“Vogliamo la fine del regime e libere elezioni”: a Fanpage le voci degli iraniani che protestano nel mondo

"Sono le proteste più grandi dai tempi della Rivoluzione islamica del 1979. Coltiviamo la speranza che questa volta milioni di persone continueranno a scendere in strada in tutte le città iraniane per protestare e portare a termine l’obiettivo di mettere fine al regime degli ayatollah", ci ha spiegato Shirin, attivista iraniana di Teheran che vive all’estero.
Le proteste, soprattutto notturne illuminate dalle torce dei cellulari, vanno avanti ininterrottamente nel Paese dagli scioperi nei bazar del 28 dicembre scorso. Sono centinaia i morti e 2500 le persone arrestate che hanno preso parte alle mobilitazioni. I contatti con gli attivisti iraniani si sono interrotti lo scorso giovedì in parallelo con gli annunci di nuove ondate di manifestazioni, anche incitate da parte dei sostenitori del ritorno della monarchia dello shah, deposto dopo le proteste del 1979, in nome del simbolo della bandiera del leone e del sole, considerata come fuori legge in Iran.
"Siamo estremamente preoccupati perché non abbiamo nessuna notizia delle nostre famiglie da giorni. Anche le linee telefoniche sono state tagliate", ha detto l’attivista iraniana Mahnaz. Il controllo dei social network è la leva principale degli ayatollah per impedire l’organizzazione di nuove manifestazioni notturne, i cui video continuano ad essere condivisi su Telegram via Starlink.
"Non abbiamo niente da perdere"
"Questa volta gli iraniani non si arrenderanno. Non hanno più nulla da perdere se non le loro vite", ha continuato Payam, attivista iraniano basato a Berlino. Eppure, pochi credono che in questo momento l’alternativa sia davvero il ritorno dello shah. "Non vogliamo che torni la monarchia, devono svolgersi elezioni libere in Iran", ha aggiunto Payam.
"In Iran è in corso un’altra rivoluzione manovrata. Questa volta gli iraniani sono scesi in piazza per la crisi economica principalmente", ha spiegato Sorush. Secondo molti iraniani, la longa manus occidentale può spiegare questa nuova ondata di mobilitazioni così diffusa. "L’Occidente vuole restaurare la monarchia in Iran ma dubito che Reza Pahlavi abbia la capacità di guidare il paese", ha aggiunto Anita, attivista iraniana negli Stati Uniti.
Lo stesso Trump nei giorni scorsi, promettendo di sostenere i manifestanti se le proteste fossero andate avanti e chiedendo alle autorità iraniane di non usare la violenza contro gli attivisti, aveva rifiutato di incontrare Reza Pahlavi dicendo che non sarebbe stato appropriato farlo in questo momento.
La carta riformista
"I politici riformisti hanno un rapporto molto stretto con l’Occidente e gli Stati Uniti, mentre i conservatori prediligono il sostegno di Cina e Russia", ha commentato Datis, attivista iraniano di Isfahan. "Se Israele vuole a tutti i costi che tornassero i Pahlavi a governare in Iran, gli Stati Uniti preferirebbero un governo riformista", ha aggiunto Mahsa, docente iraniana all’Università di Pittsburgh.
La possibilità che dal basso emerga un’alternativa democratica al regime degli ayatollah viene spesso citata come il possibile risultato di queste mobilitazioni. I politici riformisti, come lo stesso presidente Masoud Pezeshkian, hanno più volte sostenuto la legittimità delle richieste di chi protesta, soprattutto in tema di carovita e corruzione, ma anche sui temi più generali come la fine dell’obbligo del velo per le donne iraniane che ancora una volta guidano queste mobilitazioni. In particolare, Pezeshkian ha tuonato contro i nemici dell’Iran che, secondo lui, “vogliono seminare caos e disordine”.
Il modello venezuelano
Anche l'arresto del presidente venezuelano Nicolas Maduro e di sua moglie Cilia Flores lo scorso 3 gennaio a Caracas, in un’operazione senza precedenti recenti da parte degli Stati Uniti, può aver motivato le speranze iraniane. Eppure, le richieste di cambiamento a Teheran sono ben radicate e di lungo corso. "Gli iraniani subiscono gravi pressioni economiche, anche a causa delle sanzioni internazionali, questo ha motivato le proteste", ha commentato Abbas, attivista iraniano che vive ad Amsterdam. "Può essere che dopo quello che è accaduto a Caracas, alleato strategico di Teheran, si sentano più motivati a continuare a protestare, ma le richieste degli iraniani e delle iraniane sono di lungo corso e molto radicate sul territorio", ha aggiunto.
Non è detto che Trump intervenga
Eppure, l’incertezza su cosa accadrà una volta archiviata la stagione quarantennale della Repubblica islamica può essere il vero impedimento per un reale sostegno statunitense alle proteste di piazza in Iran. "Violenze diffuse sono il tipo di disordine che Trump tende ad evitare. Il presidente Usa preferisce azioni pulite, precise e a basso rischio", ha commentato Trita Parsi, analista del Quincy Institute negli Stati Uniti. "Dal canto loro, le autorità iraniane preferiscono l’escalation alla capitolazione di fronte a qualsiasi minaccia esistenziale", ha aggiunto. "L’approccio con l’Iran di Trump potrebbe somigliare a quello che è accaduto in Venezuela dove ha cercato di fare leva sull’indebolimento del governo piuttosto che innescare un radicale cambiamento di regime", ha concluso Parsi.
Già in varie occasioni il regime degli ayatollah ha dimostrato un’elevata capacità di resilienza di fronte alle mobilitazioni di piazza. Per esempio, ha saputo attivare nei momenti cruciali i gruppi paramilitari che hanno agito per reprimere diffusamente il dissenso. Lo stesso si può dire della reazione dei pasdaran alle minacce esterne. Per esempio, in occasione della guerra dei 12 giorni dello scorso giugno tra Israele, Stati Uniti e Iran, i pasdaran hanno saputo tenere testa, nonostante i mille morti, ai continui attacchi di Tel Aviv. A questo punto, i prossimi giorni saranno essenziali per capire se le mobilitazioni continueranno a crescere di intensità mettendo a rischio l’intera tenuta delle istituzioni rivoluzionarie o se la polarizzazione del regime porterà in strada anche i sostenitori di Khamenei che continuano a voler tenere in vita la Repubblica islamica.