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Riconosce la foto dell’ecografia della sorella tra le macerie di Beirut, Ahmed: “I nostri ricordi distrutti”

Mentre ancora le persone trovano i propri ricordi tra le macerie dell’attacco dell’otto aprile, a Beirut non cadono più le bombe ma Israele si allarga al sSd in questa fragile tregua: “Sui social media stiamo vedendo le foto della nostra infanzia e i nostri ricordi distrutti. Mi si spezza il cuore”.
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Tra le macerie di un edificio bombardato da Israele l’8 aprile, l’ecografia riconosciuta da Ahmed Mikdach. Foto di Lidia Ginestra Giuffrida
Tra le macerie di un edificio bombardato da Israele l’8 aprile, l’ecografia riconosciuta da Ahmed Mikdach. Foto di Lidia Ginestra Giuffrida

Era l'otto aprile, più o meno le 13:30 a Beirut. Era da poco entrato in vigore il cessate il fuoco tra Usa e Iran, una  sensazione di tempo sospeso abbracciava il Libano quando Israele, in soli 10 minuti, ha lanciato 160 missili, colpendo 100 obiettivi diversi. Il più grave attacco al Paese dagli anni Ottanta ad oggi. I dieci minuti più lunghi della vita di chiunque in quel momento si trovasse sul suolo libanese. Dieci minuti infiniti, che hanno posto fine alla vita di più 300 persone.

La maggior parte dei luoghi colpiti a Beirut non rientravano tra gli  ordini di evacuazione dati dall’esercito israeliano nei sobborghi di Dahiyeh, a Sud della capitale, dove opera il partito-milizia Hezbollah.

"Allerta urgente per i residenti della periferia sud", aveva scritto un funzionario delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) su Telegram e X, elencando i quartieri della zona metropolitana di Beirut dove le operazioni militari contro Hezbollah erano imminenti, qualche ora prima dell’attacco. "L'IDF non intende colpirvi e, pertanto, per garantire la vostra sicurezza, dovete evacuare immediatamente", continuava la nota.

Ma gli attacchi nel centro di Beirut, alcuni dei quali avvenuti fino a due miglia di distanza dalla periferia sud, hanno interessato sette quartieri (come ricostruito da L’Orient Today), tra cui la nota zona commerciale di La Corniche al-Mazraa.

Mentre 61 persone sono rimaste uccise nella periferia Sud, più di 90 persone sono morte nel centro di Beirut, secondo un bilancio preliminare della Protezione Civile libanese, la quale non distingue tra civili e i militanti di Hezbollah che, secondo Israele, erano gli obiettivi dei raid di quel giorno.

L'esercito israeliano ha dichiarato di aver colpito circa 300 obiettivi in tutto il paese, comprese infrastrutture militari e centri di comando appartenenti al partito di Dio.

Ma come da noi verificato sul campo, quelle colpite al centro di Beirut in pieno giorno erano palazzine residenziali. Tra le macerie del palazzo di sei piani buttato giù a La Corniche Ain El Mreisseh abbiamo trovato quaderni elementari, un libro di matematica, il cappello di qualcuno che si era appena diplomato o che l’aveva conservato da anni, un’ecografia del pancione di una donna incinta. Su un libro che sbucava dalle macerie si leggeva “Golden memories”, e ricordava a chiunque passasse di lì nelle ore successive al massacro che tra i cumuli di detriti c'era la vita di centinaia di persone.

Tra queste, anche Ahmed Mikdach, che ci scrive inaspettatamente, dopo aver riconosciuto l’ecografia della sorella in una foto da noi pubblicata il giorno seguente al massacro: “Quelli sono i figli di mia sorella quando era incinta nel 2020, la nostra casa era al secondo piano dell’edificio ma grazie a Dio oggi viviamo fuori dal Libano. Tutti i nostri ricordi e le foto della nostra infanzia sono stati distrutti”.

Così la distruzione e le macerie diventano corpi, ricordi, vite spezzate con la cieca violenza di un “click”. Così la guerra mostra il suo volto più crudo: quello degli esseri umani, lontani dai numeri, lontani da statistiche. Sono loro che colpisce la guerra; uomini e donne nello spazio più intimo della propria esistenza, quello della casa, quello dei ricordi.

“Quella è la casa in cui siamo cresciuti; io ho lasciato il Libano nel 2019 per motivi di lavoro, mia sorella se n’è andata nel 2023 e i miei genitori se ne sono andati durante l’ultima guerra ad ottobre del 2024”, continua Ahmed, “sui social media stiamo vedendo le foto della nostra infanzia e i nostri ricordi distrutti. Mi si spezza il cuore”.

Il Consiglio dei Ministri libanese ha votato per presentare una denuncia al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite relativamente agli attacchi dell’otto aprile. Nella lettera si legge che gli attacchi hanno preso di mira aree residenziali densamente popolate, durante le ore di punta e senza preavviso. Questo ha provocato "centinaia di vittime, la maggior parte delle quali civili disarmati", come scritto nella stessa lettera.

Oggi a Beirut non cadono più bombe, almeno per il momento. In seguito al massacro dell’otto aprile, Israele, sotto pressione statunitense, si è detto pronto a colloqui diretti con il governo libanese e ha accettato un cessate il fuoco di dieci giorni. Intanto, però, ha invitato gli sfollati a non tornare nelle aree di confine, ha istituito una “fascia di sicurezza” delimitata da una linea gialla profonda tra i cinque e i dieci chilometri a Sud del fiume Litani e si prepara a radere al suolo i circa 50 villaggi che vi si trovano all’interno.

Così mentre tra le macerie c'è ancora chi cerca i propri ricordi, chi aspetta che il Dna di un braccio, di una gamba, o di una mano gli restituisca quel che resta di un proprio caro, Beirut dorme senza il rumore dei bombardamenti, ma Israele si allarga nel Sud. Anche qui, come a Gaza, nessuno risarcirà mai il cuore del Libano per le perdite subite in quei dieci minuti di massacro e per quelle che, probabilmente, ancora subiranno.

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