Per 3 anni sente puzza di topo morto uscire dal naso, ma nessun altro la percepisce: il caso di un uomo di 50 anni

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L’uomo era convinto che dal suo naso uscisse un cattivo odore, ma nonostante ripetute rassicurazioni, continuava a comportarsi come se la puzza fosse reale. Dopo 3 anni di visite e accertamenti, ha scoperto di avere la sindrome di riferimento olfattivo.

Per 3 anni, un cinquantenne ha vissuto nella convinzione che dal suo naso uscisse un cattivo odore, simile a quello di un topo morto, comportandosi come se la puzza fosse reale. Si puliva frequentemente il naso, prima con acqua, poi soluzione salina e gocce nasali, e indossava abitualmente la mascherina, per impedire che l’odore raggiungesse le persone intorno a lui. Niente però sembrava riuscire a fermare quella puzza che diceva provenirgli dal naso.

La sua preoccupazione era iniziata dopo che la moglie e i figli avevano notato uno strano odore in casa, senza riuscire a individuarne la causa. In seguito a quell’episodio, l’uomo si era convinto che a emanarlo fosse lui, pensando che i polipi nasali rimossi diciassette anni prima si fossero riformati.

Aveva consultato diversi medici e si era sottoposto a vari accertamenti, ma nessun esame ha individuato una causa fisica in grado di spiegare l’odore che continuava a percepire. Nonostante le rassicurazioni, la convinzione era finita per condizionare la sua vita quotidiana e con il tempo aveva iniziato a evitare le situazioni sociali, smettendo di andare a matrimoni, funerali e funzioni religiose per paura dell’imbarazzo. Si è anche separato dalla moglie e dai figli, scegliendo di vivere da solo.

Era stato ricoverato in diversi ospedali senza ottenere una risposta, prima che un reparto di otorinolaringoiatria lo indirizzasse dallo psichiatra. La diagnosi, descritta in un case report pubblicato sul Journal of Medical Case Reports, è stata di sindrome di riferimento olfattivo.

Cos'è la sindrome di riferimento olfattivo

La sindrome di riferimento olfattivo è una condizione psichiatrica caratterizzata dalla convinzione persistente di emanare un odore corporeo sgradevole, nonostante le altre persone non lo percepiscano. Chi ne soffre può mettere in atto comportamenti ripetitivi per cercare di eliminarlo o nasconderlo, lavarsi frequentemente, utilizzare prodotti per coprirlo o evitare il contatto con altre persone. La preoccupazione può arrivare a compromettere la vita sociale, il lavoro e le relazioni personali.

Nel Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-5), quinta edizione, la sindrome di riferimento olfattivo non ha una voce specifica ma compare come esempio nella sezione relativa ad altri disturbi ossessivo-compulsivi e correlati.

Nel caso dell’uomo, questo ha portato i medici a dover escludere altre diagnosi, come quella di disturbo delirante di tipo somatico, disturbo ossessivo-compulsivo, disturbo d’ansia sociale, disturbo dell’umore con caratteristiche psicotiche, epilessia del lobo temporale ed emicrania. La valutazione psichiatrica ha evidenziato una scarsa consapevolezza del disturbo, insieme a sintomi depressivi persistenti.

I medici hanno quindi iniziato un trattamento con fluoxetina, un inibitore selettivo della ricaptazione della serotonina (SSRI)  aumentando gradualmente la dose fino a 60 milligrammi al giorno. Dopo quattro settimane è stata aggiunto un antipsicotico, alla dose di 2 milligrammi la sera. Il percorso terapeutico comprendeva anche 12 sedute settimanali di psicoterapia di supporto, con tecniche di terapia cognitivo-comportamentale.

Dopo un anno di terapia, le condizioni dell’uomo sono migliorate

Nel corso dell’anno successivo, la preoccupazione per l’odore si è progressivamente ridotta e sono migliorati anche i sintomi depressivi. L’uomo ha ripreso a frequentare la famiglia e a partecipare alle funzioni religiose, recuperando gradualmente una vita sociale più regolare.

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