La Notte della Taranta a Melpignano
in foto: La Notte della Taranta a Melpignano

Sono attese 200 mila persone al festival di musica popolare più importante d’Europa: stasera, nella storica cornice di Melpignano, si svolgerà la ventesima edizione della Notte della Taranta, un appuntamento estivo ormai consueto che ogni anno fa incontrare le radici più profonde del folklore salentino con la musica e la cultura contemporanee.

Un appuntamento attesissimo, che affonda le radici in uno dei fenomeni più affascinanti custoditi dalla saggezza e dalla cultura popolari: la taranta infatti ha origini storiche antichissime, intrise di magia e mistero, che nascono laddove la terra e le passioni, le speranze e le paure più nascoste dell’uomo s’incontrano.

L’esorcismo musicale

La taranta ha sempre avuto un ruolo sociale importantissimo, immancabile nelle sale da ballo della nobiltà salentina: si racconta che anche Ferdinando IV di Borbone, in occasione di una visita nella città di Taranto, l’abbia ballata. Ma la storia di questo ballo ha origini ben diverse: origini popolari, radicate nella terra e nel lavoro dei contadini e in un certo rapporto oscuro e primordiale con la vita e con le forze più misteriose della natura umana.

La taranta nasce come una “medicina”: capitava molto spesso infatti, specie durante il raccolto, che i contadini si sentissero male, e si credeva che a causare tale malessere fosse il morso di un ragno molto comune nelle calde terre salentine, specie d’estate. Dolori addominali, deliri, depressione e catatonia erano i sintomi tipici dei “tarantolati”, ovvero di coloro che avevano ricevuto il morso della tarantola. Le vittime cadevano in un vero e proprio stato di trance contro il quale la medicina tradizionale non poteva nulla.

L’unico modo per far “uscire” il male sembrava quello di sottoporre il malato al suono ossessivo del tamburello, a volte anche per intere settimane. I movimenti convulsi e violenti scatenati dal suono dei tamburi liberavano dal veleno del ragno, riportando il malato alla vita: si è parlato, per il carattere profondamente magico di tale fenomeno, addirittura di “esorcismo musicale”.

La taranta, figlia di Aracne e dei Greci

Diego Velázquez, La favola di Aracne (1657), Museo del Prado, Madrid
in foto: Diego Velázquez, La favola di Aracne (1657), Museo del Prado, Madrid

Il fenomeno del tarantismo è stato per decenni oggetto di ricerche antropologiche, e molti studiosi hanno ricondotto le origini culturali di questo fenomeno alla grecità di cui la terra salentina è stata impregnata per secoli: esiste infatti un’affascinante legame con il mito di Aracne, la fanciulla che sfidò Atena nell'arte della tessitura e che per la sua impudenza venne trasformata dalla dea in un ragno, condannata a tessere le sue bellissime tele per l’eternità.

La terra del rimorso: gli studi di De Martino

Ma il contributo più importante nello studio di questo fenomeno fu senz’altro quello dell’antropologo Ernesto De Martino, che intorno agli anni Cinquanta iniziò gli studi sul folklore magico delle terre del Sud che divennero famosi in tutto il mondo: l’isterismo dei tarantolati, affermò lo studioso, ha un significato puramente simbolico, sintomo dei disagi psichici interiori maturati nel corso della vita dagli abitanti di quella che lui stesso ha chiamato “la terra del rimorso”.

Il simbolo della taranta presta figura all'informe, ritmo e melodia al silenzio minaccioso, colore all'incolore, in un'assidua ricerca di passioni articolate e distinte lì dove si alternano l'agitazione senza orizzonte e la depressione che isola e chiude: offre una prospettiva per immaginare, ascoltare, guardare, ciò per cui si è senza immaginazione, sordi, ciechi e che tuttavia chiede perentoriamente di essere immaginato, ascoltato, visto.