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Dal Brasile alla Spagna: il quarto mandato di Lula riaccende le speranze di Sanchez e della sinistra

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Con la conferma di Lula alla guida del paese, il Brasile rimane ancora un bastione fondamentale del progressismo nel continente.

Luiz Inácio Lula da Silva è stato eletto presidente del Brasile per un quarto mandato nel ballottaggio che si è tenuto in quest’ultima domenica di ottobre e che lo ha visto competere con il candidato dell’estrema destra Flávio Bolsonaro, figlio dell’ex presidente Jair Bolsonaro, condannato a 27 anni di carcere per avere tentato un colpo di Stato. Con una differenza di quattro milioni di voti, pari a una percentuale del 3,5%, Lula è riuscito a ribaltare il risultato del primo turno che lo aveva visto arrivare secondo a due punti di distanza dall’avversario, smentendo i sondaggi della vigilia che davano la contesa in parità tecnica, incapaci di tradurre in consenso elettorale la forza di mobilitazione del “lulismo”, che tra il primo e il secondo turno si era canalizzata nell’“esercito di Lula”, dieci milioni di persone in giro per il mondo a fare proselitismo con l’utilizzo di WhatsApp.  Così l’anziano leader progressista ha vinto nonostante i falsi influencer a lui avversi creati con l’intelligenza artificiale, i commentatori europei che ne celebravano anticipatamente la fine politica e in generale l’ingerenza dell’amministrazione statunitense che, nel Brasile, cercava la preda definitiva per fare cappotto dell’intera ragione latino americana.

Sulla vittoria di Lula, soprattutto sulle sue dimensioni, s’interrogano ora commentatori, mezzi d’informazione e spazi politici dentro e fuori il paese sudamericano. Ci si chiede come sia stato possibile, infatti, in appena tre settimane invertire il risultato del primo turno in modo così consistente. Non è la prima volta che questo succede in America Latina, accadde per esempio in Colombia tra il primo e il secondo turno delle presidenziali che elessero Gustavo Petro presidente. Ma è la prima volta che accade in Brasile e la cosa più evidente, in entrambi i casi, è la mobilitazione al secondo turno del proprio elettorato e il recupero dell’astensione.

Questo è stato possibile in Brasile per il cambiamento della campagna elettorale di Lula tra un turno e l’altro. Al primo turno i toni della campagna venivano avvertiti come eccessivamente trionfalistici, con una retorica distante dal sentire concreto delle persone che portava a una sostanziale smobilitazione dell’elettorato progressista. Per il ballottaggio, Lula ha capito che doveva reimpostare tutto dal principio e perciò si è fatto aiutare dai deputati più giovani che erano stati eletti in parlamento. Confronto da cui è emerso che l’uso dei social sarebbe stato fondamentale, soprattutto il suo uso democratico, ossia diffuso, con l’attivazione di migliaia, poi diventati milioni, di volontari prestati alla causa della democrazia. Perché a quel punto, s’imponeva la necessità di confrontare il proprio programma con quello dell’avversario, per spiegare le conseguenze dell’una e dell’altra politica e mettere in guardia l’elettorato dal pericolo rappresentato dal ritorno del clan Bolsonaro alla guida del paese. Ed è cambiato anche lo slogan della campagna, non più tanto i meriti di Lula presidente, ma l’urgenza che sinistra e destra si coalizzassero in difesa della democrazia.

Poi certamente hanno contato anche alcune misure assunte a ridosso delle elezioni, come l’aumento della Bolsa Familia per lo sradicamento della povertà e la riduzione per legge dell’orario di lavoro a 40 ore. Ha contato anche la denuncia più marcata nei confronti di un colosso tecnologico come Meta, che controlla Fb, Instagram e i servizi di messaggistica istantanea, segnalando come l’algoritmo sia tutt’altro che neutrale, parteggiando dalla parte dell’estrema destra.

E il discorso di un fronte comune contro la reazione gestito dal basso ha fatto presa, portando a votare molti che al primo turno non si erano sentiti interpellati. Nel discorso successivo alla vittoria, infatti, Lula ha ringraziato in particolare i giovani che sono scesi in piazza e gli ultrasettantenni che sono andati a votare pur non essendo obbligati a farlo, come invece il resto della popolazione, perché la “remontada” si è giocata soprattutto sul recupero della loro astensione.

Durante la notte elettorale il neoeletto presidente ha confermato che il Brasile “non entra nel cortile di casa di nessuno”, come aveva già avvertito a New York nell’ultima Assemblea Generale delle Nazioni Unite, in riferimento all’interesse degli Stati Uniti a controllare i governi dei diversi paesi dell’America Latina per potersi impossessare delle loro risorse a buon mercato e vincere così la competizione commerciale con la Cina. E qui c’è il secondo elemento importante nel ragionamento di Lula che al primo turno forse non era stato sufficientemente apprezzato, ossia la riaffermazione della sovranità del Brasile nei confronti della voracità statunitense. Che segna un punto di forza per tutta la regione latino americana. Vari leader dell’America Latina hanno celebrato la vittoria di Lula; anche alcuni della destra, come Santiago Peña e Rodrigo Paz, presidenti rispettivamente di Paraguay e Bolivia, la presidente del Perù Keiko Fujimori e il presidente cileno José Antonio Kast. D’altronde, con tutti loro, il Brasile mantiene strette relazioni regionali, a cominciare dall’appartenenza all’area economica e commerciale rappresentata dal Mercosur, il cui accordo con l’Unione Europea è tra l’altro già in vigore, per quanto provvisoriamente.

La vittoria di Lula conferma la possibilità di un progetto trasformatore del Brasile, opposto a quello iperliberista, securitario e di militarizzazione del territorio rappresentato dal clan Bolsonaro. Il neoeletto presidente governerà approfondendo il suo programma di politica sociale già applicato in questi ultimi anni, durante i quali lo sforzo principale è stato quello di ricostruire quanto Bolsonaro padre aveva distrutto. Lula può ripartire da un’economia con un buon ritmo di crescita, risorse naturali ingenti e preziose e un ritrovato gusto da parte del suo elettorato per la partecipazione popolare. Ma si troverà anche a gestire una situazione tutt’altro che facile, con un paese spaccato a metà dove comunque il bolsonarismo, alimentato dalle chiese evangeliche, è diventato un fenomeno persistente, che sopravvive al suo stesso fondatore. E dove il Partido Liberal della famiglia Bolsonaro gode di un’ampia maggioranza nel parlamento che è venuto fuori con le ultime legislative, celebrate in concomitanza col primo turno delle presidenziali. Sarà perciò necessaria tutta la capacità di dialogo e di mediazione che a Lula sempre si riconosce per il suo passato da sindacalista. E probabilmente andrà anche ripensato l’avvenire del Partido dos Trabalhadores e della sua classe dirigente per il futuro.

Per quanto riguarda l’America Latina, il mantenimento del Brasile nell’alveo progressista – assieme al Messico di Claudia Sheinbaum, l’Uruguay di Yamandú Orsi e il Guatemala di Bernando Arévola –  può rappresentare una garanzia non solo per il rispetto dei diritti umani e la lotta alla crisi climatica, ma anche per il rilancio del multilateralismo e la salvaguardia della sovranità dei diversi paesi della regione. Con Donald Trump tornato alla Casa Bianca e vincitore delle ultime sette elezioni celebrate in America Latina, era sembrato che l’ondata reazionaria dovesse sommergere l’intero continente americano. Ma con la conferma di Lula alla guida del paese, il Brasile rimane ancora un bastione fondamentale del progressismo nel continente. 

Contro ogni pronostico, dunque, questa domenica il Brasile ha fermato con nettezza l’espandersi del progetto reazionario in America Latina. Questo dice una cosa fondamentale: che l’esito di una consultazione elettorale non è mai definito una volta per tutte, che ci sono fatti, fenomeni, movimenti di persone e di idee che possono cambiare il risultato finale. Tra un mese anche la Spagna andrà alle urne, misurando la tenuta del progressismo in Europa. Lo ha ricordato Pedro Sánchez, su X, congratulandosi con Lula: “Quello che è successo in Brasile – ha detto – succederà in Spagna. La remontada del progressismo globale è appena cominciata”.

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Elena Marisol Brandolini, giornalista, laureata in Economia, con un master in Diritti del lavoro e un dottorato in Relazioni Internazionali ha lavorato come ricercatrice economica, sindacalista della Cgil e dirigente nella pubblica amministrazione. Da corrispondente dalla Spagna e attenta ai paesi del Sudamerica, ha collaborato con l’Unità, Il Fatto Quotidiano e Radio3Mondo. Scrive su Il Messaggero, il Manifesto, Domani e la rivista East West.
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