Tamango: “Per riprenderci il nome siamo volati in Nepal. Il nostro primo tour? Negli stadi, ma di periferia”

Da qualche tempo il nome dei Tamango circola sempre più frequentemente. Al punto che anche il prossimo direttore artistico del Festival di Sanremo Stefano De Martino li ha taggati in una storia (ma dopo aver già chiuso questa intervista). Il collettivo torinese è uno dei progetti più interessanti del panorama musicale italiano: totalmente fai da te, il collettivo riunisce una trentina di persone nella struttura stabile e arriva a coinvolgerne circa ottanta durante i tour, dove fanno tutto: oltre alla musica anche il bar, le scenografia, i tecnici etc, perché esternalizzare non ha senso, meglio imparare a fare ciò che non si conosce. Abbiamo chiesto a uno dei protagonisti, Manfredi Maida (fratello di uno dei fondatori, Marcello, insieme a Federico Anello e Alberto Tirelli), di raccontarci da dove nasce Tamango, dell'album "t'amango", come lavorano lontano dalla logica industriale del singolo prodotto in serie, di un viaggio in Nepal per recuperare il loro nome su Instagram e del tour negli stadi di periferia, prendendo in giro il gigantismo musicale dei live.
Quando nasce Tamango?
Tamango nasce nel 2018 in modo un po' inconscio, senza che fosse chiaro quale fosse il fine ultimo. Il progetto prende forma tra i banchi del liceo classico, dove Marcello, Federico e Alberto si conoscono e decidono di far partire questo progetto insieme. Iniziano nella modalità più sana possibile, cioè sperimentando e provando, e per un paio d'anni il registro è stato quello.
Poi che succede?
Nel 2020 arriva il primo singolo, durante il Covid. Io sono il fratello di Marcello, quindi durante il lockdown eravamo tutti insieme e ci siamo detti: "Serve una mano a fare questa cosa". Da lì sono entrato anch'io in questa ciurma. All'epoca eravamo pochissimi, poi l'organico si è ampliato sempre di più.
Oggi quanti siete?
A seconda dei periodi e dei tour, siamo circa una trentina di persone stabili, ma in tournée arriviamo a muoverci in un'ottantina tra chi fa il bar, le pizze, la scenografia, i tecnici, la biglietteria…
Praticamente vi occupate di tutto voi internamente.
Sì, cerchiamo di seguire un principio che ci ha spinti fin da subito a fare una scelta precisa: quella di internalizzare i problemi e i processi. Spesso la delega viene fraintesa con il "levarsi un pensiero". Noi non crediamo in questa filosofia, anzi: crediamo nel valore contrario. Se non so fare una cosa, mi ci metto, la imparo e la capisco. Solo a quel punto, eventualmente, posso delegarla; altrimenti non la padroneggerò mai davvero.
È interessante perché vi muovete in un mondo che spesso va nella direzione opposta. Come si fa a vivere in un settore che ha idee e ideali diversi dai vostri?
Ne siamo consapevoli. Da un lato penso che facciamo così perché è già molto difficile emergere: se tutti fanno le stesse cose, è difficile che il risultato cambi. Soprattutto in un mondo artistico che vive su concetti su cui ragioniamo da anni, come l'idea che nell'arte non hai un vero controllo sul risultato finale. È difficile controllare il "che cosa", ma è molto più facile controllare il "come", ovvero quali azioni quotidiane mettere in pratica. Se controllo bene il modo in cui faccio le cose – come mi comporto in studio, come lavoro, come penso -, allora ho la speranza che il risultato di tutte queste attività porti a un "che cosa" soddisfacente.
E questa enorme democratizzazione interna, a livello creativo, come si sviluppa?
La pluralità di persone non significa che tutti facciano tutto: c'è una verticalizzazione necessaria, sia per competenze che per volontà di approfondire chi più l'aspetto fotografico, chi quello musicale o quello organizzativo. Viene gestita con dei ruoli. Per la parte artistica e musicale, Marcello, Federico e Alberto hanno la direzione artistica. Marcello lavora sui testi, sull'immaginario e sulla musica insieme a Federico e Alberto. È una pluralità controllata: non è un processo casuale, c'è una struttura.

Quindi loro propongono un nucleo di canzoni e poi lo lavorate insieme, oppure sono loro che chiudono il pezzo?
Dipende molto da come nasce il brano. È impossibile che una cosa non venga condivisa e avallata da tutti e tre sulla parte musicale, anche perché c'è un completamento reciproco e una grande fiducia artistica. Per esempio: Marcello scrive i testi, l'input spesso arriva da lui, ma lui ha una conoscenza tecnica della musica minore rispetto a Federico e Alberto. Allora entra in gioco la fiducia: "Ho avuto questa idea, approfondiamola". Per tirare fuori il massimo passiamo ore a confrontarci, perché finché non si capisce a fondo cosa si vuole intendere, è impossibile musicare una cosa e darle forma. C'è un vero studio su ogni brano.
Cito una cosa che avevo letto: dicevate di voler "decategorizzare" le uscite, cioè uscire dall'idea del singolo a tutti i costi. Questa impostazione è un modo per provare a lavorare "out of the box" rispetto alle regole dell'industria?
Crediamo molto nella costruzione di una coerenza di immaginario. L'applicazione cieca di regole predefinite non ci stimola. Far uscire il singolo "perché deve uscire" non è una logica che ci appartiene. "Cani" vive più di un'esistenza che è quella dell'anno, allora l'immaginario dietro questo periodo diventa un singolo, un video, un evento, un manifesto… È tutto l'insieme di queste cose. Se invece devi stringere tutto per forza all'interno di uno schema canonico o di una categoria, perde di senso.
Che c'entra Umberto Contarello – regista e tra gli sceneggiatori italiani più stimati – con voi?
Umberto Contarello! Allora: io e Marcello abbiamo scoperto anni fa Levanzo, un'isoletta in Sicilia davanti a Trapani. È piccolissima, 5 km per 2, dove d'inverno vivranno sì e no 30-40 persone. Ci siamo capitati in vacanza con la famiglia e ce ne siamo innamorati, sono quindici anni che ci andiamo. È un'isola frequentata anche da Umberto Contarello; ci siamo conosciuti lì e siamo diventati "amici di Levanzo".
E lui è mai entrato nella parte creativa? Avevo visto dei ringraziamenti nel video di "Cani".
Gli raccontammo la sceneggiatura e lui ci diede qualche consiglio. Tra Marcello e Umberto c'è un bel confronto e uno scambio continuo. Quando andammo a Roma a ritirare un premio ci mettemmo tutti insieme in Piazza di Spagna, e ci invitò anche alla prima del suo ultimo film.
Scrivete canzoni con un messaggio preciso, come "Matador", però anche pezzi divertissement. Come nasce un pezzo come "Claudio Bisio"?
Marcello stava scrivendo questa cosa da tempo e diceva: "Se perdo i capelli mi ammazzo". C'era questa frase e bisognava costruirci attorno lo spunto per il pezzo. Durante una delle nostre mille chiacchiere in studio, uno di noi racconta un aneddoto familiare: suo padre scherza spesso con la madre ricordando di quella volta che a teatro incontrarono Claudio Bisio, e lui salutò il padre in modo molto freddo e la madre in modo calorosissimo. Lo scherzo di famiglia era diventato: "Claudio Bisio ci ha provato con mia mamma!". Quell'elemento ha creato la connessione perfetta: la paura di perdere i capelli si è incastrata con quell'aneddoto ed è nato il pezzo.
E non vi ha ancora denunciato?
No, ancora no! Anzi, magari un giorno viene a cantarla con noi.
Beh, sarebbe fantastico!
Facciamo un appello: se vuole venire a cantarla, noi siamo a Roma il 25! Sarebbe molto da Claudio Bisio fare una cosa del genere.
Poi decidete di trovare chi ha il nome Tamango su Instagram per convincerlo a donarvelo. Solo che è un nepalese. È nato tutto per fare quel bellissimo video che avete pubblicato su Youtube?
Nasce da un gioco. Fin dal momento zero in cui abbiamo scelto il nome Tamango, ci siamo chiesti: "Ma chi è questo signor Tamango?". Online c'era questo utente con sette o otto foto che nel 2018 aveva registrato l'account. Diversi utenti nei commenti gli scrivevano "Dacci il nome, sei inattivo", senza mai ricevere risposta. Negli anni tra noi è diventato uno scherzo ricorrente: "Chissà dove dovremo andare a trovarlo per farci dare il nome". Le opzioni erano due: o hackeriamo il profilo, o andiamo in Nepal a cercarlo.
E avete scelto la via più facile…
Abbiamo scelto quella più complessa! Ci siamo detti: "Ma perché non provarci davvero?". Siamo partiti senza essere mai riusciti a metterci in contatto con lui prima. Abbiamo scritto due o tre opzioni di sceneggiatura che cambiavano a seconda di quello che avremmo trovato là. Ripercorrendo le sue tracce ho trovato un giornale ufficiale nepalese che censiva gli spostamenti dei dipendenti pubblici. Usando Gemini e la traduzione dal nepalese – lingua per noi incomprensibile – sono riuscito a risalire alla sua posizione e al suo luogo di lavoro.
E chi era?
Era un doganiere in un paesino sperduto al confine con l'India, Koshi Barrage. Siamo partiti in tempi strettissimi perché c'era un cambio di governo e in Nepal durante le elezioni i primi a essere trasferiti sono proprio i doganieri. Quando dicevamo ai driver locali dove dovevamo andare, ci guardavano straniati: "Ma come? Andate a Kathmandu che è bellissima! Lì non c'è niente!". Era un posto totalmente fuori da qualsiasi rotta turistica.
E lui si è prestato a incontrarvi?
Lui non ci aveva mai risposto. Quando siamo arrivati lì, il nostro driver lo ha chiamato al telefono (ero riuscito a recuperare anche il numero) e in nepalese lo ha convinto dicendogli: "Guarda che questi sono venuti dall'altra parte del mondo, bevetevi almeno un tè insieme". Alla fine ha accettato di incontrarci e abbiamo scattato la foto che adesso è la foto profilo del vecchio account. Siamo riusciti a ottenere il nome Tamango dandogli in cambio l'album.

A dimostrazione che la cosa più importante che avevate da offrire era la vostra musica.
Esatto, lo scambio è stato quello. Volevamo prenderci il tempo giusto per arrivare alla massima espressione artistica di queste canzoni. Sappiamo che rispetto ai tempi del mercato è un'anomalia, ma la musica è per sempre, non crediamo nella fretta o nella paura che la gente si dimentichi di te. Ci siamo presi il tempo necessario: non potevamo far uscire l'album senza avere il nome giusto.
L'ultima cosa che ti chiedo è del vostro "tour negli stadi", la Rampallonata. Come nasce l'idea?
L'anno scorso volevamo organizzare il nostro primo tour. Da indipendenti e autoprodotti ci chiedevamo come poterlo fare in modo indipendente e coerente con il nostro immaginario. In un momento storico in cui l'industria musicale valuta la capacità di un artista in base a quante volte riempie San Siro, ci siamo detti: "Sai che c'è? Il primo tour che facciamo deve essere un tour negli stadi". L'abbiamo chiamato "Il nostro tour negli stadi" dove la parola "nostro" racchiude tutta l'ironia della cosa: non sono gli stadi di Serie A, ma i campi di periferia delle città, nello specifico nell'asse Milano-Bologna-Roma. C'è molta ironia nella rincorsa agli stadi che domina oggi il settore.