenteranno di quasi 2,4 milioni di chilometri quadrati, occupando un'area aggiuntiva grande più o meno quanto l'Algeria. In sostanza, le terre aride continueranno ad espandersi, ma lo faranno in modo meno incisivo proprio a causa delle emissioni legate alle attività umane. I dettagli della ricerca “CO₂-altered evapotranspiration moderates future global dryland expansion under climate change” sono stati pubblicati sulla rivista scientifica Environmental Research Letters.