Un carro armato condotto dai ribelli anti–Assad nella città di Saraqib (Gettyimages)
in foto: Un carro armato condotto dai ribelli anti–Assad nella città di Saraqib (Gettyimages)

Almeno 33 soldati turchi sono stati uccisi nella notte in un raid aereo compiuto dall’aviazione siriana nella provincia di Idlib, nella Siria nord-occidentale. Diversi militari sono stati portati in gravi condizioni oltre confine per essere curati negli ospedali turchi. Rhami Dogan, il governatore della provincia di Hatay, in un primo momento aveva parlato di 22 vittime ma con il passare delle ore il bilancio dei morti si è aggravato. Per la Turchia, che appoggia le formazioni ribelli anti-Assad, si tratta della peggior perdita dal 2016 quando è intervenuta militarmente nel Paese mediorientale. Dopo l’attacco, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha convocato d’urgenza il Consiglio di sicurezza nazionale. “Risponderemo allo stesso modo – ha minacciato – colpendo tutte le posizioni siriane conosciute”. Solo pochi giorni fa, Erdogan aveva avvisato che l’inizio delle operazioni militari della Turchia a Idlib era “imminente”.

La reazione di Ankara alla morte di decine di suoi soldati non si è fatta attendere: truppe turche in Siria hanno lanciato diversi missili terra-terra contro un convoglio militare governativo siriano e miliziani lealisti nel nord-ovest del Paese. Lo riferiscono fonti sul terreno, secondo cui l'attacco è avvenuto poco fa nel distretto di Maarrat al Numaan, a sud del capoluogo Idlib. Sono 16 le perdite tra i militari siriani. L'esercito turco, inoltre, ha rivendicato di aver "neutralizzato" (cioè ucciso o ferito) in 17 giorni di scontri almeno 1.709 soldati siriani, distruggendo decine di mezzi militari e depositi di armi e munizioni di Damasco.

La Russia, principale alleata di Bashar al Assad, ha negato qualsiasi responsabilità nell’uccisione dei militari turchi. Il ministro della difesa russo ha dichiarato che “non avrebbero dovuto trovarsi in quell’area” e che Mosca non era stata informata della loro presenza. "I soldati turchi erano nelle formazioni di battaglia dei gruppi terroristici –  afferma una nota del ministero della difesa russo – e sono stati sotto il fuoco delle truppe siriane”.

Riunione d’emergenza della Nato

Un miliziano ribelle apre il fuoco contro postazioni dell’esercito siriano a Saraqib, nella provincia di Idlib (Gettyimages)
in foto: Un miliziano ribelle apre il fuoco contro postazioni dell’esercito siriano a Saraqib, nella provincia di Idlib (Gettyimages)

La strage dei soldati turchi rischia di provocare una pericolosa escalation e di infiammare ancora di più la già delicata situazione nella regione. Il ministro degli Esteri turco Cavusoglu ha avuto un colloquio telefonico con il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg per discutere delle possibili misure da prendere nel quadro dell'Alleanza atlantica. Secondo quanto riporta l’agenzia Afp, Stoltenberg “ha condannato i continui e indiscriminati attacchi aerei da parte del regime siriano e della Russia nella provincia di Idlib”. Anche gli Stati Uniti hanno preso posizione. “Siamo a fianco della Turchia, nostro alleato nella Nato, e chiediamo la fine immediata di questa spregevole offensiva da parte del regime di Assad, della Russia e delle milizie iraniane”, ha dichiarato un portavoce del dipartimento di Stato americano. “Stiamo valutando quali sono le migliori opzioni per sostenere la Turchia in questa crisi”, è la posizione Usa. Su richiesta della Turchia è prevista per oggi pomeriggio una riunione d’emergenza della Nato in cui i Paesi membri discuteranno quali misure adottare.

“No ad un altro genocidio come in Ruanda e Bosnia”

Bambini siriani vicino al muro che delimita la frontiera con la Turchia nella provincia di Idlib (Gettyimages)
in foto: Bambini siriani vicino al muro che delimita la frontiera con la Turchia nella provincia di Idlib (Gettyimages)

“La comunità internazionale deve agire per proteggere i civili e imporre una no-fly zone sulla regione di Idlib nel nord-ovest della Siria”. Lo scrive su Twitter il capo della comunicazione della presidenza turca, Fahrettin Altun. “Una ripetizione dei genocidi del passato come in Ruanda e Bosnia non può essere permessa a Idlib”, ha aggiunto Altun. “Milioni di civili vengono bombardati da mesi dal cielo. Le infrastrutture, comprese scuole e ospedali, vengono prese di mira sistematicamente dal regime. Un genocidio sta avvenendo lentamente sotto i nostri occhi. Chi ha una coscienza e una dignità deve alzare la voce”, ha proseguito il portavoce, secondo cui "il regime ha tratto vantaggio per anni dal silenzio internazionale di fronte ai suoi crimini”. “Abbandonare Idlib al suo destino significherà che i sogni del regime si realizzeranno. Hanno compiuto una pulizia etnica e demografica nella regione. Non possiamo girarci dall'altra parte”.

Anche le Nazioni Unite temono un possibile scontro aperto tra Turchia e Siria. Il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, ha espresso “grave preoccupazione” per l'escalation dei combattimenti nel nord-ovest della Siria e ha ribadito la sua richiesta di cessate-il-fuoco.

La Turchia apre i confini: “Via libera ai profughi verso l’Europa”

Un gommone con a bordo profughi afghani avvistato il 28 febbraio e diretto all’isola di Lesbo, in Grecia (Gettyimages)
in foto: Un gommone con a bordo profughi afghani avvistato il 28 febbraio e diretto all’isola di Lesbo, in Grecia (Gettyimages)

La Turchia, che ospita oltre 3 milioni e mezzo di rifugiati siriani, ha fatto sapere che aprirà i propri confini alle decine di migliaia di disperati in fuga dalla violenza Siria. Ankara ha deciso ieri sera di aprire le frontiera in risposta al mancato sostegno occidentale a Idlib. Polizia e guardia costiera hanno avuto l’ordine di non ostacolare il passaggio dei profughi che intendano andare in Europa. Poche ore dopo l’annuncio delle autorità turche, alle prime luci dell'alba, piccoli gruppi di persone sono stati visti dirigersi a piedi verso la frontiera con Grecia e Bulgaria. Secondo i media turchi, si tratterebbe di circa 300 siriani, iraniani, iracheni, pakistani e marocchini diretti nei due Paesi dell’Unione Europa.

Dal 1° dicembre 2019, circa 950mila persone sono state costrette a lasciare le proprie case in seguito all’aumento dell ostilità nelle province di Idlib e Aleppo. È quanto ha reso noto l’Ufficio Onu per il coordinamento umanitario (Ocha) nel suo ultimo aggiornamento sulla situazione nella martoriata regione nella Siria nord-occidentale. Oltre l’80% degli sfollati sono donne e bambini. Secondo Unicef, i minori in fuga dai combattimenti sono più di mezzo milione. Quasi 200mila invece le donne.