27 gennaio 1976. Ad Alcamo Marina due Carabinieri vengono uccisi in caserma. Giuseppe Gulotta viene arrestato e accusato di duplice omicidio insieme ad altri tre ragazzi. Ha 18 anni. Inizia così il suo calvario giudiziario, con una confessione estorta a suon di sevizie e torture dai carabinieri. Nove processi totali, dopo un'assoluzione in primo grado "per insufficienza di prove", le condanne in appello, fino ad arrivare alla sentenza definitiva di condanna all'ergastolo, giunta nel 1990. Ventidue anni di ingiusta detenzione, ventidue anni passati a proclamare a gran voce la sua innocenza dalla galera. Poi la piena assoluzione, nel febbraio 2012, arrivata grazie alla testimonianza di Renato Olino, un ex brigadiere dei Carabinieri, che lo scagiona. Ma i problemi con la giustizia italiana sembrano non finire mai per Gulotta. L’Avvocatura di Stato, per conto del Ministero dell’Economia e delle Finanze, sta infatti cercando di opporsi alla liquidazione della provvisionale dovuta, ricorrendo in Appello e adducendo una serie di motivazioni piuttosto precarie

Nonostante le evidenze, provate dalla piena assoluzione intervenuta nel 2012, l'Avvocatura ha cercato di contestare le perizie prodotte dalla difesa in sede di Revisione non considerate prove perché di parte, ha richiesto la prescrizione per le accuse di tortura e frode processuale per decorrenza dei termini, sostenendo soprattutto l'infondatezza e inammissibilità della richiesta di risarcimento per la presunta condotta, dolosa o colposa, di Gulotta. Insomma, il calvario di Giuseppe non sarebbe un vero e proprio errore giudiziario perché si auto-accusò, secondo lo Stato Italiano. Nella memoria difensiva l’Avvocato Quattrone, legale per conto del MEF, chiede di “accertare le condizioni di ammissibilità e fondatezza della domanda avanzata dal ricorrente", asserendo che:

“Occorre tener conto del fatto che nella condanna di Gulotta, come degli altri due coimputati sono stati determinanti due elementi: la chiamata in correità di Giuseppe Vesco […] e la confessione resa dal Gulotta, dallo stesso reiterata alla presenza dell’Avv. Eleonora Granozzi ed assunta a verbale alla presenza del predetto difensore, nonché alla presenza di de magistrati. La confessione verrà solo in un secondo tempo ritrattata, precisamente dopo il traferimento presso il carcere di Trapani”.

Insomma, per l’Avvocatura di Stato il risarcimento non andrebbe concesso perché “L’autoincolpazione per un delitto non commesso costituisce, secondo il costante insegnamento della S.C., in sé fatto doloso o comunque gravemente colposo, ostativo alla riparazione poiché determinante dell’errore giudiziario”. E le torture reiterate affinchè Gulotta confessasse un delitto mai commesso? Secondo l’avvocato Quattrone andrebbero provate, di nuovo. E infatti nella memoria difensiva chiede alla Corte di Reggio Calabria di verificare “ai fini dell’accertamento del “se” della riparazione, se nel processo di revisione sia stata effettivamente acquisita la prova di violenze usate nei confronti del Gulotta al fine di estorcergli la confessione […]. Insomma, non bastano ventidue anni di ingiusta detenzione, si cerca di mettere in dubbio il calvario vissuto da Giuseppe Gulotta. Si arriva a cercare di screditare un innocente. La storia ci racconta che a scagionare Gulotta da tutte le accuse è stato un ex carabiniere, che testimoniò la pratica delle sevizie perpetrata dai Carabinieri per arrivare a estorcere confessioni ai presunti colpevoli. Ma l’Avvocatura di Stato non ravvisa evidentemente questo dolo da parte di dipendenti della Pubblica Amministrazione e della Magistratura, adducendo a un concorso di colpa dell’ex detenuto, cercando di ridurre la gravità delle torture e delle percosse subite da Giuseppe Gulotta:

“Ammesso che possa ritenersi acquisita nel giudizio di revisione la prova dell’uso anche sul Gulotta di mezzi coercitivi dell’autonomia del soggetto, si chiede che codesta corte valuti l’idoneità dei mezzi di cui nel processo di revisione possa ritenersi effettivamente acquisita la prova a comprimere concretamente, fino ad annullarla, la capacità di autodeterminazione del prevenuto, o se, la confessione possa ritenersi comunque a lui imputabile come condotta cosciente e volontaria e quindi, se non dolosa, comunque gravemente colposa e determinante dell’errore giudiziario”.

E i problemi psicologici e il tentativo di suicidio in carcere? Anch'essi vengono ridimensionati dall'Avvocato Quattrone:

“In disparte dalla considerazione che la perizia, perché appunto di parte, non ha valore di prova, non può farsi a meno di evidenziare come si appalesi alquanto singolare una diagnosi di depressione con tendenze suicide desunta dal “riferito” del Gulotta, il quale (sic!) avrebbe, una volta, tentato il suicidio premendo la mano su una lattina, desistendo dal proposito suicida per il forte dolore.

La circostanza, che denota quanto meno una tendenza del Gulotta a enfatizzare il proprio vissuto, non merita commenti ulteriori”.

Giudizi di merito che cercano di far apparire Gulotta come una persona avvezza a ingigantire i fatti, arrivando quasi a sostenere che decenni di ingiusta detenzione non lascino segni indelebili nella psiche di chi ha avuto la sfortuna di imbattersi in un simile calvario. Ma non è tutto. L’Avvocatura di Stato, contestando la cifra richiesta dai legali di Gulotta, chiede, qualora la Corte ravvisasse comunque la fondatezza della richiesta di risarcimento, di ricalcolare, per difetto ovviamente, la quantificazione del danno. Da 56 milioni di euro, cifra giudicata troppo esosa perché frutto di un cumulo di pretese inesaudibili. Per esempio? Gulotta nel 2005 ha perso la sua impresa individuale. Ebbene, l’Avvocatura sostiene sia una richiesta inattendibile perché “Il ricorrente deduce la perdita dell’impresa individuale. E’ assai singolare che il ricorrente deduca come danno da perdita dell’impresa quello di un’impresa che è stata cancellata nel 2005, cioè ben 15 anni dopo la sua incarcerazione[…]. Si chiede di verificare il nesso eziologico”.

Anche fosse dovuto un risarcimento per la perdita della capacità reddituale di Gulotta, questa, secondo l'Avvocato Quattrone, dovrebbe essere conteggiata al netto dei redditi prodotti lavorando durante il periodo di detenzione e al netto del presunto fatturato globale che avrebbe potuto produrre in quegli anni la sua impresa. Qualsiasi escamotage pur di diminuire la cifra richiesta dagli avvocati difensori di Giuseppe Gulotta vale la candela. Sembra non esserci traccia di umana pietas alcuna leggendo la memoria difensiva presentata dall’Avvocatura di Stato. Ciò che è davvero importante per lo Stato è ridurre il più possibile l’entità del risarcimento, se non addirittura stralciarlo per decorrenza di termini e per assenza di prove della tortura, come si legge scorrendo le richieste depositate. Insomma, ti estorcono la confessione a suon di torture, stai in galera 22 anni da innocente, alla fine ti assolvono con formula piena grazie alla testimonianza di un carabiniere pentito. E lo Stato che fa? Cerca di non indennizzare il danno e di minimizzare il tutto dando la colpa al torturato e incarcerato, reo di essersi auto-accusato. Secondo l’Avvocatura di Stato è tutto normale, l’importante è risparmiare e cercare di celare i propri errori. Oltre al danno, la beffa.

Adesso la decisione spetta ai giudici della Corte d’Appello di Reggio Calabria, che oggi hanno disposto l'accertamento per la quantificazione del risarcimento spettante a Giuseppe Gulotta per i danni patrimoniali, morali, esistenziali e biologici entro 90 giorni, fissando la nuova udienza al 10 di giugno. E forse, finalmente, tra pochi mesi Giuseppe Gulotta potrà mettere fine al suo interminabile calvario giudiziario durato 36 anni.