Il 30 novembre 1979 viene pubblicato The Wall dei Pink Floyd, un’opera rock che irrompe sulla scena mondiale come una picconata su di un muro di mattoni, un album che cambia per sempre la musica e il rock. Due anni prima, in un giorno di settembre, ero venuto al mondo, irrompendo come una furia sulla scena familiare dopo più di 24 ore di travaglio. Due anni dopo, mentre comincio a camminare e parlare, non c’è giorno in cui il mio babbo non ascolti quel concept album e così passo dopo passo, parola dopo parola, canzone dopo canzone, imparo a memoria il disco preferito di mio padre e inconsciamente ne faccio mio il senso: annientare i muri fisici e psicologici che dividono gli esseri umani, la scena politica marcia e autoreferenziale, i sistemi scolastici castranti, l'insostenibile pesantezza dell'eredità lasciata dalle generazioni passate. Tutto tornerà a tratti nella mia vita.

A poco più di 9 anni mi opporrò al sistema autoritario della mia maestra fascista, e non per modo di dire: vedova di un gerarca in pensione, il quaderno di storia si chiamava la mia storia, quello di geografia la mia patria.

A 15 anni mi scaglierò con tutte le mie forze contro mio padre e la sua pesante eredità. A 19 scapperò via di casa senza mai più farvi ritorno.

L’album racconta la storia di Pink, alter ego di Roger Waters – cofondatore, autore, cantante e bassista del gruppo, nonché ideatore dell'intero progetto – la cui alienante vita da rockstar, lo porta a precorrere un disarmante viaggio interiore. Pink ricorda il dolore della perdita del padre, porta le cicatrici di un rapporto con una madre opprimente, piange la fine del suo matrimonio, accusa la scuola per i traumi subiti, critica i governi per le falsità propinate al popolo, urla contro la massificazione della cultura e del rock. "Ogni delusione e dolore che il mondo ha inflitto a Pink è «another brick in the wall», un altro mattone del muro che il protagonista costruisce intorno a sé per proteggersi."

"The Wall" il concerto a Berlino nel 1990

Dieci anni dopo l'uscita di "The Wall",  viene abbattuto a picconate, dalle ragazze e ragazzi di tutta la Germania, il più grande promemoria delle barriere del mondo e, ironia della sorte, pochi mesi prima di quello storico novembre, Waters aveva detto che avrebbe suonato ancora dal vivo The Wall, solo se fosse caduto proprio il muro di Berlino. Il concerto del '90 diviene metafora di libertà: il muro abbattuto fuori e dentro di noi. È un momento straordinario. La libertà viene celebrata su quella stessa piazza che un tempo era stata centro dei quartieri generali nazisti, un enorme spiazzo abbandonato tra Potsdamer Platz e la Porta di Brandeburgo, rimasto per molto tempo una “terra di nessuno”.

Al concerto assistettero più di 350mila persone: trasmesso in diretta in diversi paesi del mondo. In un’intervista Waters disse: “Se questo concerto vuole celebrare qualcosa, è che il crollo del muro di Berlino può essere interpretato come una liberazione dell’animo umano”. Nel 1990 c’erano 7 barriere in tutto il mondo che separavano esseri umani da altri esseri umani. 30 anni dopo, a 40 anni dalla pubblicazione di The Wall, a 75 dalla caduta del nazifascismo, ci sono più di 70 muri, 70 barriere che dividono gli esseri umani. E a quanto pare la storia, inesorabile, si ripete uguale a se stessa.

Il mondo dopo la caduta del muro

La caduta del Berliner Mauer, nel novembre 1989, tanto attesa soprattutto dai giovani del tempo, non ha prodotto quel cambiamento che il mondo sperava. Le tensioni, come i muri, sono aumentate: la paura dello straniero, l'emergenza "invasione" e gran parte di questa paranoia da assediati è da attribuire alla globalizzazione, che pretendeva di abbattere le barriere fisiche e sociali e che, invece, ha alimentato a dismisura il divario fra nord e sud del mondo e fomentato quell’insicurezza che è oramai parte integrante della narrazione della realtà di gran parte dei Paesi del mondo. Io appartengo a una generazione che veniva definita "no global", abbiamo visto la caduta del muro e le torri gemelle, così come i nostri genitori avevano vissuto la fine della guerra e la costruzione del muro.

“VOI G8 NOI 6 MILIARDI” così recitava uno dei più bei cartelli per le strade di Genova nel 2001: lottavamo per l’abbattimento dei muri, convinti che la globalizzazione avrebbe reso il mondo "più piccolo", con meno diritti, più sfruttamento, più differenze, eravamo convinti che avrebbe eretto più muri e forse avevamo ragione. Tutti temi toccati anche nella poetica di Waters, in veggente anticipo sui tempi, che sentiva il peso dell’eredità degli errori della generazione precedente ed ora anche della sua.

La globalizzazione dei muri

A 15 anni mi scagliai con tutte le mie forze contro mio padre e la sua pesante eredità, accusavo lui e la sua generazione di aver fallito, di aver costruito un futuro soltanto per loro, pieno di muri invalicabili, di aver tradito la rivoluzione e di aver venduto quei sogni per comprarsi una casa di proprietà. Lui, subito, mi aveva risposto: «In realtà noi qui siamo in affitto». Poi, dopo un lungo silenzio aveva aggiunto: «Hai ragione… Ma ci buttavano addosso le bombe, ci arrestavano e ci ammazzavano come se niente fosse… Che cosa potevamo fare? Che cosa potevo fare?» Sentiva forte la sua responsabilità rispetto alle cose che non andavano.

Vent’anni dopo, venivo intervistato da un ragazzo di 19 anni sui fatti di Genova del 2001, in occasione del debutto di un mio spettacolo che narrava quegli eventi. Lui, ritrovando in me la generazione dei suoi genitori, mi domandava perché ci eravamo arresi, perché avevamo venduto i sogni per comprarci una macchina, manco una casa; perché avevamo parlato di un altro mondo possibile, per poi abbandonarlo e recintarlo dietro un muro di filo spinato. D’istinto, senza pensarci, gli risposi: «E cosa cazzo dovevamo fare? Ci hanno pestato a sangue, torturati, arrestati, abbandonati e poi ci han dato la colpa di tutto. Ci hanno ammazzato i vent’anni e li hanno lasciati per terra. Che cosa cazzo potevamo fare di più? Ci abbiamo provato e non ci siamo riusciti, ma ci abbiamo provato, cazzo». Dopodiché mi sono zittito, perché mi ero reso conto che avevo dato la stessa identica risposta che il mio babbo aveva dato alla stessa identica accusa.

La vostra generazione ha perso, papà, la mia generazione ha perso, figliolo, ma forse un giorno accadrà che i figli finalmente impareranno dagli errori dei loro padri, e le figlie dagli errori delle loro madri, e viceversa, fin quando un giorno ci sarà soltanto una generazione di persone migliori. E non ci saranno più muri o barriere. O forse no, semplicemente alle volte si vorrebbe soltanto avere una seconda possibilità.

Ma la storia si ripete inesorabile e allora resteremo sempre in attesa di una seconda possibilità che non arriverà mai più: ma la verità è che ora è mai più, è questa la nostra seconda possibilità. La rivoluzione di Pink è una battaglia contro se stesso, alla fine dell’album riesce finalmente ad abbattere tutti i muri e le barriere che lo circondano quando comprende che sono dentro di se ed è questa la storia di sempre che da sempre si ripete: i muri vanno abbattuti fuori e dentro di noi, altrimenti le barriere non cadranno mai. È la paura a costruire i muri e come dice il mio amico Folco Orselli: "La paura è vigliacca, se la guardi dritta negli occhi quella si scioglie".

Ogni generazione sogna un altro mondo possibile ma “Quelli che davvero ti amano vanno e vengono al di là del muro” dopotutto era solo un altro mattone in the wall.