Rocco Hunt e Clementino: “Ci chiedevano di abbandonare il napoletano, oggi siamo la storia di una generazione”

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Rocco Hunt e Clementino a Fanpage - ph Alfiero Crisci
Rocco Hunt e Clementino pubblicano The album e raccontano 15 anni di amicizia e musica, dal pregiudizio verso il rap in napoletano al riconoscimento di una generazione. ì.

Si è perso il conto degli anni in cui Clementino e Rocco Hunt avevano promesso il disco insieme. Periodicamente usciva la voce che i due fratelli maggiori del rap napoletano avrebbero pubblicato un joint album e puntualmente, per un motivo o per un altro, questa cosa non accadeva. Oggi, 6 novembre 2026, l'attesa è finita, è arrivato "The album", un lavoro che esplora le varie anime dei due guaglioni campani che per un periodo hanno portato da soli sulle spalle il peso del genere, cercando di coglierne le sfumature, cercando di accontentare un pubblico più street e uno più mainstream. E in quest'album ci finisce tutto quello che erano e che sono diventati: dall'egotrip, al pezzo romantico, passando per il comedy rap, senza mai dare l'impressione che era un album che si doveva fare. Oggi sono spalla a spalla nei libri di storia della musica napoletana, lo sono a The Voice, e anche sulla copertina di un album. Sono venuti nella redazione di Fanpage per raccontarci come è nato.

Aspettavamo quest'album da una vita, cosa è successo per vederlo pubblicato?

Clementino: Sì. Abbiamo iniziato 15 anni fa con la nostra prima canzone, e dopo tanti anni di collaborazioni nei rispettivi dischi e dopo tanti concerti dove siamo stati ospiti l'uno dell'altro, siamo riusciti a tirare fuori il disco. Si chiama "The Album" proprio perché noi volevamo il disco.

A un certo punto dite: "È vero, amma fatto ‘a storia". Siete un po' storia della musica italiana, no?

Roco Hunt: Allora, "storia della musica italiana" sono parole forti. Parole forti che magari è bello che ci vengano dette dagli altri, ma mai da noi. Da parte nostra sarebbe brutto dire "siamo la storia". Però ci siamo resi conto di essere la storia non della musica in generale, ma magari di una determinata generazione, di un determinato tipo di ragazzi. Perché quando giriamo per strada e abbiamo i loro feedback, oppure incontriamo i più giovani ci dicono: "Guarda, io sono cresciuto con te". Quindi, anche se non so se sarò la storia della musica – e sarà bello se lo diranno gli altri -, so di essere stato la storia per alcune persone, di aver raccontato e rappresentato la loro storia.

La vostra amicizia nasce quando Clemente incontra Rocco a una gara di freestyle. Sembra passata un'eternità: cosa l'uno rappresenta per l'altro?

Clementino:In Rocco avevo riconosciuto qualcuno che era sicuramente più originale rispetto a tanti altri, che aveva qualcosa che gli altri non avevano. Venivamo da un periodo in cui il rap napoletano non era famosissimo nel mainstream. Quando ho visto Rocco, siccome io ero uscito nel mainstream giusto qualche anno prima, ho detto: "Ok, c'è qualcuno che mi può accompagnare in questo viaggio". Dico questo perché ovviamente era più piccolo di età, ma avevo visto qualcosa di importante. Non ho scoperto nulla: Rocco andava già avanti da solo. Abbiamo semplicemente scoperto la nostra amicizia.

Rocco Hunt: Io in Cleme in quegli anni vedevo il punto di riferimento. Lui e i Co'Sang erano i miei artisti preferiti: i Co'Sang per il gangsta rap e il rap conscious, e Cleme era il king del freestyle e di un certo tipo di rap che rappresentava quello che mi piaceva all'epoca. Quando ebbi l'opportunità di conoscerlo, per me fu come conoscere un idolo a tutti gli effetti. Quando poi abbiamo collaborato insieme è stata un'apoteosi. Sono passato dall'essere il Rocco Hunt di "Nun c' sta paragon‘" e "Spiraglio di periferia", apprezzato a Salerno e nella nicchia di chi amava il rap, ad avere l'approvazione del pubblico generale. Non solo per il featuring con Cleme, ma proprio per il tipo di canzone che facemmo: con "‘O mare e ‘o sole" facemmo una delle prime vere hit popolari del rap in Campania. Riuscimmo ad aprire questo genere e portare questa musica nei quartieri dove prima c'erano sì i Co'Sang, ma con un genere prettamente gangsta di strada. Noi ci siamo inseriti con un rap un po' più leggero.

Avevate trovato uno spazio che forse prima non era occupato. E materialmente questo disco come nasce?

Clementino: Abbiamo staccato tutti gli altri impegni per poterci concentrare al meglio e creare un processo creativo veramente forte. Il disco è nato soprattutto nell'ultimo anno: tra Milano, Amsterdam e Salerno lo abbiamo concepito, anche se un po' di pezzi li avevamo presi dal passato. Qualcosa lo avevamo abbozzato allo studio di Rocco a Salerno 5 anni fa, 3 anni fa un altro pezzo, ma il disco vero e proprio è nato adesso. La cosa che ti posso dire è che non è stato un disco organizzato a tavolino: abbiamo fatto tante canzoni da amici spensierati, per noi e per i nostri fan. Tanto è vero che alla fine il disco si è rivelato essere il rap di Rocco Hunt e Clementino – quello di "Capocannonieri" e "‘O mare e ‘o sole" – proiettato nel 2026, perché non potevamo fare le cose di 15 anni fa. Abbiamo creato questa cosa con Don Joe che ha fatto da supervisore.

In "Guaglione ‘e miez a via" vi chiedo una delle cose fondamentali del rap: l'autenticità. Cosa vuol dire per voi essere autentici e cosa significa esserlo stati con questo album?

Rocco Hunt: Sicuramente essere noi stessi, perché tutti e due, con pregi e difetti, siamo molto identitari: ci riconosci da 20 chilometri di distanza e forse anche io per la penna. Di conseguenza abbiamo tratti contraddistintivi che ci fanno notare, ma insieme siamo complementari: questi tratti non vanno mai ad offuscare l'altro, ci andiamo a completare. Abbiamo due caratteri opposti uniti dalla stessa anima campana e del sud, positiva. Quando lui è introspettivo io sono estroverso, quando lui è estroverso io sono introspettivo, quando lui fa il serio io faccio il Clementino della situazione, e quando lui fa il Clementino io so stare un passo indietro. Poi la TV ci ha dato una grossa mano perché abbiamo cominciato a conoscerci meglio con i tempi della televisione: lui per me è stato un grande maestro conoscendo bene i tempi e avendo fatto The Voice per anni.

Com'è stato entrare in quel meccanismo che Clemente ha anche contribuito a formare? Immagino fosse diverso da quello che conoscevi.

Rocco Hunt: Beh sì, perché per me prima la TV era andare là, fare il pezzo, fare l'intervista e ciao. Con The Voice devi stare là, giudicare ragazzini di 14 anni che ti fanno un assolo di chitarra (e tu cosa vuoi dirgli?), oppure signori di 60-70 anni che sanno cantare meglio dei professionisti, e tu devi essere rispettoso, pesare bene le parole e avere un forte senso di responsabilità. Io sono stato avvantaggiato perché dividere la sedia con un fratello, un collega e un amico è stato dividere una responsabilità importante. A 30 anni sarei stato il più giovane di tutti: da solo il peso sarebbe stato maggiore rispetto a essermelo diviso con Clemente.

Com'è stato portartelo a The Voice?

Clementino: Ma noi ci stiamo divertendo! Per questo Rocco prima diceva che l'autenticità è anche figlia della nostra esperienza televisiva. Quando senti "Buonasera Signora", capisci che potevamo tranquillamente farlo anche a The Voice, perché siamo veri. La verità che trovi nel disco è la stessa che trovi quando facciamo rap sul palco o quando facciamo la TV. Mi ricordo negli anni '90 – non per fare il nostalgico – che quando ascoltavo i più forti del rap, dopo un secondo che premevi play dicevi: "È lui! Questo è Kaos, questo è…". La stessa cosa è successa con noi: l'originalità. Adesso un ragazzo che preme play riconosce subito dalla prima parola Rocco Hunt e Clementino. La nostra prima missione era riuscire a crearci un'identità.

E in studio com'è andata?

Rocco Hunt: È stato un album molto ispirato: abbiamo ricevuto il dono della luce. Abbiamo iniziato a lavorarci a gennaio e a novembre siamo già fuori. Siccome era un album che avevamo promesso e provato a fare negli anni, ci siamo andati con i piedi di piombo: ci siamo detti "proviamoci, se ci riusciamo bene, se no aspettiamo altri 15 anni". Nessuna pretesa discografica, nessun contratto, nessun vincolo o esigenza commerciale. Non è stata una reunion di comodo.

Clementino: Non volevamo fare quella solita reunion, volevamo fare il disco! Il disco che tutta la gente del rap si pompa in macchina a palla dicendo: "Ma come spaccano questi due?". Quello volevamo fare. Siamo tipo Goku e Vegeta con la fusione: diventiamo un solo rapper, non due!

Essere in due vi aiuta anche con le aspettative per l'uscita dell'album?

Rocco Hunt: Per quanto mi riguarda c'è più voglia di fare e di dimostrare al partner. C'è la voglia di far vedere al fratello più grande come si fa una cosa insieme, mettendoci il massimo per sorprendere l'altro. C'è uno stimolo forte da entrambe le parti: volendoci bene e avendo avuto percorsi separati negli anni, quando ci uniamo c'è il confronto. Quando lui fa una strofa bella per me è motivo d'orgoglio, ma mi stimola a farne una ancora migliore.

Clementino: Lo sai su quale ci siamo scornati? Sul primo pezzo, "The Bombers!", perché Rocco è arrivato con un ritornello fantastico. Io ho fatto la mia strofa, ma era contro gli altri rapper, la classica roba autocelebrativa. Rocco però aveva dei dubbi. Tornavo dal Cairo, sono andato in studio da Rocco e ho detto: "Ok, tengo quest'altra strofa". Abbiamo messo la seconda e ho detto: "Cazzo, ci aveva ragione Rocchino!". Ci siamo dati una mano.

Rocco Hunt: Come magari sulle mie barre: a volte Clement mi dice "Sta parola è un po' strana" o mi corregge sulle rime o sulla chiusura. Io mi fido molto dell'assonanza, mentre Cleme è molto selettivo nelle rime e mi fa notare quando una rima non chiude bene o quando non pronuncio bene le finali (che è uno stile mio, mangiucchiarmi l'ultima parola perché penso già a quella dopo). Ci siamo sempre confrontati. A prescindere da come andrà questo album, ci porteremo un bagaglio di esperienze condivise anche nelle nostre carriere soliste che proseguiranno dopo.

A proposito di Unfollower: voi siete tra i pochi artisti a non avere tanti hater. È così?

Clementino: No, noi non abbiamo hater! Cioè, non esiste chi non ne ha affatto, ma dire "non abbiamo hater" significa che l'1% può parlare male di noi.

E come mai?

Clementino: Primo, la street credibility, sappiamo il fatto nostro; secondo, sono anni che, specialmente Rocco, vendiamo dischi accontentando un pubblico non solo rap; terzo, facciamo la televisione; quarto, siamo veri e si vede. A me lo leggi in faccia quando mi girano i coglioni o quando sono felice. La verità è quella vincente, per questo non abbiamo tutti questi hater.

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Rocco Hunt e Clementino a Fanpage – ph Alfiero Crisci

Neanche dalla TV vi arrivano critiche?

Clementino: No, perché il programma è sano, non c'è trash.

Rocco Hunt: Non c'è bisogno di litigare con il compagno di sedia o con l'altro coach per fare share. Lì ci sono le storie della gente, quindi si sta bene. E l'energia di quelle storie si riflette sulle nostre facce: l'empatia che ci metti la riversi sul pubblico. Ci emozioniamo e piangiamo. Quando vedi un vecchietto di 70 anni che canta ti viene da piangere perché ti ricorda tuo nonno, e finisci per parlare di tuo nonno davanti a tutti, o Cleme parla dei suoi problemi passati. Lì capisci l'umanità di una persona. Per questo The Voice è un grande programma: ti permette di parlare, cosa rara per un artista. Conosci le canzoni, ma spesso non sai come la pensa l'artista.

Nel disco c'è anche la barra in omaggio a Pino Daniele. Come nasce?

Clementino: Quello è l'ultimo pezzo del disco. Abbiamo tirato fuori questa canzone proprio al calcio d'angolo finale: avevamo già chiuso il disco e poi l'abbiamo inserita. Ci serviva il bridge e abbiamo detto: "Mettiamo sto rap ‘astregno ‘e diente e sono mo'".

Voi siete tra gli ultimi rapper che lo hanno conosciuto davvero e vi ha dato una sorta di investitura…

Rocco Hunt: Io dico sempre che aver cantato con Pino Daniele è stato come prendere un diploma al conservatorio. A qualsiasi musicista o artista impegnato che voglia sottovalutare il rap come genere di serie B, tu puoi dire: "Io ho cantato e suonato con Pino Daniele, con la sua approvazione". Quella persona deve fare per forza un passo indietro, perché Pino Daniele rappresenta l'università e universalità della musica e dell'amore. Se ha cantato con Pino Daniele, qualcosa dovrà pur avere!

Voi venite da un periodo in cui il dialetto poteva essere vissuto quasi come un pregiudizio. Oggi invece è diventato un forte elemento di identità. Come vivete questo cambiamento?

Clementino: Ce ne siamo sempre sbattuti i coglioni! La nostra prima canzone, anche da singoli, era in dialetto. La maggior parte dei nostri successi, underground e non, sono in lingua napoletana. Parliamo così, quindi non vedo il problema. Abbiamo sempre fatto quello che siamo. Adesso c'è questa grande wave napoletana, ma noi non siamo tra quelli che l'hanno cavalcata: al contrario, altri non napoletani hanno iniziato a cantare in napoletano. Noi non abbiamo spostato di una virgola il nostro percorso. Tutti i miei album e quelli di Rocco hanno pezzi in napoletano perché siamo nati con quello. Non saremmo noi stessi altrimenti. Ti racconto una cosa.

Prego.

Clementino: Una volta – questa cosa manco a Rocco l'ho mai detta – mi sforzavo di fare un pezzo in italiano. Mi ci è voluto un anno per chiuderlo, esce il disco ed è stata la traccia meno ascoltata di tutto l'album! Poi arriva un tipo di Bergamo e mi fa: "Bello il pezzo in italiano, sì, ma io da te voglio sentire Cos' cos' cos'". Tu ti puoi sforzare quanto vuoi a fare la cosa in italiano, ma la gente da noi cerca "Nu juorno buono", "L'ammore overo", "O' viento", cioè quello che siamo noi.

Rocco Hunt: Per molti il dialetto poteva essere un limite verso chi non lo comprendeva, ma allo stesso tempo una forza per chi lo capisce. Vidi un film coreano, "Past Lives", in cui una coppia parlava due lingue diverse: pur capendosi, lei sognava nella sua lingua madre e lui era geloso di questo, perché diceva "non posso amare fino in fondo una persona se non capisco la lingua in cui sogna e pensa". Noi pensiamo, sogniamo, mangiamo e beviamo in napoletano, ed è giusto rappresentarlo. Quando portavamo i dischi alle major anni fa ci dicevano: "Eh, però questo pezzo proviamo a farlo in italiano…". Oggi è cambiato tutto.

Come si vive oggi in questo "nuovo" mondo rap?

Clementino: Ormai siamo dei papà del rap, ormai, quindi dobbiamo fare semplicemente quello che siamo e accogliere i giovani. Al ragazzo giovane devi motivarlo, senza per forza doverci fare un featuring. Ieri per esempio siamo andati a una gara di freestyle a Salerno: ero a mangiare con Rocco, abbiamo saputo della gara e siamo andati a trovarli. Appena ci hanno visto ci hanno abbracciato. La viviamo da veterani rispettati a cui la gente vuole bene. Io non potrei mai entrare nella mente di un ragazzino di 18 anni che fa rap a Napoli e dirgli come deve reppare. Io ho 44 anni, posso solo dirgli che se ci crede può arrivarci. È arrivata la drill, la trap… roba che quando è arrivata ero già "anziano", devi solo aprirgli la strada.

C'è qualcosa di cui avete paura?

Rocco Hunt: Su di me no, la carriera la metti in secondo piano perché le paure vere sono quelle di salute e i problemi della vita, non la musica, che grazie al cielo è una bellissima passione e un lavoro. Quando diventi papà – a me è nato un altro bambino 15 giorni fa – le paure cambiano: la priorità diventa proteggere la famiglia e godersela.

Clementino: Io dico sempre che la paura serve perché ti fa sentire vivo. Ma pensandoci bene, ho solo paura che possiamo diventare tutti quanti dei robottini. Quello mi fa paura: al di fuori della musica, per come sta andando il mondo e la società, l'omologazione. Il dover seguire per forza degli schemi dove non puoi dire quello che pensi. Viviamo in un'era in cui se dici una cosa sei comunista, se ne dici un'altra sei fascista, se dici un'altra porti alla guerra o sei un pacifista (e non puoi essere pacifista). Il fatto che l'uomo nel 2026 non sia del tutto libero mi fa paura.

Quanto vi piace fare ancora egotrip nei pezzi?

Clementino: È bello perché è una sfida di stile! Ne avevamo anche bisogno: siamo usciti con hit estive come "A un passo dalla luna", roba molto pop, poi io ho fatto pezzi spirituali o d'amore… È arrivato il momento delle "mazzate rap"! Siamo entrati vestiti da soldati per dare le mazzate rap sul palco.

E il palco rimane la prova del nove…

Rocco Hunt: È facile fare i numeri in streaming, ma quello che conta è il palco! Quando siamo sul palco ci mettiamo spalla a spalla e lo abbiamo dimostrato a tutta Italia. Proprio l'altro giorno un fan ha ripostato la storia di un nostro live di 12 anni fa ad Halloween. Siamo arrivati insieme dall'underground fino a Sanremo con "Yes I Know My Way", dove rappavamo spalle a spalla a occhi chiusi, sul palco ci sappiamo stare. Non vediamo l'ora di fare uno show intero insieme.

Lo state già preparando lo show?

Rocco Hunt: Ci siamo dati come priorità il lancio dell'album. In scaletta ci sarà il disco in prima linea e poi i nostri pezzi storici. Sul disco ci siamo divisi il lavoro 50 e 50, ma sul live Cleme ha un'esperienza pazzesca, è uno showman nato.

Clementino: Ci stiamo dando una mano a vicenda, ognuno sta imparando dall'altro. Io sto imparando tantissimo da Rocco. Questa avventura ci ha insegnato tanto: tirar fuori un concept comune non era facile essendo due teste calde con i propri fan, ma abbiamo messo tutto insieme. Questa cosa ci sta rendendo ancora più uniti.

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