La Banca d’Italia ha deciso di commissariare il consiglio d’amministrazione della Banca Popolare di Bari per la cattiva gestione finanziaria e per i troppi crediti deteriorati. Aprendo di fatto una crisi anche politica, all’interno della maggioranza di governo, che comunque in mattinata sembra essere parzialmente rientrata. Il Governo interverrà per salvare la Banca, ma l’accordo deve ancora essere trovato. L’esecutivo, comunque, dovrebbe aumentare il capitale di Microcredito Centrale, la cosiddetta Banca del Mezzogiorno controllata da Invitalia, ovvero dal ministero dell’Economia. Con una cifra (si parla di 250 milioni) da investire per poi versarli alla Popolare di Bari come primo intervento.

Cosa succederà alla Banca Popolare di Bari

Ci sarà un salvataggio pubblico, quindi. Probabilmente con un decreto simile a quello già messo in campo nel caso della Banca Carige. In mattinata è il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, a spiegare cosa verrà fatto: “Interverremo attraverso uno strumento nella pancia di Invitalia, Mediocredito Centrale. Cerchiamo di fare di necessità virtù. Assicureremo a Mediocredito centrale le necessarie risorse per poi, con un fondo interbancario, intervenire per rilanciare la Pop Bari. Avremo una sorta di Banca del Sud degli investimenti a partecipazione pubblica”.

Non tuteleremo nessun banchiere, ma c’è la massima tutela dei risparmiatori”, assicura ancora Conte.  La crisi con Italia Viva è rientrata, secondo il presidente del Consiglio che assicura che ci sarà una nuova convocazione del Consiglio dei ministri a breve. Per quanto riguarda l’immediato, è lo stesso istituto a far sapere che nulla cambia per i risparmiatori dopo il commissariamento di Bankitalia: “La banca prosegue regolarmente la propria attività. La clientela può pertanto continuare ad operare presso gli sportelli con la consueta fiducia”.

La Banca Popolare di Bari e la crisi

La Popolare di Bari ha 69mila azionisti, 2700 dipendenti e 368 sportelli ed è molto radicata sul territorio pugliese, pur avendo filiali in tantissime altre Regioni italiane. La Banca nasce nel 1960 e la sua crisi non nasce oggi, ma già qualche anno fa. Una delle tappe iniziali di questa crisi risale al 2014, quando l’istituto rileva Tercas, la Cassa di Risparmio di Teramo, con 750 milioni di perdite e 1,4 miliardi di sofferenze. Viene varato un aumento di capitale da 800 milioni tagliando il valore delle azioni.

La crisi prosegue fino ad arrivare al bilancio del 2018, quando le perdite della Popolare di Bari salgono a 420 milioni, a cui vanno aggiunti altri 73,3 milioni nel giugno del 2019. Altro dato da segnalare sono i crediti deteriorati al 31 dicembre 2018: 1,4 miliardi su impieghi totali per 10,65 miliardi. Per provare a rilanciarsi l’istituto ha quindi tentato di cedere il 73,6% detenuto per la Cassa di Risparmio di Orvieto. La trattativa è iniziata da mesi, ma nonostante sembrasse cosa fatta non si è riusciti a concludere. Per cui ancora non è arrivato nessun incasso.

A luglio l’istituto ha ceduto crediti deteriorati per 2,9 miliardi, tornando a respirare un pochino. Ma la crisi ormai è stata aperta. E le rassicurazioni degli scorsi giorni sembrano non bastare, nonostante siano in molti a sostenere che ad oggi non ci siano rischi né per i depositanti né per gran degli obbligazionisti. Più a rischio, invece, la posizione degli azionisti: sono quasi 70mila e detengono titoli dal valore nominale complessivo di 815 milioni. E il salvataggio pubblico potrebbe portare a un loro azzeramento.