Opinioni
14 Giugno 2012
10:24

In attesa della fine della crisi, ripensiamo al nostro futuro?

I mercati attendono il risultato delle elezioni di domenica in Grecia, mentre anche dai Bund arrivano insoliti scricchiolii. Occorre ripensare il modo di far crescere l’economia e non lasciarsi tentare da vecchie ricette.
A cura di Luca Spoldi

Ormai si è capito, i mercati stanno facendo il conto alla rovescia rispetto a domenica prossima quando in Grecia si terrà una nuova tornata elettorale da cui dipenderà il destino di Atene e dell’euro: se vinceranno partiti in grado poi di formare un governo e mantenere il paese nell’eurozona, semmai ricontrattando ancora una volta con la Ue i termini dell’adesione alla moneta unica e gli impegni a fronte dei quali sono stati erogati sinora aiuti per complessivi 340 miliardi di euro tra prestiti bilaterali, aiuti erogati dall’Efsf, finanziamenti dell’Fmi e ristrutturazione del debito pubblico detenuto dalle banche (dell’ipotesi “b”, ossia che la Grecia non riesca nell’impresa ed esca dall’euro e di tutti i costi e rischi che questo comporterebbe per Atene e per i paesi “superstiti” dell’euro ho già parlato a sufficienza e dunque non mi ripeterò oggi).

Misure che secondo Die Zeit comunque non basteranno, tanto che si parla di un possibile terzo pacchetto d’aiuti che secondo il settimanale tedesco il parlamento di Berlino potrebbe iniziare a discutere già da settembre. Misure, soprattutto, che sono costate molto (circa 500 miliardi in tutto contando gli 85 miliardi di aiuti all’Irlanda e i 78 al Portogallo, ma il conto potrebbe arrivare a 600 miliardi conteggiando anche i “massimi 100 miliardi” promessi a Madrid) a tutti i paesi membri e in particolare alla Germania, che per questo punta i piedi rispetto all’ipotesi di ulteriori “bazooka”, siano essi rappresentati da maggiori dotazioni patrimoniali del fondo  “salva stati” permanente, Esm, sia una qualsivoglia forma di eurobond sia pure una modifica dello statuto della Bce che consenta a Mario Draghi di divenire di fatto quel “prestatore di ultima istanza” che è negli Usa la Federal Reserve.

La soluzione “finale” della crisi, l’ho scritto più volte, richiederà una visione d’insieme da parte di tutti gli appartenenti all’area dell’euro e la capacità di dar vita a un’unione politica oltre che economica all’interno della quale le regole valgano per tutti allo stesso modo, i furbi siano ugualmente perseguiti, i corrotti ugualmente mandati a casa. E possibilmente l’educazione e l’innovazione ugualmente sostenute per far recuperare competitività all’intera area europea, all’interno della quale non è accettabile che vi siano discrepanze macroscopiche tanto a livello di produzione manifatturiera quanto di tassi di occupazione (soprattutto a svantaggio dei giovani), piuttosto che di salari e stipendi o di pensioni.

Siccome però è più facile descrivere la condizione ideale da raggiungere che non prendere concreti provvedimenti per arrivarvi, i mercati continuano a non fidarsi e, udite udite, ora anche i “mitici” Bund tedeschi, quelli in cui si rifugiano i capitali di mezza Europa in uscita dai titoli di stato italiani, portoghesi e spagnoli, hanno iniziato a dare segni di nervosismo, con un’asta, ieri, di decennali tedeschi (scadenza luglio 2022), per un importo di “soli” 4,04 miliardi di euro quindi decisamente non impegnativo, che ha visto il tasso medio salire all’1,52% dal precedente 1,47%, con una domanda pari solo a 1,4 volte l’offerta (era 1,5 volte l’offerta nella precedente asta).

C’è da dire peraltro che sempre ieri i Bot a dodici mesi hanno visto il rendimento volare al 3,972% rispetto al 2,34% dell’asta del mese scorso a fronte di una domanda di poco superiore a quella dei decennali tedeschi (1,73 volte l’offerta, per di più in calo rispetto alle 1,79 volte l’offerta nella precedente asta). Segno che la fiducia resta merce rara che si scambia a caro prezzo con tassi di interessi che a lungo termine non sono sostenibili da un paese il cui debito è pari a 1,2 volte il Prodotto interno lordo ed ormai sfiora i 1.900 miliardi di euro. Occorre dunque trovare il modo di far ripartire il Pil e di farlo senza chiedere aiuti, che altrimenti alimenterebbero il debito e rischierebbero di indurre a ulteriori “virtuose” manovre correttive fatte di tagli e tasse.

Siccome essere contemporaneamente virtuosi sia come settore pubblico sia come settore privato vuol dire avviarsi verso un crack in stile Argentina (o Grecia, se preferite), qualcosa ci si dovrà inventare. Ad esempio iniziando a prendere esempio da chi da sempre si inventa con successo nuovi prodotti, servizi o modelli organizzativi come gli Stati Uniti o Israele ancora più che il Giappone o i paesi emergenti del “Bric” (Brasile, Russia, India e Cina), paesi che per inciso al momento vedono un rallentamento della crescita dovuta alla graduale perdita di competitività dopo anni di crescita non solo della produzione ma anche dei costi e alla crisi dei mercati di sbocco europei.

Una piccola idea? Iniziamo a non buttare altre centinaia di milioni di euro in incentivi all’edilizia, settore già molto “pompato” e che ha generato un mare di guai infinito negli Usa e in Spagna (tenete a mente che le crisi immobiliari non durano solo un anno o due come quelle finanziarie, ma in media sette-otto anni e capirete il rischio di puntare su tali investimenti, magari facendoli finanziare oltre che dallo stato dalle banche) e semmai dotando il paese di infrastrutture in grado di far viaggiare veloci e sicure le informazioni e i dati necessari ad una produzione che è sempre meno industriale e sempre più immateriale, ma in grado di generare posti di lavoro e ricchezza quanto e più di quello che nel secolo scorso hanno fatto le grandi fabbriche di auto o pneumatici o mattoni.

Negli Usa uno startupper seriale come Phililp Rosedale (ricordato per aver dato vita al settore dei mondi virtuali col lancio di Second Life) di recente ha lanciato Coffee & Power, un marketplace online dove si possono acquistare prestazioni professionali realizzate da professionisti connessi attraverso terminali mobili, ossia collegati col proprio portatile o tablet non in un ufficio ma da casa o da un caffè. Il lavoro del futuro sarà sempre più flessibile e ad elevata specializzazione, sarebbe il caso di capirlo per tempo perché euro o non euro, superata l’emergenza attuale resterà sempre da decidere che futuro vogliamo costruire per noi stessi e i nostri figli. Tutti bagnini e guide turistiche, piuttosto che pizzaioli o camerieri, non mi pare un’alternativa esaltante, per quanto degna possa essere e interessante per le tasche dei proprietari di infrastrutture turistiche che si vorrebbero essere il motore del prossimo “miracolo italiano”. Che ne pensate?

Luca Spoldi nasce ad Alessandria nel 1967. Dopo la laurea in Bocconi è stato analista finanziario (è socio Aiaf dal 1998) e gestore di fondi comuni e gestioni patrimoniali a Milano e Napoli. Nel 2002 ha vinto il Premio Marrama per i risultati ottenuti dalla sua società, 6 In Rete Consulting. Autore di articoli e pubblicazioni economiche, è stato docente di Economia e Organizzazione al Politecnico di Napoli dal 2002 al 2009. Appassionato del web2.0 ha fondato e dirige il sito www.mondivirtuali.it.
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