Acufene e perdita dell’udito nel 42% dei musicisti, secondo uno studio: il caso di Caparezza
In occasione dei saluti dopo il concerto tenutosi alla Reggia di Caserta, ultima tappa del tour 2026, il cantante Caparezza – pseudonimo di Michele Salvemini – si è congedato con una frase sibillina che ha fatto allarmare i suoi fan. Fra le righe, infatti, si potrebbe leggere una sorta di commiato: “Non so che fine farò, ve lo dico con molta sincerità. È ovvio che ogni fine concerto dico che è l’ultimo e poi puntualmente vengo smentito, però sono in una condizione particolare per cui non abbiate paura, qualsiasi cosa farò starò bene, quindi lasciatemi andare”. Il pensiero di molti è andato immediatamente ai suoi noti problemi di udito – acufene e ipoacusia – di cui ha parlato tantissimo e attorni ai quali ha costruito canzoni e album, come Orbit Orbit, ritenuto dai critici musicali come uno dei migliori dischi del 2025.
In un'intervista a Fanpage.it, Caparezza sottolineò che ipoacusia (riduzione dell'udito) e acufene (ronzii, fruscii e altri suoni anomali avvertiti in testa e nelle orecchie) hanno accelerato il processo di migliorarsi: “Dal punto di vista stilistico – spiegava il cantante di Molfetta – ci sono sempre meno chitarre elettriche e suoni spigolosi. Anche la mia voce che era spigolosa ora non lo è più. Questo perché ci sono frequenze che mi danno fastidio, quindi tendo ai suoni morbidi, elettronici, orchestrali. I miei malanni sono dei personal trainer esigenti, ma rendono il percorso vivace. Sono convinto che avrei stagnato artisticamente senza ciò che mi è accaduto.”
Ad oggi non sappiamo se siano stati proprio i problemi di udito a spingerlo a cancellare due incontri con i propri fan a Modena e Catanzaro a fine marzo di quest'anno – parlò di un problema di salute comparso una sera e la necessità di controlli medici immediati -, né sappiamo se il riferimento della “condizione particolare” di cui ha accennato alla Reggia di Caserta abbia un collegamento. Ciò che è certo è che per i musicisti l'acufene e l'ipoacusia, quando raggiungono una certa soglia, possono rappresentare un ostacolo significativo sul prosieguo della carriera. Basti leggere le dichiarazioni del cantante statunitense classe 1950 Huey Lewis in un'intervista a Rolling Stone: “Avevo letteralmente un acufene assordante in testa. Me ne stavo a letto. Non potevo fare niente. Restavo lì sdraiato a contemplare la mia morte”, disse il frontman della band Huey Lewis and the News. I suoi problemi d'udito erano talmente invasivi e devastanti da poter seriamente compromettere la carriere, esplosa negli anni '80.
Cos'è l'acufene
Gli acufeni o tinniti, come spiegato dal Centro Audiologico “Sharp Hearing”, sono suoni che si manifestano “come un ronzio, un fischio, un sibilo o un fruscio nelle orecchie, in assenza di una fonte sonora esterna.” In parole semplici, sono suoni che non provengono da ciò che circonda il paziente e che percepisce solo la persona colpita. Per questo, evidenzia l'Istituto Superiore di Sanità (ISS), sono definiti soggettivi. Esiste comunque anche una rara forma oggettiva che può essere ascoltata anche dall'operatore sanitario e legata a condizioni specifiche, come ipertensione severa, malformazioni artero-venose e aneurismi. Gli acufeni possono manifestarsi anche come pulsazioni simili al battito cardiaco.
Quanto è diffuso l'acufene
La Mayo Clinic, una delle principali organizzazioni sanitarie degli Stati Uniti, sottolinea che l'acufene è un sintomo di “oltre 200 condizioni di salute”, pertanto in moltissimi casi non si riesce a determinare una causa esatta. Ciò che è certo è che si tratta di un disturbo molto comune, considerando che ne soffre il 15-30 percento della popolazione, con una maggiore concentrazione fra gli anziani. La perdita dell'udito (ipoacusia) legata all'età è infatti strettamente connessa. Ma tra i musicisti è un problema decisamente più diffuso.
Perché acufene e ipoacusia colpiscono di più i musicisti
Lo studio “Auditory Symptoms Among Musicians: A Systematic Review and Meta-analysis” pubblicato da scienziati del Dipartimento di Otorinolaringoiatria e Chirurgia Cervico-Facciale dell'Università Medica della Carolina del Sud alla fine dello scorso anno, che ha analizzato i dati di oltre 28.000 musicisti di 21 Paesi, mostra che ben il 42,6 percento di essi soffriva di acufene, contro il 13,2 percento del gruppo di controllo. Allo stesso modo, la perdita dell'udito – la sopracitata ipoacusia – riguardava il 25,7 percento dei musicisti, contro l'11,6 percento del gruppo di controllo.
La ragione di questa differenza è semplice: i professionisti della musica sono costantemente esposti a suoni a decibel elevati in grado di danneggiare cellule ciliate presenti nelle orecchie chiamate stereociglia, coinvolte nella conversione delle onde sonore in energia elettrica che il cervello interpreta come suono, come spiegato da Sharp Hearing. “Quando suoni pericolosamente forti attraversano le orecchie, possono danneggiare o distruggere queste cellule. Questo danno può causare ipoacusia indotta dal rumore e può provocare un malfunzionamento delle cellule, scatenando l'acufene.”, evidenziano gli esperti.
Con un'esposizione prolungata, “i suoni superiori a 85 dB possono causare danni all'apparato uditivo” e più è lunga l'esposizione, più velocemente si manifestano i danni. A 100 decibel, quelli delle cuffie al massimo, bastano 15 minuti per provocare danni, mentre a 120 decibel – quelli di un concerto rock – i danni sono immediati. I musicisti spesso usano cuffie durante la composizione e le prove, mentre durante i concerti sono esposti a casse potentissime molto vicine. Non c'è da stupirsi che perdita dell'udito e acufeni siano problemi così diffusi.
Il genere musicale non conta
La ricerca pubblicata su Otolaryngology–Head and Neck Surgery, la rivista scientifica ufficiale dell'American Academy of Otolaryngology–Head and Neck Surgery Foundation (AAO-HNSF), mostra anche un altro dato interessante, ovvero che non esistono differenze significative nei problemi di udito tra chi suona musica classica o pop o rock. In sostanza, si smentisce l'ipotesi di un tempo, ovvero che determinati generi musicali potessero essere più dannosi di altri. Tutti i musicisti sono esposti a questo rischio. Tra i musicisti che sostenevano di soffrire di acufene, oltre il 15 percento aveva un problema permanente (ovvero aveva costantemente il ronzio o suono anomalo nelle orecchie), mentre tra chi aveva ipoacusia, nel 37 percento dei casi la diagnosi era stata confermata da test audiometrici. Ciò suggerisce che il problema possa essere più ampio delle percentuali sopraindicate.