Cipro, le proteste e la corsa ai bancomat

La crisi di Cipro continua a riservare sorprese: dopo il “no” del Parlamento cipriota all’imposizione patrimoniale straordinaria (e salatissima) su conti correnti e depositi, richiesta dalla Ue in contropartita di 10 miliardi di euro di aiuti comunitari, ci si interroga cosa potrà succedere. Secondo alcuni osservatori nulla di buono, se non si riuscirà in tutta fretta a varare un “piano B” che fino a ieri era stato escluso ufficialmente ma che ora appare indispensabile per evitare il collasso dell’isola-stato che con un Pil di 17 miliardi di euro ha bisogno di un salvataggio di analoghe dimensioni per evitare il collasso del proprio sistema bancario (cresciuto in questi anni fino a diventare una sorta di nuova Svizzera nel mezzo del Mediterraneo, grazie a tasse al minimo sia sui redditi d’impresa sia sulle rendite finanziarie e ad un’ampia tolleranza del “nero” in arrivo in particolare dalla Gran Bretagna e dalla Russia).

Mentre è presto per dire se Cipro si salverà o se colerà a picco (i mercati sembrano scommettere sulle capacità di fuoco della Bce di Mario Draghi, tanto che oggi salgono persino i titoli di quegli istituti tedeschi che la stessa stampa locale vuole complessivamente esposti per 5,9 miliardi di euro, guarda caso una cifra analoga a quella che si sarebbe dovuto prelevare da conti e depositi ciprioti) e se si trascinerà dietro ancora altri stati di Eurolandia (l’indiziata numero uno sembra la Slovenia, nell’euro dal 2007 ed un tempo considerata l’area più ricca dell’ex Jugoslavia, dove però le banche hanno visto le sofferenze salire al 20% e necessitano di una ricapitalizzazione da almeno 4 miliardi), alcuni punti iniziano a essere messi a fuoco con maggiore chiarezza.

Anzitutto la tanto vituperata patrimoniale anche per i conti sotto i 100 mila euro, ha fatto sapere la Commissione Ue, sono stati i politici ciprioti a volerla. Il che conferma quanto vi ho riferito ieri essere già stato raccontato dal Financial Times ma stranamente poco o nulla ripreso dalla stampa italiana, che sembra (in particolare nel caso dei quotidiani vicini all’ex premier Silvio Berlusconi) voler cavalcare il disagio sociale che sta fomentando, come notavano gli uomini del Credit Suisse, la crescita di movimenti populistici e tendenzialmente “critici” (per non dire contrari) nei confronti della Ue. Poi è evidente che anche in Germania (Berlino al momento ha espresso il suo “rammarico” ma nulla di più) ci si sta iniziando a rendere conto che una politica di solo rigore è miope e pericolosamente recessiva. Il che non è l’ideale se si vuole mantenere in vita e anzi rafforzare il progetto economico-politico alla base dell’euro e dell’eurozona.

Così non sarà un caso che in questi ultimi giorni alcuni segnali di ammorbidimento dell’egemone europeo possono scorgersi nei passi in avanti fatti in materia di autorità europea di supervisione bancaria (ruolo che sarà affidato alla Bce), nel via libera da parte della Commissione Ue al governo italiano per l’esclusione dei debiti commerciali della P.A. nei confronti delle imprese private dal computo di deficit e debito, passo che consentirà di sbloccare i pagamenti stessi come ha subito fatto sapere il ministro del Tesoro in carica, Vittorio Grilli, (anche se questo difficilmente si tradurrà in una misura “pro-crescita” essendo piuttosto probabile che possa servire ad attenuare semmai la crescita delle sofferenze bancarie, ormai arrivate a 126 miliardi di euro lordi a livello complessivo in Italia a fine gennaio, attraverso un’ulteriore riduzione, questa volta “in bonis”, del credito concesso alle imprese) e più in generale in un lieve allentamento della repressione fiscale che infatti gli analisti di molte case d’investimento tra cui il Credit Suisse vedono in calo quest’anno e il prossimo rispetto ai livelli toccati nel 2011 e nel 2012.

Insomma, sia pur tra molte difficoltà e con non pochi ostacoli e rischi ancora davanti, il percorso per uscire dalla crisi banco-sovrana in cui si dibatte l’Eurozona pare imboccato (gli analisti del Credit Suisse sostengono anzi che siamo già a due terzi del cammino) e senza grandi sforzi né necessità di pesanti manovre aggiuntive (checché ne pensino Commerzbank o gli anti-europeisti di casa nostra) l’Italia potrebbe farcela a proseguire lungo la strada del risanamento dei conti pubblici dando un poco di fiato in più alle imprese. Non illudetevi tuttavia: i problemi italiani restano una burocrazia e un fisco opprimenti, una tendenza all’evasione ampiamente tollerata, l’erosione di competitività delle nostre aziende e una generale incertezza circa le prospettive future di una popolazione che sta invecchiando e che sta iniziando a non investire più su se stessa.

Di più: chi interpreta come elemento centrale della crisi italiana il costo del lavoro di fatto cerca di nascondere una serie di limiti imprenditoriali che il “capitalismo relazionale” italiano ha dimostrato nel corso degli anni e che stanno ora esplodendo sotto forma di crescenti accantonamenti e svalutazioni di crediti e avviamenti bancari, guarda caso nel quasi generalizzato disinteresse se non silenzio dei media tradizionali italiani (legati spesso a doppio filo alle grandi imprese o alle banche, coinvolte direttamente come soci o indirettamente tramite la raccolta pubblicitaria). Aggiungeteci il solito “condimento” di diffusa illegalità presente in molte aree e settori del paese e capirete perché senza una rivoluzione culturale prima, economica ed organizzativa poi, dalla crisi non usciremo meglio di altri, se e quando ne usciremo. Se non altro il processo di rinnovamento, sia a livello politico sia economico e finanziario, pare essersi messo in moto: per questo è necessario vigilare e capire cosa sta succedendo attorno a noi e a chi maggiormente interessano le varie “narrazioni” della crisi e delle sue possibili soluzioni.