Messa in onore di padre Jacques Hamel, Parigi
in foto: Messa in onore di padre Jacques Hamel, Parigi

Nell' Agosto 2014 l'Isis uccideva gli ostaggi americani cominciando dal giornalista James Foley. Da quel momento il pianeta intero ha dovuto interrogarsi sulla questione della pubblicazione o meno delle immagini di morte diffuse dallo Stato Islamico. Quello fu l'avvio della loro propaganda. All'epoca, senza alcun accordo coordinato, sui social si manifestò ampio consenso a non pubblicare il video postato dai jihadisti.

La questione si ripropone oggi nella sua intensità per quanto accaduto a Saint-Etienne-di Rouvray o a Nizza. In Francia, Juliette Méadel, segretaria di Stato preposta al “sostegno alle vittime”  ha annunciato la creazione di un gruppo di lavoro per "ragionare sulla copertura mediatica degli attentati". Saranno poi prese delle misure a settembre.

Nel frattempo, ieri, Le Monde ha preso una posizione molto chiara:

"Abbiamo deciso di non pubblicare più immagini di estratti di documenti di propaganda o rivendicazione dell'Isis. Non pubblicheremo più fotografie degli autori delle stragi, per evitare effetti di glorificazione postuma”.

L'attentatore di Nizza è stato ritratto in costume da bagno su Paris Match, sulla prima pagina di Libération con la foto che sembrava di un ricercato, poi sul Nouvel Observateur mentre ballava la salsa. Gli assassini di Nizza o di Rouen andavano o no mostrati? Avevano una vita: bisognava davvero raccontarla?

"Nel dispositivo di creazione di eroi dell'Isis evocare l'autore di un attentato corrisponde a fare il loro gioco" ha detto l'antropologo Abdu Gnaba.

Per seminare  paura e creare caos sociale, i terroristi utilizzano tutte le armi, e specialmente quelle che gli conferisce il potere mediatico. Assetati di riconoscimento e di gloria, questi figli del consumismo provano a imporre la loro esistenza ovunque sia possibile arrivare con Internet, tv e stampa. Sperano così di passare dall'anonimato di un “io” malato a un “noi” potente e visibile in scala planetaria. Così, promuovendo l'immagine del terrorista, compiacendosi nell'analisi della sua storia, con il pretesto di cercare di capire la barbarie più velocemente degli inquirenti la nostra società dello spettacolo alimenta purtroppo la volontà di riconoscimento di questi assassini, e gli offre, post mortem, una possibilità di passare da feccia allo status di sedicente guerriero”.

Anche lo psicanalista tunisino Fethi Benslama – in un intervento su France Culture- propone ai media di siglare un patto di non diffusione.

Non si devono pubblicare nomi e immagini degli autori di queste azioni, perché è esattamente il modo usato dai terroristi per farsi conoscere da tutto il pianeta. Ottengono la gloria agli occhi dei loro mandanti, e dei loro amici. Inciteranno gli altri a fare lo stesso. Per questo lasciano ben in evidenza i loro documenti: vogliono essere subito conosciuti. Si servono della comunicazione come naturale prolungamento del terrore”.

Difficile non essere d'accordo con queste analisi che del resto partono dall'osservazione di evidenze: l'Isis, figlia dell'Occidente, domina la comunicazione, e si serve di questa. Anche i media tedeschi, visto che anche la Germania si è appena confrontata allo stesso choc francese, si stanno facendo le stesse domande:

“Stiamo dunque facendo il gioco di chi compie stragi?”.

Ma la questione è ben più ampia. Può la censura dell'informazione cambiare o modificare o arginare una situazione come quella che si sta prospettando? Soprattutto in un'era in cui il web e i social network facilmente aggirano e cambiano l'agenda dei media?

La restrizione delle nostre libertà, un maggiore controllo di polizia, la "paura liquida" come l'ha profetizzata anni fa Zygmut Bauman, una guerra civile possibile, non sono forse anche questi dei modi per conformarci ai loro voleri?

Il giornalista di RFI, David Thomson, che osserva il jihadismo da diverso tempo ha dato al quotidiano Libération, un'opinione radicalmente diversa da quelle dell'antropologo e dello psicanalista:

I jihadisti non hanno di certo bisogno dei media di massa per esistere. Hanno la loro agenzia stampa, i loro mezzi di produzione e diffusione via Internet. Gli eroi si creano all'interno della stessa sfera jihadista. Penso che sia meglio guardare in faccia la minaccia che negarla. E del resto è vero proprio il contrario. Ci sono delle foto che fanno la felicità dei jihadisti, quelle che mostrano la debolezza del potere politico dei paesi occidentali. L'immagine dei due poliziotti che si abbracciano, dopo il 13 novembre, è stata la copertina di Dar al-Islam, il magazine dell'Isis. Anzi non fornire dati aumenterebbe la possibilità di sviluppare teorie del complotto che già circolano. Oltre al fatto che il diritto all'informazione è nella Costituzione”.

La censura è mai servita a qualcosa? Si può, proprio perché la nostra è la società dello spettacolo aggiustarne qua e là gli effetti scambiandoli con le cause?  Non sarebbe meglio attrezzarsi su un piano diverso, e cioè fare fronte a questa ondata di nichilismo rispondendo con molta più vita, molta più società, molta più cultura intesa nel senso più ampio? La situazione è così sfuggita di mano che non si può neanche più pensare al jihadismo come espressione di una cattiva integrazione: le classi medie, o in alcuni casi anche elevate della società sono ugualmente coinvolte. Al tempo stesso, è altrettanto vero che chi vive e proviene da contesti poveri e disagiati trova nell'arruolamento una forma di riconoscimento. Né può certo dirsi che sia espressione di una rabbia contro l'islamofobia. 6000 tunisini si sono arruolati nei ranghi dello Stato Islamico negli anni che hanno visto l'ascesa di Ennahda, un partito fortemente connotato dall'adesione alla religione e ai suoi principi. In pratica, anziché desiderare raggiungere le nostre coste, in cerca di una vita migliore hanno raggiunto l'Isis per trovarne una migliore in cielo. E tra loro, fa notare Thomson, "ce n'erano di ogni tipo: medici, cantanti, sportivi, e disoccupati. L'Isis ha fornito loro  una nuova forma di universalismo”.

Fatte le dovute differenze, suona un po' come le proteste che vengono mosse, in Italia, contro la produzione dell'audiovisivo sulla mafia. “ Non state creando degli eroi?”. Sarebbe la serie tv "Gomorra" che  ispira la camorra, o il suo incancrenimento nel tessuto sociale a ispirare invece una narrazione collettiva?

E' vero che i media hanno responsabilità, è vero che ci vuole cautela, discernimento, attenzione. Ma non sono i media che potranno mai supplire a inefficaci strategie politiche e culturali, soprattutto se la strada sarà quella della censura in un'epoca in cui giornali e tv non detengono più in via esclusiva il "quarto potere".