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Piero Cassano: “Oltre ai Matia Bazar ho contribuito al successo di Ramazzotti. Antonella Ruggiero? Irraggiungibile”

Piero Cassano ripercorre la storia dei Matia Bazar, dai Sanremo alla collaborazione con Eros Ramazzotti, fino alla polemica con Antonella Ruggiero.
A cura di Paolo Giarrusso
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Piero Cassano dei Matia Bazar
Piero Cassano dei Matia Bazar

Genovese, classe 1948, Piero Cassano non è solo uno dei fondatori del gruppo storico dei Matia Bazar. È molto di più. Icona della musica italiana e compositore di grandi successi, ha plasmato carriere eccezionali. Tra queste, quella di Eros Ramazzotti. Dai trionfi a Sanremo con i brani "E dirsi ciao" e "Messaggio d’amore" alla creazione di hit mondiali come "Solo tu" e "Una storia importante", Cassano ha saputo toccare le corde emotive del pubblico per cinque decenni. Nel suo percorso artistico, oltre ai Matia Bazar, c’è stato anche un altro gruppo musicale: i Jet. In questa intervista con Fanpage.it, Cassano ha svelato l'ispirazione genovese che c’è dietro il nome Matia Bazar, ha confessato perché la hit "Cavallo bianco" resta il suo capolavoro, ha spiegato come sia cambiato il Festival di Sanremo e ha chiarito, con un punto definitivo, le ragioni della feroce polemica con Antonella Ruggiero.

Parliamo dei Matia Bazar. Ci spieghi perché avete scelto questo nome?

La prima parte del nome arriva dal dialetto genovese. Per indicare delle teste un po’ matte, diciamo che "è Matia". Bazar invece perché eravamo cinque teste completamente diverse. Era un bazar di teste… matte.

Nel 1978 i Matia Bazar vincono la 28esima edizione del Festival di Sanremo con la canzone "E dirsi ciao". Cosa vuol dire per un musicista vincere il Festival?

Credo che sia la medaglia al valore più bella che possa ricevere un musicista. Anche perché il Comune di Sanremo, lungo via Matteotti (il corso principale della città, ndr), mette tutte le targhe di coloro che hanno vinto il Festival. Ovviamente c’è anche quella dei Matia Bazar. Per noi è stata una grande soddisfazione, non c’è dubbio.

Con "Solo tu", vendeste oltre tre milioni di copie nel mondo. Tu però consideri "Cavallo bianco" la vostra migliore canzone. Perché?

Emotivamente sono particolarmente legato a "Cavallo bianco". Abbiamo scritto le nostre canzoni basandoci sempre sulle nostre emozioni, sulle nostre ispirazioni, sulla voglia di fare della musica che, principalmente, sentivamo. A differenza di molti altri artisti, non abbiamo mai avuto l’intenzione di scrivere una canzone solo per farla votare dal pubblico. La gente ha capito le nostre intenzioni e ci ha premiato con una marea di dischi venduti.

C’è stata una feroce polemica tra Antonella Ruggiero e te. Vuoi spiegarci brevemente i motivi?

Dopo questa intervista non tornerò più su questo spiacevolissimo argomento che ha generato articoli a tutto spiano. Fammi fare una premessa: Antonella Ruggiero resta una voce indiscutibile, una delle più belle e particolari voci italiane mai esistite. Dopo aver letto quanto ha scritto sui social e quanto detto in un'intervista al Corriere della Sera ho voluto precisare alcune cose con un post. Ero totalmente in disaccordo con quanto ha affermato. Ho voluto sottolineare che, quando le è stato chiesto se avesse mai rivisto il resto della band, ha citato due colleghi scomparsi senza però fare i loro nomi (Giancarlo Golzi e Aldo Stellita, ndr) nonostante per la sua vita, non solo artistica, abbiano rappresentato molto. Insensibilità, mancanza di rispetto, irriconoscenza? Scegli tu. Al di là di questo, io metterei un punto definitivo. Vorrei aggiungere solo una cosa.

Prego.

Che è vero che da una parte in molti mi hanno accusato di essere stato pesante con lei; dall’altra però in moltissimi mi hanno dato ragione. Chi mi accusa di essere stato feroce, mi ha detto che bastava un chiarimento telefonico con Antonella. Io vorrei solo replicare che io non la vedo e non la sento dal 2010-2011. Non ho mai avuto un suo numero telefonico o un'opportunità di contatto. L'unico modo per raggiungerla erano i social: e così ho fatto.

Nel 1981 si è chiusa la prima tua avventura con i Matia Bazar. Che bilancio tracceresti?

È stata un’avventura unica e straordinaria perché, mi devi credere, non abbiamo mai scritto o fatto qualcosa che mirasse a posizionarsi in classifica. Ripeto, le classifiche non sono mai state la nostra priorità. Pensa che mentre provavamo il brano "Stasera che sera" nella sala prova di Sturla, siamo stati avvisati dalla casa discografica che eravamo nei primi dieci posti in classifica proprio con quella canzone. E nessuno di noi lo sapeva.

Nel 1984 c'è stata una nuova svolta per la tua carriera. Ti viene affidata la produzione artistica di Eros Ramazzotti. Con Adelio Cogliati, hai scritto "Una storia importante". A cosa ti sei ispirato per il ritornello di questa canzone?

Io sono un tifoso del Genoa. Da piccolino mio padre mi portava ogni domenica allo stadio Luigi Ferraris. Quando il Genoa scendeva in campo, nella Curva si sentiva una tromba che, per aizzare la gradinata, faceva: "Paraparapara". Mi è rimasta così in testa che faccio risalire a quel momento tutto il ritornello di quella canzone. Magari si tratta di un riflesso infantile. Chissà!

Visto che hai citato tuo padre, lui voleva che facessi il musicista?

Inizialmente non voleva. Avendo due-tre macellerie a Genova, voleva che seguissi la sua strada. Quando capì che non c’era più niente da fare, mi regalò l’organo Hammond L-122. A quei tempi costava un milione di lire. Mio padre era un tipo burbero, ma aveva un cuore grandissimo e incredibile.

Torniamo all’esperienza da compositore e produttore di Eros Ramazzotti. Come la descriveresti?

Fantastica. Eros aveva appena vinto il Festival di Sanremo nella categoria giovani, con "Terra Promessa". Mi chiamò Roberto Galanti della DDD (l'etichetta La Drogueria di Drugolo, ndr) e mi disse: "Piero, come logica di regolamento chi vince nei giovani si ripresenta l’anno dopo nei big. Vorrei che tu potessi prendere in considerazione l’idea di lavorare con Eros perché il tuo passato mi fa capire che tu hai una poliedricità che potrebbe essere adatta a lui. Te la senti di fare una prova?". Risposi di sì e di farmi ascoltare dei suoi provini. Li ascoltai e capii che la voce di Eros, indipendentemente dalla canzone e dai provini (che per inciso non mi piacevano), ascoltata a basso volume, aveva la stessa potenza di un Lucio Battisti.

E ti convincesti.

Mi sono detto: "Se ci lavoro, scrivo belle canzoni e faccio in modo che questa sua voce venga a galla". Galanti tenne subito a precisare che aveva pochissimi soldi. Io risposi che se avessimo lavorato bene, sarebbero arrivati i frutti e allora avremmo parlato di soldi. E così è stato.

Hai collaborato con Mina, Fausto Leali, Demis Roussos, Mireille Mathieu. Chi ti ha dato di più artisticamente e umanamente?

Mireille Mathieu è sempre stata un'artista top in Francia ed ero intimorito a incontrarla. Invece era scherzosa, simpatica, aperta. Davvero una gran bella persona. Credo che la sua voce unica, dopo quella di Edith Piaf, sia stata il vero emblema della musica francese nel mondo. Con Fausto Leali ridi, scherzi, lavori bene. Mi dispiace aver lavorato poco con lui, ma ero così coinvolto nella collaborazione con Ramazzotti che per correttezza professionale non potevo dividermi. Mina? Una donna splendida. Oltre alla sua incredibile voce, ricordo un viaggio da Lugano a Milano. Parlammo di tutto, ma mai di musica. Un'intelligenza e un'umanità grandiose.

Hai partecipato 21 volte al Festival di Sanremo. Lo hai fatto come artista, compositore e produttore. Hai vinto tre primi premi, due con i Matia Bazar e uno con Eros Ramazzotti, e un quarto posto con Laura Bono nel 2005. Per te il Festival di Sanremo è stato terra di conquista…

Una terra che ti dovevi conquistare. Credo che oggi con i social, i video, i follower, il festival sia cambiato molto. Sembra quasi che alla discografia, oggi, il testo di una canzone importi molto meno. Una volta, invece, soprattutto per andare a Sanremo, era tutto. Oggi conta l’immagine e quanti follower hai. Se poi canti bene o male, ci pensa l’autotune. Non va assolutamente bene.

Nel 1999 hai deciso di riunirti ai Matia Bazar. Nel 2002 vincete Sanremo con "Messaggio d’amore". Come mai questa reunion?

La reunion fu voluta da Aldo Stellita che, sul letto di morte, nel luglio del 1998, all’ospedale di Udine, pregò me e Giancarlo Golzi: "Ragazzi, come padre vi chiedo una cosa. Non lasciate cadere nel nulla tutto quello che ho fatto con i Matia Bazar". Io e Giancarlo ci guardammo negli occhi. Ci fu una mezza intesa davanti ad Aldo. Dopo la sua tumulazione, ci fu un banchetto voluto proprio da Aldo Stellita e dalla sua famiglia. E fuori dal cancello di casa io e Giancarlo Golzi, senza troppe parole, ci stringemmo la mano.

Nel 2017, però, tu annunci la tua seconda uscita dai Matia Bazar e ti ritiri dalle scene musicali. È difficile decidere di ritirarsi?

Difficilissimo. Il compenso più bello che un artista può ricevere non è il cachet, ma l’applauso del suo pubblico. Credimi, non c’è migliore gratificazione di quando scrivi una canzone che il pubblico apprezza e applaude. I soldi non ti gratificano quanto un applauso.

Sei sempre stato una fonte inesauribile di successi musicali. Qual è stato il segreto per mantenere sempre viva la tua vena artistica?

Parlare con la gente. Parlando con altri che fanno un lavoro diverso dal tuo puoi capire che esigenze può avere il pubblico. In studio, lavorando con qualsiasi artista, mi sono sempre messo nei panni del pubblico. Ho fatto lo stesso quando ho scritto una canzone per i bambini, cantata da Cristina D’Avena, che si chiama "Pollon combina guai". Questa canzone, datata 1983, ha attraversato ben 5 generazioni. Ancora oggi i bambini la cantano.

Infine la tua decisione di vivere a Civenna, all’interno del triangolo lariano, a che cosa la si deve?

Io sono un uomo di mare. Quando andai ad abitare prima a Cologno Monzese e poi a Monza, pur non sapendo nuotare (sembra il colmo), sentivo l’esigenza di vedere l’acqua. L’acqua è stata la forza motrice che ha portato me e mia moglie (mancata purtroppo due anni fa) a fare una gita sul lago di Como. Sulle prime andammo a Magreglio, da cui si gode un meraviglioso panorama. Ci consigliarono di scendere verso Bellagio e lì abbiamo trovato paesaggi e momenti imperdibili. Non solo, anche la nostra casa. Era il posto giusto per vivere al meglio. E non sono affatto pentito di questa scelta. La rifarei.

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