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La strage di Pizzolungo, l’attentato diretto al giudice Carlo Palermo che uccise Barbara Rizzo e i suoi figli

Il 2 aprile 1985 Cosa nostra tentò di uccidere il magistrato Carlo Palermo con un’autobomba sulla strada che collega Pizzolungo a Trapani. L’uomo rimase solo ferito, ma nell’attentato morirono la 30enne Barbara Rizzo e i figli gemelli di 7 anni, Salvatore e Giuseppe.
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Poco dopo le 8.35 del 2 aprile 1985, sulla strada che collega Pizzolungo a Trapani, esplose un'autobomba con cui Cosa nostra tentò di uccidere il magistrato Carlo Palermo, arrivato in Sicilia per indagare sui traffici di droga della mafia. Il magistrato rimase ferito, ma si salvò.

Vittime innocenti dell'attentato furono Barbara Rizzo, 30 anni, e i suoi due gemelli di 7 anni, Salvatore e Giuseppe. Margherita, la figlia 11enne della donna, si salvò perché era già a scuola. Da quel giorno la sua vita e quella del marito di Barbara, Nunzio, non saranno più le stesse.

Da questa vicenda è stato tratto il film Un futuro aprile, diretto da Graziano Diana e liberamente ispirato al libro "Sola con te in un futuro aprile" di Margherita Asta e Michela Gargiulo (edito da Fandango Libri), che andrà in onda stasera in tv alle 21.30 su Rai 1.

La storia dell'attentato in cui perse la vita Barbara Rizzo

La mattina dell'attentato il sostituto procuratore Carlo Palermo, arrivato in Sicilia da 40 giorni per prendere il posto di un altro coraggioso magistrato ucciso dalla mafia, Giangiacomo Ciaccio Montalto, è a bordo di una Fiat 132 blindata per raggiungere il palazzo di Giustizia di Trapani.

In prossimità dell'auto carica di tritolo, posizionata sulla strada proprio per colpire il magistrato, si trova anche la Volkswagen Scirocco guidata da Barbara Rizzo, che sta accompagnando a scuola i figli Giuseppe e Salvatore.

La coupé, che si viene a trovare tra l'autobomba e la 132 quando la vettura esplode, fa da scudo alla Fiat 132. Così Palermo viene solo ferito, mentre Barbara e i suoi gemelli non sopravvivono all’attentato. Di loro restano solo pochi brandelli, ritrovati a oltre cento metri dal luogo dell'esplosione.

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Nunzio Asta, il marito di Barbara e padre dei due bambini, è a casa al momento dell'attentato. Si sta rimettendo da un intervento al cuore e ha deciso di recarsi al lavoro più tardi. Dopo aver sentito l'esplosione, esce per prestare soccorso. Non sospetta che la sua famiglia sia rimasta coinvolta.

Poco dopo si reca nella sua officina e, quando la polizia lo chiama per chiedergli il numero di targa dell'auto, capisce tutto. Poco prima una sua impiegata aveva verificato che i figli non erano mai arrivati a scuola.

Le vittime: Barbara Rizzo e i figli Salvatore e Giuseppe

Barbara Rizzo era nata a Trapani nel 1955, ultima di quattro fratelli. Dopo aver frequentato l’istituto magistrale, si era sposata a 19 anni con Nunzio Asta e dalla loro unione erano nati tre figli: Margherita e i due gemelli Salvatore e Giuseppe.

Barbara Rizzo con i figli Salvatore e Giuseppe.
Barbara Rizzo con i figli Salvatore e Giuseppe.

Quel 2 aprile la famiglia si trovava nella casa di villeggiatura a Pizzolungo. Sul luogo dell’accaduto è stata posta una statua in memoria di Barbara e dei suoi figli. Sulla stele si legge la frase: "Rassegnati alla morte non all'ingiustizia, le vittime del 2-4-1985 attendono il riscatto dei siciliani dal servaggio della mafia. Barbara, Giuseppe e Salvatore Asta".

Le parole del sindaco Garuccio: "A Trapani la mafia non esiste"

All'epoca suscitarono scalpore le dichiarazioni dell'allora sindaco di Trapani, Erasmo Gruccio, rilasciate al quotidiano la Repubblica due giorni dopo la strage. Il primo cittadino affermò che l'attentato non era imputabile a organizzazioni mafiose perché "a Trapani la mafia non esiste".

La sua affermazione fu molto discusa e divenne oggetto di una controversa e celebre vignetta di Giorgio Forattini pubblicata sempre su la Repubblica, che ritraeva Garuccio con i pantaloni abbassati e una lupara (tipica arma da fuoco a canne mozze, ndr) infilata nel sedere.

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Indagini e condanne per l'attentato a Carlo Palermo

La strage di Pizzolungo doveva servire a bloccare le inchieste di Carlo Palermo che avrebbero portato ad una raffineria di eroina nei pressi di Alcamo, scoperta dalla Polizia 22 giorni dopo l'attentato.

In un primo processo, Gioacchino Calabrò, Vincenzo Milazzo e Filippo Melodia vennero condannati all'ergastolo in primo grado, ma assolti nel 1990 dalla Corte d'Appello di Caltanissetta e l'anno successivo dalla Cassazione.

Negli anni seguenti le dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia (Francesco Di Carlo, Pietro Scavuzzo, Giovan Battista Ferrante e Giovanni Brusca) portarono al rinvio a giudizio dei boss mafiosi Salvatore Riina, Vincenzo Virga, Antonino Madonia e Baldassare Di Maggio, ritenuti mandanti della strage.

Riina e Virga vennero condannati all'ergastolo: il capo di Cosa nostra come mandante della strage del 2 aprile, Virga perché, in qualità di boss della famiglia di Trapani, aveva dato appoggio e sostegno all’attuazione del piano criminale. La stessa pena fu comminata anche a Baldassare Di Maggio.

Nel processo d’appello arrivò la condanna anche per Antonino Madonia quale concorrente nella strage di Pizzolungo. L’ergastolo venne confermato anche dalla Corte di Cassazione. Il nuovo processo individuò Vincenzo Milazzo, Gioacchino Calabrò e Filippo Melodia come esecutori della strage ma non più processabili poiché assolti nel processo a Caltanissetta.

Nel 2019, a più di trent'anni dai fatti, si aprì a Caltanissetta il quarto processo per la strage, che vedeva come unico imputato Vincenzo Galatolo (un tempo capo della famiglia mafiosa dell'Acquasanta già condannato all'ergastolo per altri omicidi), accusato dalla figlia Giovanna (divenuta testimone di giustizia) di essere uno dei mandanti del massacro.

Il processo, celebrato con il rito abbreviato, si concluse in primo grado l'anno successivo con la condanna di Galatolo a 30 di reclusione, confermati in appello nel 2022 e in Cassazione l'anno successivo.

La famiglia delle vittime, Margherita e Nunzio Asta

Nunzio sopravvisse solo otto anni alla tragedia, nel 1993 si spense per problemi cardiaci. Oggi Giuseppe e Salvatore Asta avrebbero 39 anni, la madre 64. A mantenerne viva la loro memoria è Margherita, che da anni si dedica con alle attività dell'associazione antimafia Libera.

Margherita Asta (Foto Facebook).
Margherita Asta (Foto Facebook).

In un’intervista ha spiegato i motivi per cui ha scelto di collaborare con Libera: “Il mio impegno è nato perché ad un certo punto mi sono resa conto che la memoria di mia madre, dei miei fratellini stava per scomparire, ho scelto di uscire da quel silenzio in cui mi ero rinchiusa, chissà forse era questo quello che si voleva da me, e invece eccomi qui".

"Non è sfida, è testimonianza perché la memoria non può essere cancellata, né dal ricordo si può essere schiacciati. Nella lotta alla mafia non mi ero mai impegnata. Finché nel 2002 mi sono trovata a dovere fronteggiare il processo contro gli autori della strage e allora ho scoperto Libera”.

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