“I medici cubani ci salvarono durante il Covid, ora tocca a noi”: così nasce la Flotilla per Cuba

Dalle tende della zona rossa di Crema nel marzo 2020, dove arrivarono i primi 52 "eroi in camice bianco" della brigata Henry Reeve, alle corsie degli ospedali di Locri e Polistena, dove ancora oggi centinaia di medici cubani garantiscono i servizi essenziali della Calabria: il legame tra Italia e Cuba è un ponte costruito sui fatti e sulla solidarietà, ma mai come oggi c'è bisogno che questo ponte venga percorso in direzione opposta.
L'isola è infatti schiacciata da un’inflazione galoppante e da una crisi energetica senza precedenti che mette a rischio la sopravvivenza stessa del Paese: a differenza del 2020, però, questa volta l'"agente patogeno" non è un virus, bensì la cinica politica messa in atto da Donald Trump, che ha di fatto posto l'isola caraibica sotto un "assedio medievale" allo scopo di affamarla per il più classico dei "regime change". È in questo contesto critico che nasce l'iniziativa della Flotilla per Cuba, un convoglio di aria e di mare che alla fine di marzo partirà per portare respiro alla popolazione. Fanpage.it ne ha parlato con Michele Curto, uno degli animatori dell'iniziativa e presidente di AICEC (Agenzia di Interscambio Culturale ed Economico con Cuba), nonché da anni figura chiave della cooperazione tra Roma e L'Avana.
Michele, si sta lavorando a una Flotilla per Cuba dopo quella per Gaza: dopotutto, fatte salve le ovvie differenze, si tratta di territori arbitrariamente cinti d'assedio da potenze straniere. Ci spieghi esattamente di cosa si tratta, come nasce e chi ne farà parte?
È importante fare subito una precisazione terminologica, che è anche politica: non stiamo parlando solo di una "flottiglia", ma di una vera e propria carovana. L’idea è nata in seno all’Internazionale Progressista e noi, come AICEC, ci siamo fatti avanti immediatamente mettendo a disposizione la nostra capacità organizzativa. La Flotilla si è evoluta in un convoglio perché vogliamo che il sostegno arrivi in ogni modo possibile: via mare, via aria e poi via terra una volta che saremo lì. Essendo Cuba un’isola, la via marittima con le barche a vela è simbolicamente potente, ma la sfida è arrivare ovunque i cubani ci stiano aspettando.

Qual è lo scopo principale di questa mobilitazione, oltre a quello materiale?
Oggi la situazione a Cuba è estremamente difficile, lo sappiamo. Come nel caso di Gaza l'obiettivo del convoglio per Cuba è portare un sostegno su più livelli: politico, culturale e materiale. Ma c'è un punto fondamentale: vogliamo aiutare senza pesare sulle scarse risorse del Paese. La scelta delle barche a vela e di un sistema di arrivo "diffuso" serve proprio a non sottrarre carburante o energia a un popolo che oggi ne ha un bisogno vitale. Il blocco del petrolio, imposto da Trump, ha ridotto drasticamente anche il traffico aereo; noi vogliamo forzare questo isolamento, mantenere le tratte aperte. Cuba è sempre stata aperta al mondo, e noi non permetteremo che venga tagliata fuori.
Chi vedremo a bordo della Flotilla per Cuba?
È emozionante leggere le chat in queste ore. Si sta muovendo un’umanità incredibile da tutti i continenti. Ci sono i giovani, che per noi sono prioritari, ma il fronte è trasversale sia a livello generazionale che politico. Ho parlato poco fa con padre Massimo Nevola dei Gesuiti, con i gruppi Scout, con persone che magari non sono mai state "politiche" in senso stretto, ma che hanno capito l'urgenza umana. Ci saranno realtà storiche come l'Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba e l'ARCI, ma anche chi ha sostenuto la Flotilla per Gaza. Voglio essere chiaro: qui non è una questione di schieramento ideologico, ma di buonsenso. C’è chi viaggerà fisicamente e chi, non potendo, sta aiutando altri a partire o sta inviando beni. È un mondo vario che si muove zaino in spalla: chi parte sa che non va a fare il turista.
Hai citato la scarsità di beni essenziali. Questo ci porta a "Let Cuba Breathe". Che cos'è questa campagna e perché avete sentito l'esigenza di lanciarla proprio ora?
"Let Cuba Breathe" nasce dalla necessità di aprire uno squarcio di verità proprio ora che la situazione è così difficile. Per anni è stata fatta una disinformazione interessata, raccontando che a Cuba mancano le cose perché il governo non le vuole o per inefficienza interna. Ora la maschera è caduta: è palese che a Cuba non ci sono i beni di prima necessità perché qualcuno, alla Casa Bianca, ha deciso di non farglieli arrivare; è così dal 1959, ma ora la situazione è drammaticamente peggiorata. La campagna raccoglie storie vere: medici, pazienti, sportivi, persone comuni che resistono in condizioni assurde.
Tu vivi spesso all’Avana per lavoro, proprio vicino a importanti centri medici…
Io vivo tra l’ospedale di gastroenterologia e quello di microbiologia. Conosco, per esperienza diretta, storie di medici che devono terminare interventi chirurgici usando la luce dei loro smartphone perché salta la corrente. Vedo macchinari salvavita alimentati con batterie di fortuna. Si inventano soluzioni tecnologiche dal nulla per non smettere di curare. "Let Cuba Breathe" serve a creare coscienza su questo. È un appello al mondo affinché si smetta di accettare una punizione collettiva nel XXI secolo. Non si può negare a un popolo il diritto alla sussistenza per ricattarlo politicamente. È una violazione di ogni principio di diritto umano.
A proposito di medici cubani, è impossibile non tornare al 2020. Tu eri in prima linea quando le brigate cubane arrivarono in Italia durante la fase più acuta del Covid.
Ero sulla pista dell'aeroporto di Caselle di Torino quel lunedì di Pasquetta. Non esistevano voli di linea, la seconda brigata arrivò con un volo speciale per l'ospedale Covid di Torino. Ho lavorato con loro per quattro mesi come volontario e traduttore nella "zona rossa". Conosco le storie di ciascuno di quei 38 ragazzi. Alcuni sono morti di Covid in altre missioni umanitarie in giro per il mondo. Uno di loro, Lester, lo chiamavamo "l’angelo della notte": era lui che coordinava i turni più massacranti nell'oscurità del reparto a Torino.
All'epoca la presenza dei medici cubani nel pieno dell'emergenza Covid unì tutti.
In quei mesi a Torino vidi qualcosa di unico: la politica italiana unirsi nel segno della gratitudine. Alberto Cirio, presidente di centro-destra, e Chiara Appendino, sindaca dei Cinque Stelle, entrambi reduci dal Covid, erano in pista con gli occhi lucidi. L'umanità diede il meglio di sé.
Eppure all'inizio c'era molta diffidenza verso di loro…
Assolutamente sì. I medici italiani inizialmente non volevano lavorare con i colleghi cubani, non si fidavano dei protocolli dell'isola. Poi, giorno dopo giorno, quella diffidenza si è trasformata in una fratellanza professionale totale. Alla fine della missione non volevano più lasciarli andare. Anche grazie agli epidemiologi cubani, in quattro mesi di lavoro intensissimo al Covid Hospital non si è ammalato un solo operatore: né medici, né volontari, né il personale delle pulizie. È stata una lezione di medicina e di organizzazione che non possiamo dimenticare. Julio, il capo brigata, è diventato cittadino onorario di Torino e Cavaliere della Repubblica per mano di Mattarella.

Oggi però il clima sembra cambiato. Recentemente ci sono state pressioni, anche da parte del diplomatico Mike Hammer, incaricato d’affari Usa a Cuba, affinché l'Italia – soprattutto la Calabria – interrompa la collaborazione con i medici cubani. Come rispondi a questo?
Io sono del 1980, di una generazione che ha visto il mondo cambiare drasticamente. Vedere oggi un funzionario straniero girare per le nostre regioni a dirci con chi dobbiamo collaborare per tenere aperti i nostri ospedali mi fa rabbrividire. Dov’era questo Mike Hammer quando morivamo di Covid e non sapevamo cosa fare? Io so dove erano i cubani: erano al nostro fianco in corsia. Quello che succede oggi a Cuba definirà che tipo di Paese siamo noi. Non è una questione di destra o di sinistra, è una questione di sovranità nazionale. Se un popolo affamato e al buio come quello cubano difende la propria sovranità, come possiamo noi, che abbiamo la pancia piena, rinunciare alla nostra e farci dire da altri cosa è bene per noi?
Pensi che le istituzioni italiane sapranno resistere a queste pressioni?
Mi aspetto che lo facciano con fermezza. Un "no grazie" è doveroso.
Ho letto dichiarazioni del presidente della Calabria, Occhiuto, che è stato chiaro. Dice: "I medici cubani servono perché senza di loro dovremmo chiudere gli ospedali".
Meno male. Ma aggiungo: l’Italia ha sempre votato all'ONU contro il bloqueo. Essere coerenti significa sostenere Cuba ora, nel momento del massimo bisogno, e non girarsi dall'altra parte mentre viene attuata una punizione collettiva ingiustificabile.
È a questo che serve la Flotilla?
Voglio essere chiaro: qui non si tratta di "pagare" un debito rispetto alla presenza dei medici cubani in Italia, ma non possiamo dimenticare che loro c'erano quando noi ne avevamo bisogno. Ecco, ora dobbiamo esserci noi per loro. La Flotilla è la nostra risposta: un’azione concreta per dire che Cuba non è sola.