“Non faccio tormentoni, voglio lasciare un’impronta”, alla scoperta di 18K e il nuovo album “Io”

18k, nome d'arte di Filippo Casadio, classe 1997, originario di Brisighella è tornato con un nuovo progetto discografico dal titolo "Io". Un progetto che si allontana dalle logiche del rap mainstream e dalle narrazioni incentrate sul lusso e in cui la progressiva sperimentazione elettronica lo sta dirigendo in un nuovo territorio musicale. Una visione anticapitalista del rap, che sottolinea nell'intervista. "Nella musica e nell'arte l'ostentazione è effimera, dura poco e non rimane nel cuore delle persone". Poi il rapporto con le polemiche, anche sui suoi testi e il dolore come emozione più rilevante della felicità nella musica e nell'arte: "Il dolore è un'emozione più potente della felicità, ti segna di più ed è più difficile da mandar via". Qui l'intervista a 18K.
Mi racconti di Brisighella e delle tue origini?
Io mi chiamo Filippo, sono del '97, vengo da un paesino in Emilia Romagna, un piccolo borgo medievale. Ho finito la scuola a vent'anni e sono sempre stato influenzato da un genere trap americano, anche quando non era così sdoganato. Diciamo, quando era ancora un genere che non ascoltava nessuno.
E invece tu come ti ci sei avvicinato? Anche perché sei tutt'altro che un esordiente.
Ho fatto un percorso molto underground. Quando poi la gente si è soffermata anche su ciò che avevo da dire, ho visto un seguito maggiore.
Cosa pensi sia cambiato?
Preferisco concentrarmi sui progetti, preferisco fare album piuttosto che singoli.
Una scelta controcorrente in questo momento.
Un tormentone è effimero. Cerco di essere autocritico e un po' originale, quindi riconosco che, anche musicalmente, nel tempo tutte le mie influenze sono cambiate. Adesso ascolto musica elettronica, ascolto alternative. Ovviamente non ascolto più roba troppo americana, cose che ormai ascoltano tutti.
Quasi un riflesso di "Anti Anti", il tuo penultimo disco.
Odio un po' il pensiero odierno su tante cose; il pensiero di oggi, in generale nella società su tanti argomenti, è una ribellione a un pensiero vecchio. Io me ne sento talmente distante che mi pongo in contrasto.
Quali sono le proteste in cui magari non ti ritrovi? Qual è la cosa che ti colpisce di più, sia attuale che precedente, che proprio non fa per te?
Credo che oggi manchi l'equilibrio su molti fronti. Per natura, è l'equilibrio a far andare avanti il mondo, eppure oggi si rincorre l'estremo opposto. L'errore più grande è che stiamo andando verso una robotizzazione dell'essere umano così spinta da voler eliminare ogni difetto. Sembra un intento nobile, ma ci stiamo spingendo all'eccesso opposto senza rendercene conto, trasformandolo in un'ossessione. Non mi riferisco a temi specifici, ma credo si capisca bene quali siano le questioni più calde oggi.
Ci sono alcuni che senti più vicini?
Secondo me siamo arrivati all'ossessione, a una manipolazione mentale per cui ci si sente ripetere continuamente: "Questo non dovresti farlo", "Questo non è giusto". Io non ci vedo del buono in questo, ci vedo quasi un fascismo mascherato da bontà: imporre le proprie idee nel tentativo di cancellare tutto il marcio dell'uomo, trasformandolo in un robot.
C'è stato qualcuno che ti ha chiesto di fare un passo indietro per ciò che avevi scritto nei tuoi testi?
Dal vivo è capitato che alcune ragazze mi contestassero, dicendomi cose davvero ridicole. Mi è successo che, dopo un live, venissero a chiedermi conto del significato di un brano. Ormai rispondo semplicemente che la mia musica è solo uno sfogo personale. Su questo tema, ad esempio, vedo un accanimento fuori dal comune: quasi una misantropia esagerata, mascherata da femminismo.
In che modo si confrontavano con te?
Mi reputo una persona buona e credo di saper distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato. Se mi starnazzi in faccia tutto il giorno, tutto l'anno – sia sul web che dal vivo – su temi in cui potresti persino avere ragione, ma lo fai urlando e imponendomi il tuo pensiero, io non ci sto. I cambiamenti si fanno anche con la rabbia, certo, ma canalizzata nel modo giusto. Se mi sento attaccato in questo modo mi incazzo anche io e, a livello figurativo, rispondo con una provocazione all'interno di una canzone.
È stata l'unica reazione che hai avuto?
Non sai quante ragazze sono attratte dal fatto che io dica queste cose. Ho frequentato ragazze che si definivano femministe e si litigava perennemente, non tanto per le canzoni in sé, quanto per il pensiero di fondo. Nella vita reale io sono una persona buona, rispettosa, che aiuta il prossimo. Eppure mi sono confrontato con ragazze che ritengono normale e legittimo dire: "Odio gli uomini". Ma non può essere normale. Immagina se io dicessi la stessa cosa: "Di base odio le donne fino a prova contraria, poi magari tu mi fai cambiare idea". Io, al contrario, le donne le adoro.
Pensi ci sia un doppio standard?
Se un uomo andasse in giro con una maglietta con scritto "Odio le donne", succederebbe il finimondo; se ci va una donna con la scritta "Odio gli uomini", quasi quasi si mettono a venderla nei negozi. Alla fine, tutte le persone che ho conosciuto con questo atteggiamento si sono dimostrate, in vari ambiti, delle pessime persone. Spesso si tratta di individui frustrati, che usano queste tematiche solo per sfogare traumi personali irrisolti.
Come si collega con "Proverò a curarmi", presente nel disco?
Quella è la mia traccia preferita dell'album. È nata pensando a una ragazza con cui stavo e a cui volevo tanto bene. C'erano continui screzi e lei era riuscita a convincermi – o almeno io avevo creduto – che fossi io quello che sbagliava sempre. Sicuramente avevo le mie colpe, come tutti, ma lei mi aveva fatto credere di essere "quello sbagliato", uno che doveva curarsi a tutti i costi. Voleva che risolvessi delle paturnie mentali che, in realtà, non esistevano nemmeno. In passato sono andato dallo psicologo, ma in quel momento sentivo di non averne alcun bisogno.
E il messaggio qual è?
Il messaggio della canzone è proprio questo: pur di farti felice mi metto in secondo piano, ti faccio da scudo e ti dico "giuro che proverò a curarmi". Però poi, a mente lucida, la verità che emerge è che non avevo proprio nulla da curare. Sento che questo pezzo è carico di emozione, e anche la gente mi dice spesso di rivedersi molto in queste dinamiche. Purtroppo, alla fine di quella relazione, mi è rimasto soltanto un ricordo amaro.
Voglio ritornare anche a una dimensione anticapitalista del rap, che troviamo nel progetto. Credi sia diventata effimera, almeno nel racconto musicale attuale, la dimensione del lusso?
Secondo me ognuno è libero di fare ciò che vuole. Io non flexo, non mi interessa farlo e non lo farei nemmeno se ne avessi la possibilità. Se domani mi comprassi una villa, non incentrerei mai la mia musica o la mia carriera su quello. Certo, capisco chi proviene da una situazione di povertà assoluta e avverte il bisogno di mostrarlo. Io, però, sono una persona normale, vengo da una famiglia di lavoratori e non ho l'istinto di dire "guarda cosa mi sono comprato". Sono convinto che nell'arte l'ostentazione sia effimera: dura un attimo e non tocca il cuore delle persone. Puoi anche condire una canzone con questi elementi, ma se mostri solo quello non lascerai il segno nelle persone. Se facessi così il mio obiettivo fallirebbe, perché io voglio creare qualcosa che rimanga nel tempo, qualcosa che la gente non dimentichi il giorno dopo. Preferisco fare musica per chi sa apprezzarla per il suo valore reale.
In un'intervista hai detto che la tua musica ha molta presa sulle persone che "stanno male". Perché?
Perché, per chi fa musica o arte, ciò che scava più a fondo è il dolore. Credo che tutti gli artisti destinati a rimanere nel tempo parlino anche di cose dolorose. Quando pensi ai brani che ti sono rimasti davvero impressi, non ti viene in mente la Macarena – a meno che non sia legata a un ricordo nostalgico. Per me la musica è puro sfogo: se sono arrabbiato, triste o se ho un pensiero profondo, lo riverso lì. E la gente lo sente. Se parlassi di quanto sto bene o di cosa ho mangiato, non lascerei il segno. Il dolore invece è viscerale, ti si conficca dentro come un chiodo. È un'emozione decisamente più potente della felicità: ti segna in modo più profondo ed è molto più difficile da mandar via.
Hai parlato di come vorresti che la tua musica rimanesse. "Rimanere" è anche il titolo anche di una canzone dell'album: qual è il significato?
Quel brano è nato in studio: ho fatto partire il beat e ho iniziato a buttare giù le barre in freestyle. Si sente che è un pezzo legato soprattutto al suono, anche se il testo mantiene la sua importanza. Certo, io dico che "voglio rimanere", ma il senso profondo è emerso solo alla fine: la canzone suonava bene e basta. All'inizio non volevo neanche inserirla nell'album, poi mi hanno convinto ed è andata bene così. Per me "rimanere" significa lasciare un'impronta, fare in modo che la gente si ricordi di te; significa fare sì che tra cinque o quindici anni continuino ad ascoltarti e a parlare di te, ricordando che fin dall'inizio spaccavi. E io credo di stare già costruendo tutto questo.
Quindi essere rilevante.
Sì. Sai una cosa figa che ho sentito in un'intervista di Kanye West? Diceva: "Le persone migliori al mondo ce le dimentichiamo. Chi ha inventato il palo della luce o la panchina o quegli oggetti che vediamo tutti i giorni?". Le diamo per scontate e non sappiamo nemmeno chi le abbia inventate, pur essendo fondamentali nella nostra vita quotidiana. Quindi non so se voglio essere ricordato per forza, ma l'importante, alla fine, è cercare di fare una musica di qualità. Ne sono consapevole e cerco di fare sempre meglio. Per me l'importante è fare musica non scontata, bella, provando a fare qualcosa di leggermente diverso.
L'intervista è stata editata per ragioni di chiarezza e lunghezza.