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Nerissima Serpe, tra Vasco e nuovo album: “Mi respingevano in discoteca, oggi lavoro per fare la storia del rap”

Nerissima Serpe, nome d’arte di Matteo Di Falco, ha pubblicato il suo terzo album solista “Nerissima”. Tra Vasco Rossi e la voglia di fare la storia del rap, il rapper racconta di quando era difficile anche entrare in discoteca.
A cura di Vincenzo Nasto
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Nerissima Serpe, 2026
Nerissima Serpe, 2026

Nerissima Serpe, nome d'arte di Matteo Di Falco, è uno dei nomi più caldi del rap game in Italia. Inizialmente trainato dai successi in collaborazione con Papa V e il suo producer Fritu, ha pubblicato negli ultimi sei anni, tre progetti solisti. L'ultimo, "Nerissima", uscito lo scorso 1 maggio, lascia spazio a una visione più intima in brani come "Tempo", "Famiglia" con lo stesso Papa V e "Comunicazione" con Madame. Senza perdere l'anima banger con brani come "4 Gambe". Il progetto ha debuttato al 2° posto nei Top Album FIMI. Poi il racconto degli inizi a Siziano, l'incontro con il producer Fritu e le citazioni a Vasco Rossi in "Ridere di te", ma anche in "Comunicazione", quando richiama "Anima Fragile" del rocker. Qui l'intervista a Nerissima Serpe.

Quanto contano le classifiche, dopo l'ottimo risultato di "Nerissima"?

Penso di essere un po' una via di mezzo, perché realmente non me ne frega niente. Però vivendo come tutti in questo mondo, in quest'industria, dove è molto facile vedere i risultati degli altri, il paragone ci scappa. Guardo i numeri per sapere la verità, poi non me ne interesso più: mi preoccupo della mia fanbase e di fare le cose che mi piacciono.

Da dove nasce il bisogno di alternare brani più "banger", come quelli con Papa V, a questo progetto in cui fai una sorta di presa di coscienza e consapevolezza?

Sicuramente l'approccio che ho nei dischi con Papa V, che è il mio socio più grande, è completamente differente. Invece, quando si tratta di album come questo e di progetti personali, credo di essermi capito guardandomi un po' più dentro. A prescindere, sin da quando ho iniziato da pischello l'ho fatto per una mia grande esigenza personale.

Cosa ti permette di essere più intimo?

Quando mi trovo a fare degli album da solo, da una parte è molto più facile aprirsi, dall'altra invece è più difficile mettere insieme i pezzi ed essere sempre lucidi e convinti di quello che si fa. Questo album fotografa l'ultimo anno e mezzo di vita e descrive diverse situazioni, da quelle più stimolanti a quelle nuove.

Qual è la cosa che ha influito di più?

Arrivavo dal primo vero tour live di successo, ed è stato veramente bello. Però sono una persona a cui piace andare a fondo delle cose, trovare un senso anche quando non c'è.

Un'altra citazione a Vasco Rossi.

Sì (ride ndr). Questo mi connette con il mio lato più umano. Di conseguenza, il simbolismo viene molto fuori. Ci tengo a dire che tutta la mia musica è fatta veramente di pancia e senza troppi schemi; vivendo una vita bella hardcore all'insegna del rap, che è la mia più grande passione, escono pezzi che piacciono molto e che mi fanno stare bene. Poi ho anche un lato un po' più hip hop in cui mi guardo dentro, facendomi domande su me stesso, sugli altri e sulle relazioni con le persone che incontro nel mio cammino. E quindi metto in evidenza un po' meno il lato buonista che vivo nella mia persona, e questo si riflette nell'arte.

Quali sono gli aspetti o i temi della tua vita che in quest'ultimo anno e mezzo sono cambiati maggiormente? 

Più che cambiamenti, si tratta di cose che ho voluto raccontare nei pezzi. In primis arrivavo dalla fine di una relazione di quattro anni con convivenza, quindi penso di aver dato tanto a livello emotivo. Sono contento, però questo mio carattere mi porta a farmi tante domande e a non essere mai pienamente felice, nonostante io abbia raggiunto tutto quello che mi ero prefissato in questi ultimi anni.

C'è stato un momento di rottura nel tuo percorso?

È inevitabile. Penso che prima ci sia la crisi personale e poi la crescita artistica. Nel mio disco precedente del 2023, quello sull'identità (intitolato proprio "Identità"), ero paradossalmente un'altra persona. Sono molto giovane, e uno o due anni ti formano tantissimo, soprattutto se ti capitano cose che ti travolgono. In questi due anni, sia come persona che come progetto, mi sono sentito travolto in un vortice di emozioni. Vivo le cose molto intensamente, sia quelle belle che quelle brutte, ed è una mia peculiarità. Quindi questa evoluzione personale si sente.

Ti saresti aspettato tutto questo partendo da Siziano?

Sì, devo essere onesto. Mi sento fiero del mio percorso, perché non è stata un'esplosione improvvisa. Siamo una squadra indipendente, un team di ragazzi che mi segue e che sono i miei migliori amici fin dalle medie. Io sono il più grande di quattro fratelli e non ho mai avuto un fratello maggiore; loro mi hanno fatto da fratelli maggiori anche a livello lavorativo e di business. La visione è sempre stata chiara per noi: facciamolo per la gente che ci vuole bene e a cui interessa ciò che facciamo. Nonostante la giovane età, sono cinque o sei anni che ci diamo da fare e il nome del nostro collettivo è noto nella scena fin dal 2020. Il primo passo è stato lavorare sull'identità e sulle fondamenta del progetto. Poi subentrano vari aspetti, sia positivi che negativi, che magari non mi aspettavo, ma questo fa parte della vita: è come scalare una montagna e vedere cosa c'è in cima.

Qual è la cosa più strana che ti è capitata, quella che non ti saresti mai aspettato di vivere?

A volte faccio ancora fatica a credere alle dinamiche dei live. Ci sono veramente tantissime persone pronte ad aspettarmi e a fare ore di coda. Questa cosa è un po' inconcepibile per me. Essendo innanzitutto un grande fan della musica, e del rap italiano in generale, per i miei idoli avrei fatto pazzie simili in passato.

Credi sia cambiato qualcosa nell'approccio tra pubblico e artista, rispetto al momento in cui tu eri un fan?

Sono cambiate altre dinamiche sociali legate all'uso dei cellulari, ed è facile avere ansie sociali perché ti senti sempre osservato.

Quando penso a "Musica immortale"e parlo con artisti più adulti come Tiziano Ferro, noto una differenza con la tua generazione. Voi fate numeri enormi, ma la difficoltà maggiore oggi è rimanere nell'immaginario collettivo nel tempo, come hanno fatto Vasco o Tiziano. Sogni di fare la storia di questo genere? 

Ci penso tutti i giorni, molto più di quanto pensi a portare il mio prossimo album in Top 10 su Spotify. Questa idea si è impressa nel cervello. Ho il supporto dei miei fratelli e dei miei manager. Il mio successo è anche il loro, è molto condiviso: se fossi da solo sarebbe più difficile. Vedo troppi artisti raggiungere risultati veloci ed effimeri che non lasciano nulla: ti danno la "targhetta" che vali più degli altri in quel mese, ma non basta. Il segreto sta tutto nella costanza. La vita è una maratona, non uno sprint. È palese.

A proposito di "Musica immortale", c'è un passaggio in cui canti: "Seduto sul velluto, penso a ciò che non ho avuto". Vorrei chiederti se c'è qualche voglia di rivalsa in questo momento e da dove parte.

La rivalsa parte da tante cose e va oltre l'aspetto economico o il degrado. Arrivando da Siziano, che è in provincia di Pavia, Milano l'ho vissuta prendendo il treno. Quando arrivavo in città mi sentivo completamente uno straniero. Quella rima è collegata a quelle situazioni in cui non mi sentivo parte del giro. Mi sentivo un numero: non mi facevano entrare in discoteca, non mi calcolavano. Ero attirato da questo mondo, dallo stile e dalle cose più "cool", ma non avendo contatti mi sentivo escluso. Ora che ho lavorato duramente e mi sono guadagnato tutto, quel verso è anche un sollievo. Una sorta di ricostruzione della mia autostima verso un mondo che prima per me era molto difficile.

Sono passati dieci anni dall'esplosione della scena trap del 2016. Cosa facevi quando esplodeva quel movimento?

Dieci anni fa, nel 2016, avevo 15 anni. Andavo a scuola all'Istituto Tecnico Meccanico. Giocavo a basket in maniera molto costante, quattro o cinque volte a settimana, e il weekend facevo vari campionati importanti a Pavia. Ero sempre in giro, innamorato del mondo e curioso. Ma volevo fare musica, mi sentivo già un rapper. In realtà ho iniziato dodici anni fa col mio attuale miglior amico, il mio producer Fritu. Grazie a suo padre, che aveva allestito un piccolo studio in un cantina bunker, registravamo. Il mio ricordo di quel periodo è che finivo di allenarmi, tornavo a casa la sera, mangiavo al volo e andavo in studio almeno due o tre ore al giorno. Poi andavo a scuola senza aver dormito.

Che impatto ha avuto quell'esplosione musicale sulla tua idea di fare rap? Perché prima c'erano Fabri Fibra, i Club Dogo o la scena napoletana, ma il 2016 ha cambiato anche il modo di scrivere il rap.

Mi ha ispirato in maniera totale. Sfera Ebbasta, ad esempio, è stato un megafono: noi lo ascoltavamo quando aveva solo mille follower. La mia roba non è rap-pop, ha un suono diverso, ma quel periodo mi ha aperto gli occhi sullo stile. Mi ha fatto capire che non dovevo essere per forza il rapper tecnico e perfetto inquadrato. A livello di tematiche e di sound è arrivata la trap e me ne sono completamente innamorato.

È interessante, perché all'epoca quella scena veniva accusata dai puristi di non chiudere le rime, mentre tu ami chiuderle. È bello capire come un movimento del genere abbia ispirato anche chi guardava da un'altra parte.

Facendo musica impari inevitabilmente questa cosa. Io mi sono visto tantissimi concerti: ho visto Marracash con "Santeria" a Milano e a Roma più volte. Anche se a me piace chiudere le rime, mi affascinava quel modo di fare musica fuori dagli schemi.

"Comunicazione" comincia con "E tu, tu chissà dove sei": il riferimento è sempre a Vasco Rossi o è casuale?

Assolutamente no, non è casuale, richiama "Anima Fragile". "Comunicazione" l'ho scritto nel 2021, quindi sono passati ormai cinque anni da quando ho inciso quel brano. Mi ricordo perfettamente aver preso ispirazione proprio da "Anima fragile" di Vasco. Già all'epoca influenzava inconsciamente il mio percorso. Personalmente ho tanti pezzi validi registrati cinque anni fa che sicuramente riscoprirò nei prossimi lavori. In "Nerissima", con questa traccia abbiamo voluto rispolverare quella sensazione, perché per me è sempre stata importante.

Mi voglio collegare a questo brano proprio per il tema dell'incomunicabilità tra le persone. Come vivi tu, e come pensi che la viva la tua generazione, questo aspetto nelle relazioni personali e affettive? Soprattutto uscendo da una relazione che si è appena conclusa.

Questo è un calderone di cui potremmo parlare per sette ore. Io personalmente mi sento spesso completamente perso, quindi figurati quando parlo con un mio coetaneo che non ha ancora capito bene cosa fare della vita. Nelle relazioni, anche sentimentali, vedo troppa superficialità e poca voglia di capire l'altro. Se manca lo spazio per una reale comunicazione, non c'è niente. Penso che la profondità di comunicazione oggi non ci sia, nonostante paradossalmente sia molto più facile comunicare rispetto al passato tramite cellulari e social. Sembra tutto a portata di mano, ma in realtà è difficilissimo.

Una cosa molto positiva in una scena iper individualista come il rap, è il tuo rapporto con Papa V. Come nasce questa amicizia e cosa significa avere un legame del genere nell'industria musicale di oggi?

Non ci conosciamo da tantissimo tempo, non siamo amici d'infanzia: ci siamo incontrati a 18 anni. Io sono di Siziano, lui di Pieve Emanuele. Ci separano tre minuti di macchina, eppure per anni non ci siamo mai incrociati perché avevamo compagnie e situazioni diverse. Fritu è il cugino di Papa V, ma le loro famiglie per tanto tempo sono state lontane. Poi si sono incrociati e Fritu gli ha chiesto di venire in studio qualche volta ed è lì che ci siamo incontrati tutti e tre.

Un colpo di fortuna.

Oltre a questa amicizia sincera, ci siamo trovati perfettamente a livello artistico. Abbiamo creato una sinergia incredibile ormai sei anni fa, e da allora non è cambiato niente. La chiave, e di questo gli sono molto grato, è la leggerezza che riesce a trasmettermi. Lui ha questo modo di farti stare sereno: ti fa capire che più te ne freghi, più l'obiettivo si raggiunge. Io, in tante cose, invece tendo a pensare troppo in maniera differente. Essendo arrivati a questo punto in un mercato rap spietato, avere un amico del genere non è solo un supporto lavorativo, ma una grandissima forza emotiva.

Un'ultima curiosità velocissima: perché la nuova scena italiana ha questa passione per Dostoevskij?

Da quando sono piccolo mi piace tanto leggere. Mia madre mi ha sempre indirizzato verso la lettura, specialmente in vacanza. Invece di guardare la TV, preferisco prendere un libro. Ne ho letti diversi di Dostoevskij, anche se forse Kid Yugi è il capo nel citazionismo. Certo, nella quotidianità trovare il tempo per leggere è complicato, ma mi aiuta e mi ispira molto nella creatività.

L'intervista è stata rivista per maggiore chiarezza ed è stata condotta in collaborazione con Francesco Raiola.

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