Se fosse un romanzo, quello di Emanuela Orlandi sarebbe uno di quei noir onirici in cui la storia viene raccontata prima con un epilogo, poi con un altro, poi con i loro apposti. Tutte le soluzioni sono verosimili, nessuna è reale. Così è la storia di Emanuela, liceale vaticana svanita nel nulla 34 anni fa, mentre tornava da una lezione di musica.

22 giugno 1983

Il 1983 fu l’anno della prima bimba italiana nata in provetta, della condanna degli assassini di Aldo Moro, dell’omicidio del giudice antimafia Rocco Chinnici, dello scudo spaziale di Reagan. A Roma Papa Giovanni Paolo II inaugurava il giubileo di Redenzione, per le strade c’erano pellegrini arrivati da ogni città d’Italia. A pochi passi dalla basilica di Sant’Apollinare, il 22 giugno, Emanuela terminava la lezione di musica. Alle 19 e 30 era con le amiche, alle 20 era sparita. Il 30 giugno Roma fu tappezzata di manifesti con la foto di Emanuela Orlandi con una fascetta da hippy sulla fronte.

Nell'afa dell'estate 1983 i giorni scorrono senza che nessuno rivendichi il sequestro di Emanuela. Poi succede qualcosa che porta il caso alla ribalta della cronaca nazionale. Il 3 luglio Papa Giovanni Paolo II, dalla finestra dell’appartamento di piazza San Pietro, lancia un appello per il caso Orlandi: ‘Non perdo la speranza nell’umanità di chi abbia responsabilità di questo caso’. Parole strane. Se fosse un romanzo, proprio qui, il lettore si chiederebbe come mai Karol Wojtyla, il papa ‘politico’, il papa polacco anticomunista che avversa Solidarnosc, interviene durante l’Angelus per sensibilizzare chi ‘abbia responsabilità del caso’. Singolare anche la scelta delle parole. A chi si riferisce? Alla Procura? Ai sequestratori (in assenza di rivendicazioni e richieste di riscatto) o ad altri? L'unico precedente di un simile ‘appello' nella storia papale fu quello per il sequestro dell’onorevole Moro, pronunciato da Paolo VI, nel 1978.

‘L'Americano'

Finalmente a a far sperare che il ritorno di Emanuela a casa sia ancora possibile, arriva una telefonata. Alla sala stampa del Vaticano, però. Il sedicente aguzzino, un uomo dallo strano accento anglosassone che chiameranno ‘l'Americano', chiede di avviare una trattativa per il rilascio della ragazza in cambio della scarcerazione di Mehmed Ali Agca, il terrorista che sparò al papa Wojtyla in piazza San Pietro. È il 5 luglio, Agca deve essere fuori entro il 20, ma senza garanzie, di fatto non ci sono prove dell’esistenza in vita di Emanuela. Anche qui, ci si chiederebbe cosa c'entri Emanuela con i terroristi che volevano morto il papa. O con il papa stesso. Non è dato sapere se viene aperta una trattativa dopo quella telefonata, quello che si sa è che alla chiamata ne segue un’altra, a casa Orlandi, stavolta. Da un lato del filo c’è Mario Meneguzzi, lo zio della ragazza; dall’altro lui, l’americano, che fa ascoltare all’uomo la registrazione. Con accento romanesco, una voce femminile pronuncia queste parole. "Scuola: Convitto Nazionale Vittorio Emanuele II, dovrei fare il terzo liceo ‘st'altr'anno… scientifico". Lo zio riconosce la voce della nipote, ma anche se quella fosse veramente la voce di Emanuela, questo non prova che sia viva.

Un'altra telefonata di un uomo con un accento mediorientale raggiunge un'amica di Emanuela, una ragazzina che il giorno della scomparsa, le aveva dato un biglietto con il suo telefono di casa e che Emanuela aveva messo nella tasca dei jeans. Chiede una linea diretta con il cardinale Agostino Casaroli per negoziare il rilascio del terrorista. La linea viene aperta il 18 luglio, non vengono diffuse notizie su eventuali contatti con il sequestratore.

Il 28 agosto, affacciato su piazza San Pietro, Wojtyla rivolge un altro appello per la liberazione di Emanuela, che questa volta associa a un altro caso, quello di Mirella Gregori. Quindici anni, studentessa romana era scomparsa da Roma 40 giorni prima della ragazza con la fascetta. A settembre 1983 l'Americano si fa vivo con la famiglia Gregori. La telefonata arriva al bar di proprietà dei Gregori, in via Volturno: "Prendi nota", dice l'anonimo ad Antonietta, la sorella maggiore di Mirella, che a penna scrive sotto dettatura le marche sulle etichette dei vestiti che Mirella indossava il giorno della scomparsa. Poi il sequestratore riaggancia, lasciando la ragazza gelata dalla consapevolezza che chi conosceva quei particolari aveva necessariamente ‘avuto Mirella tra le mani'.

Intanto, una nota dei servizi segreti, rimasta riservata fino al 1995, identifica l'Americano con un personaggio di alto rango della schiera ecclesiastica. Monsignor Paul Marcinkus, presidente dello IOR, principale azionista del Banco Ambrosiano guidato da Calvi, presunto massone della loggia Propaganda Due, meglio nota come P2. Cresciuto in America, ma figlio di genitori lituani, uomo di polso cui fu affidata la gestione della banca vaticana, il suo accento sarebbe stato compatibile con quello de l'Americano, un uomo la cui conoscenza della lingua latina più che di quella italiana era evidente. A tale nota non seguono sviluppi.

A questo punto la storia cambia scenario e soluzione. Dopo quasi venti anni alla trasmissione ‘Chi l'ha visto?' giunge la telefonata di un uomo, mai identificato, che lascia un messaggio sibillino. Per risolvere il caso di Emanuela Orlandi, dice, è necessario controllare chi è sepolto nella Basilica di Sant'Apollinare (dove Emanuela studiava musica, ndr.). L'informatore parla anche del favore che "Renatino fece al cardinal Poletti". L'ospite del sepolcro si rivela essere Enrico De Pedis, detto ‘Renatino', l'ex capo della banda della Magliana morto nel 1990. Nel 2006, le rivelazioni di Sabrina Minardi, ex amante del boss, aprono ufficialmente la pista della criminalità organizzata. Amante degli uomini più ricchi e influenti di Roma (si attribuisce anche flirt con Roberto Calvi), la Minardi rivelò di aver saputo che Emanuela era stata rapita per ordine di Paul Marcinkus, proprio dal De Pedis, allo scopo di "dare un messaggio a chi stava sopra di loro". La pista viene vagliata come credibile per i rapporti che in quegli anni intercorrevano tra alcuni esponenti della criminalità e il Vaticano, accusato di riciclare i soldi della malavita attraverso le quote del Banco Ambrosiano, di cui lo IOR era socio maggioritario e del cui fallimento fu corresponsabile. Secondo Antonio Mancini, conosciuto negli ambienti della Magliana come ‘Accattone', Emanuela sarebbe stata rapita dalla Banda della Magliana per ottenere la restituzione del denaro investito nello IOR attraverso il Banco Ambrosiano. Anche questa, però non è la soluzione.

I depistaggi

Nel 2013 fa il suo ingresso sulla scena Marco Fassoni Accetti, il supertestimone del caso Orlandi. Consegna alla trasmissione Chi l'ha visto un flauto che dice di essere appartenuto ad Emanuela e si autoaccusa del suo sequestro e di quello di Mirella. Fotografo e videomaker romano, è noto alle autorità per la condanna a un anno di reclusione per l'omicidio di Jose Garramon, figlio 12enne dell'ambasciatore uruguaiano a Roma, ucciso il 20 dicembre 1983, nella pineta di Castelporziano, a Ostia. Secondo il ‘supertestimone' le ragazze sarebbero state rapite come per ricatto all'interno di una lotta tra fazioni avverse del Vaticano. Accetti viene denunciato per calunnia e autocalunnia come depistatore.

I festini in Vaticano

Il nome di Marcinkus, accusato di essere l'anima nera di Papa Giovanni Paolo II, finanziatore occulto di potentati che avversavano il comunismo, presunto ideatore del complotto omicida di Giovanni Paolo I, torna ancora una volta, questa volta, però, nella pista del delitto a sfondo sessuale. È il pentito di mafia, Vincenzo Calcara a rivelare che proprio in quegli anni avrebbe lavorato come corriere della droga per il monsignore che ne avrebbe fatto uso – secondo l'ex mafioso – nel corso di festini erotici in Vaticano cui partecipavano anche ragazzine minori.

Finisce così il romanzo di Emanuela Orlandi, tra enigmi sepolcrali, depistaggi, strumentalizzazioni. Finisce in un labirinto di risposte, ma a differenza di un romanzo, quella vera può ancora essere scritta.