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Via i clochard a Torino: non si cancella la povertà cancellando i poveri

Il blitz delle forze dell’ordine impegnate a cacciare via i clochard dal centro di Torino è illogico, oltre che inutile e disumano. In pieno inverno e nel cuore di una pandemia, l’unica soluzione immaginata da tanti amministratori locali del nostro Paese è quella di cancellare la povertà cancellando i poveri.
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Le scene di ieri nel centro di Torino, con l'ennesimo blitz di polizia e vigili intenti ad allontanare i clochard dal centro cittadino, in pieno inverno e con una pandemia in corso, sono l'ennesimo esempio di un'abiezione morale che ha da tempo varcato le soglie dell'accettabile. L'ossessione per il decoro da parte delle amministrazioni locali nel nostro Paese, in particolare in quelle delle grandi metropoli, si è ormai da anni trasformata in una battaglia contro gli oppressi, colpevoli di essere poveri, di essere clochard, di essere qualsiasi cosa non siamo noi nelle nostre case al caldo, con i nostri abbonamenti alle piattaforme streaming, con le nostre app pronte a farci consegnare il cibo a casa.

La letteratura sulla questione abbonda, anche se pare non incidere in alcun modo nel dibattito pubblico, né orientando le azioni degli amministratori, nazionali e locali, attratti come falene dalla luce dei sondaggi e sempre pronti ad aizzare la parte più irrazionale e le paure dei cittadini. Le forze di sinistra su questo hanno smesso di assumere posizioni forti, al limite suonano qualche vecchio organetto senza fiato, lasciando difatti senza risposte i problemi sociali che poi generano l'indignazione perbenista a cui segue l'unica risposta politica immaginabile per i nostri amministratori: lo sgombero.

Con relativa derubricazione di un problema sociale a questione di sicurezza e legalità, in cui impegnare fiumi di risorse ed energie delle forze dell'ordine costrette loro malgrado ad eseguire ordini privi di ogni razionalità. Motivo per cui nemmeno l'atto più insensatamente crudele, come quello a cui abbiamo assistito ieri a Torino (altri simili se ne sono verificati in quest'ultimo anno altrove lungo la penisola), con le coperte dei senzatetto gettate nella spazzatura, riesce a modificare l'ordine del giorno italico fatto di battute ciniche, meme, commenti politici e caciara nazionale.

Del decoro urbano e della sua ideologia ne parlava paio di anni fa ne parlava un paio di anni fa in termini chiari un libro dal titolo ‘La buona educazione degli oppressi. Piccola storia del decoro' di Wolf Bukowski uscito per le edizioni Alegre, in cui si spiegava senza infingimenti retorici e mostrando l'evidenza dei dati una questione: da anni è in corso una guerra, combattuta tra le strade delle città, contro poveri, migranti, movimenti di protesta e marginalità sociali. Le sue armi sono decoro e sicurezza, categorie diventate centrali nella politica ma fatte della sostanza di cui sono fatti i miti. Lo scopo di questa guerra, sostiene l'autore, è cancellare ogni riferimento di classe per delimitare un dentro e un fuori, in cui il conflitto non è tra sfruttati e sfruttatori ma tra noi e loro, gli esclusi, che nel neoliberismo competitivo da vittime diventano colpevoli: povero è chi non si è meritato la ricchezza. Il mendicante che chiede l’elemosina, il lavavetri ai semafori, il venditore ambulante, il rovistatore di cassonetti, dipinti come minacce al quieto vivere.

Da questo punto di vista, l'azione per il ripristino del decoro da parte delle forze dell'ordine nel capoluogo piemontese costituisce l'azione meno decorosa possibile, perché oltre che discriminatoria, propagandistica, è anche priva di buon senso e logica. Non si cancella la povertà cancellando i poveri e tra qualche tempo torneremo a discutere dei clochard di via Cernaia e degli altri, a Torino, o in altre città italiane.

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Scrittore, sceneggiatore, giornalista. Nato a Napoli nel 1979. Il suo ultimo romanzo è "Le creature" (Rizzoli). Collabora con diverse riviste e quotidiani, è redattore della trasmissione Zazà su Rai Radio 3.
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